"Ascoltando il ticchettio dell'orologio mi sono dimenticato d'amarti " di Ferdinando Pastori

    Barbara dorme silenziosa al mio fianco. Sembra morta. Quando s'addormenta non si muove più per tutta la notte, stesa su un fianco, dandomi le spalle con le gambe piegate come fosse seduta.
Quando è tornata a casa, questa sera, ho finto di dormire. L'ho osservata entrare in camera, le scarpe con il tacco in mano, attenta a non fare rumore. S'è spogliata, rimanendo qualche secondo nuda davanti ai miei occhi socchiusi oramai abituati all'oscurità, spezzata solamente dalla luce che filtrava dalla porta del bagno. Indossata la maglietta gialla con un disegno manga sulla schiena, di due taglie più grandi, s'era infine coricata al mio fianco. Avrei voluto avvicinarmi, cercare un contatto, stringerla tra le braccia. Sono rimasto immobile fino a quando non ho sentito il suo respiro regolarizzarsi diventando poco più che un sibilo di vento lontano.
Mi ricordo la prima volta che abbiamo fatto l'amore, erano passate solo poche ore da quando le avevo detto il mio nome, bevuto birra ghiacciata ed era estate. Faceva caldo e le gocce di sudore scivolano sulla pelle, le parole si fermavano colorate sulle labbra, inutili. Abbracciati, dopo, a lungo... ed era stato bello, fino alla mattina quando l'avevo guardata indossare la mia camicia di lino color sabbia e girare per la cucina preparando caffè e fette biscottate con marmellata e burro. Innamorarsi era stato semplice come guidare, di notte, sulla Alessandria-Gravellona deserta. Mangiavo messicano e il pesce crudo era cibo per gatti. L'ultima volta che abbiamo fatto l'amore... non ricordo com'è stato. Sono passati dieci, forse undici giorni.
Adesso, ho gli occhi aperti e sopra di me dovrebbe esserci il soffitto. Oggi pomeriggio era bianco. Non lo vedo, lo immagino e penso che è troppo alto. In alternativa, sono io che sono troppo in basso, sdraiato sul futon a due piazze steso sul tatami. Barbara pensa che i giapponesi siano un popolo affascinante, io che il guscio di un uovo è perfetto. Lo puoi guardare da qualsiasi parte e non riesci mai a trovare un'incrinatura, che so, una piccola imprecisione. Però, non è rotondo e i giapponesi non sono gialli come un tuorlo. Siamo a Milano, dovrei dormire in un letto con un materasso di lana e le doghe di legno e camminando per il centro, non dovrei incontrare occhi a mandorli che sorridono con denti da topo.
L'orologio a muro con le lancette fosforescenti segue il tempo e io seguo lui. Ascolto tutte le notti il suo ripetitivo monologo, c'è un tacito accordo fra di noi, io non lo devo interrompere, lui non deve cambiare ritmo e tonalità. Nella quotidianità e nel succedersi monotono degli eventi si trova sempre un certo sollievo. Non ci si perde e se capita, si finisce sempre con il ritrovarsi... a patto di non dimenticare qualcosa che, l'abitudine, rende via via invisibile agli occhi. Io, cerco di ricordare sempre tutto, di rimanere attaccato alla realtà, ma ho l'impressione che mi stia sfuggendo... non so bene, cosa.
Io e Barbara, ci siamo conosciuti tre anni fa, dopo due mesi abbiamo deciso di vendere il suo appartamento da single sui Navigli e vivere insieme nel mio, decisamente più grande e a cinque minuti da San Babila. In quel periodo c'era un grande letto a due piazze e mezzo, le pareti erano azzurre e l'orologio scandiva le ore con una certa irregolarità. Non erano mai di sessanta secondi, i minuti e si perdevano nella giornata. Raramente una uguale all'altra. Lavoravo in Borsa, guadagnavo più di quanto riuscissi a spendere e la sera guardavamo insieme le repliche di Miami Vice. Non osservavo il soffitto e il ticchettio di sottofondo era una nenia che sfumava sottovoce.
