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Dopo avergli sparato con la mia Beretta M9, gli ho cacciato in gola una stecca di cioccolato proveniente dall’Africa, precisamente a quanto riporta l’etichetta, dall’isola africana di Sao Tomé, è un cioccolato che ha un retrogusto vivace ed acidulo, probabilmente su quel terreno devono aver prima coltivato del mango, che spesso conferisce al cioccolato una sfumatura appena percettibile di questo frutto. Sono convinto che gli ho dato una buona morte, che forse neanche si meritava, il cioccolato che non sono riuscito ad infilargli in bocca è su un piattino vicino al cadavere, mi piacciono le messe in scena, del resto sono l’essenza del lavoro che faccio, anzi che facevo. Ho passato gran parte della mia vita, passando gran parte della mia vita, non lo so perché mi viene da dire questo, ma è stato così, quando penso alla mia vita non so mai se guardarmi dentro o guardarmi intorno, a volte ho l’impressione che tutto quello che mi circonda è come se mi fosse dentro, il mio cuore potrebbe essere qui da qualche parte intorno a me, forse quello che c’è dentro è solo un duplicato, così la mia milza, il mio stomaco, il mio intestino. Tutto questo fuori e questo dentro io non l’ho mai capito, non so se la mia vita è fuori o dentro, io sono dentro e fuori me stesso, ma non sono ovunque, la mia casa rispecchia me stesso, ma anche il mio interno coscia rispecchia me stesso, il mio cranio, il mio sott’unghia, i tappetini della mia macchina. Non vorrei sapere tutto quello che so, non vorrei essere tutto quello che sono, mi piacerebbe darmi in pasto alla vita così come fa il cioccolato, perché la mia vita è di cioccolato e forse lo sarà anche la mia morte, la mia coscienza è di cioccolato, tutto quello che so di me è di cioccolato e anche il cadavere che c’è nella cucina di questo appartamento ora è di cioccolato. Mi piace anche pensare di aver inferto una morte di cioccolato, perché è il cioccolato che decide chi uccidere, lui è la mente io sono il braccio, lui non accetta compromessi, non accetta di sentirsi rifiutato, non accetta di subire sguardi di disappunto, lui ha la necessità di appropriarsi di tutti coloro che decide di raggiungere, e che magari godono dell’ingenuità di essere loro ad appropriarsi del suo piacere, quando invece è lui che subdolamente infligge il colpo mortale raggiungendoci l’anima per poi rifugiarcisi dentro. Il cioccolato mi ha raggiunto da piccolo, devo aver avuto più o meno 5 anni, del resto è sempre lui che sceglie, non ricordo chi me lo ha posto alla vista la prima volta, ricordo solo di avere sentito una comunione con un’identità sovrana, sentivo di appartenergli, sentivo di essere l’eletto, un soldato a disposizione del cioccolato. Ho così cominciato presto a fare a botte per il cioccolato, in nome del cioccolato, bastava che qualcuno si negasse a ricevere un cioccolatino che subito sentivo crescere il desiderio di aggredirlo, per poi infilarglielo tra i denti, dopo averlo accuratamente scartato. So tutto di lui, so distinguere quello proveniente dal Ghana, da quello proveniente dall’Ecuador, alla Colombia, posso individuare le aree di produzione, quantomeno i continenti. Sono anche a conoscenza dell’impiego del lavoro minorile in quelle aree per la produzione del cacao, e questo è uno dei problemi più gravi. Così sono cresciuto, così sono diventato uomo, così ora sono un soldato che difende l’onore del cioccolato, non ho moglie, non ho figli, ho un cadavere in cucina, che giace oramai da quasi un’ora per terra, alle pendici un piatto con dell’altro cioccolato. Fino a qualche mese fa avevo una pasticceria, con un lavorante che mi dava una mano, io preparavo i dolci lui stava alla vendita, ho sempre odiato il contatto con la gente, poi tutti coloro che entrano in una pasticceria si aspettano che ad accoglierli ci sia una persona