Seguendo un concetto meno relativo del tempo avevo trentuno anni, Barbara trenta e la rosa comprata con diecimila lire da un indiano in Piazza della Repubblica voleva dire ti amo. A volte, lo cercavo, quel ragazzo basso e sorridente con i capelli neri appiccicati alla testa come Ken... lo cercavo per scambiare i miei soldi con i suoi fiori.
La settimana scorsa, l'ho incontrato e mi ha guardato negli occhi... non l'ho nemmeno visto.
Punto i gomiti sul futon e mi alzo piano, lei non si muove e cammino per la casa come un valzer triste. Accendo una sigaretta e sono nel mio studio con una foto di Barbara che mi guarda un poco imbronciata sotto la pioggia e senza ombrello. Eravamo a Parigi, l'ultimo viaggio fatto insieme quattro mesi fa e il beaujolais era buono, le crepes con lo zucchero, calde. Fumo, un poco di nebbia nella brasserie a Montmartre e Brel cantava sottovoce ne me quitte pas... l'orologio aveva cominciato a funzionare regolarmente e noi eravamo statue di gesso sul punto di sgretolarsi., tenute insieme da nastro isolante grigio di scarsa qualità. La sveglia a cristalli liquidi a fianco del pc è silenziosa, ma il ticchettio proveniente dalla camera arriva fino a qui, oppure è dentro la mia testa.
Oggi pomeriggio ho telefonato a Barbara sul lavoro, non lo faccio quasi mai, ma non avevo molto da fare in ufficio, la mia cravatta era blu e la medusa di Versace mi guardava interrogativa. La mia segretaria mi ha annunciato la sua gravidanza.
Noi non abbiamo figli.
Avevo voglia di parlarle.
"Ciao"
"Come mai mi chiami, è successo qualcosa?"
"Ti dispiace?", ho sempre odiato rispondere ad una domanda con un'altra domanda, ma capita spesso, forse perché è più facile che dare risposte.
"No... solo che non ci sono abituata"
"Un buon motivo per telefonarti, allora" in silenzio, ad ascoltare il suo respiro, leggermente più rumoroso di quello mentre dorme.
"Devi dirmi qualcosa?"
"Niente in particolare, Roberta è incinta"
"Falle gli auguri... sei strano, però, mi chiami solo per questo, Potevi anche aspettare, non mi cambia la vita"
"Stasera torni a casa presto? ti porto fuori a cena"
"No, non posso proprio... ho un impegno"
"Manda tutti a quel paese, sono disposto a mangiare sushi, alghe e mattoncini compressi di riso"
"Ho un appuntamento con dei clienti, magari domani"
"Barbara... tu non dimentichi mai niente?"
"Che domanda è? Che cosa vuoi dire?"
"Io... io, volevo dirti una cosa, volevo fare tante cose, ma in questo momento... le ho dimenticate... ne ho fatte altre, quelle meno importanti. Tutti i giorni, uno dopo l'altro e forse dovremmo buttare via quell'orologio appeso in camera".
"Ti accorgi di quello che stai dicendo... non ha senso. Da bravo su, ne parliamo domani, devo proprio andare adesso. Non aspettarmi in piedi, non so quando torno. Ciao".
Torno in camera, non s'è ancora mossa. Mi siedo al buio sul piccolo sgabello davanti a lei. La guardo, dietro di me, sulla parete, l'orologio. E' già domani, o forse era ieri, ma è uguale ad oggi, come tutte le notti.. Fra poco mi addormenterò e poi, un'altra giornata di lavoro e la Borsa non ne vuole sapere di riprendersi. Guadagno ancora bene, ma meno di prima. Roberta è al terzo figlio. Fra due mesi riparte il campionato di calcio. Fumerò due pacchetti di sigarette e il guscio dell'uovo sarà ancora perfetto. Gli occhi di Barbara saranno sempre verdi e i suoi capelli biondi, ancora corti. I miei genitori sono sposati da trentacinque anni e da piccolo avrei voluto fare il principe azzurro. Domani su retequattro ricominciano le repliche di Miami Vice.
Mi fermerò ad ascoltare l'orologio e nel suo ticchettio sempre uguale mi annullerò dimenticando qualcosa.



©  Ferdinando Pastori - 2002
 
 

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