simpatica, sempre sorridente e di buonumore, io non amo sorridere, non sono mai di buonumore perché non credo di avere un umore, sono così, sono sempre stato così, non mi piace essere gentile, sono fatto per stare non da una parte, ma per stare da parte, nel retrobottega a cucinare dolci, torte, pasticcini, dove possibile aggiungo sempre del cioccolato. La mia vita coincideva con il momento esatto in cui alzavo la mattina le serrande, e la sera, al momento di abbassarle, la metafora della mia esistenza era tutta lì, la ripetitività di quei gesti, che oramai dopo quasi 10 anni ero in grado di compiere anche ad occhi chiusi. Quel profumo di dolci che mi accoglieva la mattina, così desideroso di farsi infatuare, al limite dell’abnegazione, coinvolgeva la mia giornata, era tutto lì, perché il mio tutto era lì, non esisteva la contabilità, non avevo una politica di bilancio, non sapevo cosa fosse l’offerta del mese. Confezionavo e infornavo a ciclo continuo, non pensavo ai soldi, che consideravo la cosa più sporca dentro la pasticceria, non a caso da nascondere dentro la cassa, ed è per questo che non avevo mai dato un grande peso alle continue preoccupazioni del commercialista. Pagavo regolarmente lo stipendio al mio lavorante, avevo sempre il mio grembiule bianco, il mio cappello da cuoco, i miei zoccoli bianchi da infermiere, i miei guanti in lattice, ecco io ero così, sono stato così fino al 18 Aprile, quando il mio commercialista mi ha comunicato che in cassa non c’erano più soldi per pagare le rate del mutuo della pasticceria, la banca non era più disposta a farmi credito, anzi reclamava indietro una ingente somma di denaro, altrimenti sarei stato passivo di bancarotta, a quel punto mi avrebbero portato via anche la casa e rischiavo la galera. Il consiglio del commercialista era quello di vendere subito tutto, aveva già un contatto con il titolare di una catena di negozi di ottica, interessato a farsi carico del mio mutuo, così da prendere possesso del mio negozio per farne una rivendita di ottica. Non sapevo cosa pensare, ero lì in cucina con i miei dolci in attesa di essere infornati, avevano un’aria così innocente, come se sapessero già tutto, sentivo la vita piegarsi ad un destino inaspettato, le parole che avevo dentro tacevano, del resto tutto ciò che ho dentro non ha mai fatto chiasso. Ho detto subito va bene, vendiamo all’ottica, non ho pensato a me stesso, se il cioccolato mi ha dato da vivere fino ad ora, sarà così anche per il futuro, magari altrove, ma sarà così, vendiamo all’ottica, e che tutto questo se ne vada in cioccolato. Il giorno successivo alla chiusura già c’erano gli operai che portavano via tutto, abbattevano i muri, dal negozio usciva anche della musica rap inglese, io ero passato a prendere dei registri di vecchie ricette che avevo dimenticato, nessuno mi ha degnato di uno sguardo, quando sono entrato c’era solo odore di calcinacci e di polvere, insomma “odore di ottica”. In meno di un mese il nuovo negozio era già installato, sono poi passato senza farmi notare il giorno dell’inaugurazione, ed è stato in quel momento che ho visto per la prima volta il titolare, il padrone di questa catena di negozi di ottica. Non sono mai stato capace di attribuire un’età ad una persona, sicuramente non aveva l’aria da pensionato e nemmeno da ragazzino, era molto elegante, aveva un cellulare tra le mani, di quelli con molte funzioni, baciava un po’ tutti quelli che gli si facevano attorno, naturalmente indossava occhiali con una vistosa montatura blu, una persona felice, realizzata, non so quanto fosse ricco, ma di certo se non lo era, gli riusciva bene. Non mi riusciva neanche più di immaginare che prima li dentro c’era la mia pasticceria, occhiali da sole al posto delle mie crostate, “oramai la vista si era impadronita del gusto, le lenti avevano scalzato il cioccolato”... Io stavo li a guardare tutto questo, avvolto dai fumi del traffico, in penombra, con lo stomaco da giorni inappetente, quando l’odio, come la panna in balia di un frullatore, cominciava a montare. Sono sempre stato una persona inerte, molto più che tranquilla, non mi hanno mai interessato le sfide e le competizioni, mi sono sempre sentito schiacciato contro il muro del mio destino, ma non ho mai subito questo come una costrizione, era così e basta. Quando ho cominciato a sentirmi salire l’odio dentro, non sapevo esattamente verso chi indirizzarlo, non sapevo se la colpa di tutto questo fosse dell’ottico, del mio commercialista, di me stesso, o di chi altro. Anche la cucina di casa cominciavo a subirla come un terreno di caccia alla verità, ho osservato a lungo le decine di barattoli di cacao che tengo sul mobile, non avevo subito pensato di cercarmi un lavoro, qualche soldo da parte mi garantiva la tranquillità ancora per qualche mese, il mio commercialista si era anche offerto di aiutarmi proponendomi di lavorare in una gelateria di un suo amico, inizialmente ho traccheggiato, poi ho accettato, del resto i soldi, che pur non ho mai sentito come una necessità, cominciavo a sentirli paurosamente necessari. L’odio, che speravo con il tempo si stemperasse ha sempre albergato dentro, si nutriva delle mie giornate, da quel giorno che era apparso al cospetto di quell’ottico che starnazzava con la coltre di amici dentro al mio negozio. Lui era l’odio che avevo dentro, quel suo sorriso rancido, con quella montatura di occhiali che sfiancava ogni ordine di buon gusto, sua era la vista che aveva cannibalizzato il mio olfatto, nulla era più come prima, da quel giorno il mio rapporto con il cioccolato non era più lo stesso, la vita mi stava sfuggendo di mano, la mia vita era finita su quella sua orrenda montatura di occhiali e io dovevo fare qualcosa, un pasticcere deve sempre saper fare qualcosa. Sulla rubrica telefonica ho trovato il suo indirizzo, ho aspettato sotto casa a lungo, tenevo con me alcune tavolette di cioccolato rarissime, si tratta di cioccolato proveniente dall’Africa, precisamente dall’isola di Sao Tomé. Quando finalmente a tarda ora è rientrato, ho seguito i suoi passi fino alla porta d’ingresso all’ottavo piano, con la minaccia della pistola, che ho pagato una fortuna perché priva del numero di matricola, mi sono introdotto con lui nel suo appartamento, e senza proferir altra parola, raggiunta la cucina ho fatto fuoco, uccidendolo, nell’impatto con il pavimento si è anche spezzata la montatura degli occhiali. Gli ho poi cacciato tra i denti quanto più cioccolato potevo, ciò che è avanzato l’ho riposto ordinatamente su un piattino, così come noi pasticceri sappiamo fare. Ora sono seduto sulla poltrona del suo soggiorno, con una stecca di cioccolato tra le mani ancora intatta, senza più odio, l’aroma del cioccolato torna a vestire il mio olfatto, come liberato dalla provvidenza, lui è morto così come quell’orrenda montatura degli occhiali. Ora so quello che debbo fare, perché ancora una volta il cioccolato ha vinto e io con lui. C’è un balcone qua in soggiorno, il cioccolato che ho tra le mani comincia lentamente a sciogliersi con il calore della pelle, è il segnale, giro la maniglia della porta e dal balcone guardo il buio della città che pulsa di vita, ma che sa digerire anche la morte, mi caccio in bocca quanto più cioccolato possibile, quello che avanza lo lascio vicino a un vaso di gerani, scavalco l’inferriata, con i primi resti del cioccolato masticato che scivolano alle pendici della gola, mi lascio cadere, con l’ultimo pensiero che appena in tempo, spettina la morte che sto raggiungendo, è la prima sfida della mia vita, arriverà prima il cioccolato nello stomaco o io sul marciapiede, pensateci che “gusto”, battere in volata il cioccolato!
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