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Vent’otto pollici di schermo a delimitare i territori della mia storia con Laura.
L’audio va e l’audio viene.
Talvolta il rumore di una caramella scartata increspa le onde di silenzio che sommergono il vuoto attorno.
Non ci sono i colori primari del tubo catodico a illuminare le pareti magnolia del soggiorno, solo le sfumature nere e bianche della pellicola, una Super 8.
Seduto con le ginocchia che si incrociano dabbasso, sento il freddo umido del pavimento in marmo inocularsi fra epidermide e calcificazioni ossee.
Laura è a mille miglia da qui.
Un paio di mari tinteggiano d’azzurro lo spazio che ci divide.
Boston non è Ancona e gli aceri hanno poco da spartire con i lecci del Conero.
Certo ci scriviamo, come no, via email e poi adesso tutto è più facile, le distanze si sono ridotte, in aereo con meno di sette ore sei da lei…ma che bello!
Del mondo là fuori che è una sala operatoria, non se lo ricorda mai nessuno.
Asettico, sterile, anestetizzato, tutti si infilano i guanti da chirurgo e squarciano le esistenze, armati di bisturi infallibili.
Qualcuno dà un’occhiata dentro, qualcuno vomita per il tanfo, altri ridacchiano delle metastasi.
Nessuno che ricucia.
Sul tavolo basso una mezza bottiglia di Martini mi accende di desiderio.
La mia figura si allunga fino a ergersi perfettamente di novanta gradi quando incontra la parete opposta.
Il mio metro e settanta cola di nero lungo tutto il pavimento, seguendone gli avvallamenti, percorrendo le fughe.
Un passo stanco mi precede fino ai bicchieri.
Laura aveva il corvino dei capelli a circoscriverle le linee tenui dei suoi occhi verdi. Un maestrale sciocco e pungente si divertiva a sfiorare la superficie del mare alla stessa maniera di quando si lanciano i sassi piatti e si fa a gara a chi riesce a farli rimbalzare per più volte. I lampioni del lungomare, rigidi nella loro immaterialità, sembravano invece animarsi in quell’andare e venire delle onde sulla battigia.
“Quanto spazio c’è fra i nostri cuori” disse distraendosi con la punta del piede a scavare nella sabbia una buca non più grande di un pugno chiuso.
Certo, adesso mi dico che sarebbe toccato a me mettere i guanti, affilare il bisturi, affondare nella carne e aspettare.
Ma invece non lo feci, non feci niente.
Rimasi lì, la brace della mia cicca che lampeggiava felice, la rasatura arretrata di una settimana a scolpirmi i lineamenti, le parole a piombare con un tonfo nella palude limacciosa della timidezza.
Lei si alzò e s’incamminò verso l’acqua salmastra.
La risentii dopo due mesi, mentre ero in paziente attesa che il mio coraggio si facesse vivo, magari per farmi disarcionare dalla balaustra che stavo montando, facendo finta di spiare lo struscio dei passanti, sapendo al contrario che l’unica ragione per cui mi trovavo lassù era di lasciarmi volteggiare nel vuoto, giù, in basso, fino allo schianto.
Niente da fare, il coraggio fece cilecca, io restai con i guanti sterili in mano e lei con il biglietto sola andata per gli Stati Uniti.
Meglio la tazza, meglio finirla la bottiglia di Martini, meglio.
Nel frattempo sono riuscito a smarrire la percezione del tempo, non so più se fuori è giorno oppure se è estate, se sono vecchio, giovane, cadavere.
Le stagioni scorrono oblique su se stesse, eliminando ogni traccia, lasciandomi alla ricerca infruttuosa di riferimenti.
Nel profondo di me stesso lo so che si tratta di una scusa, meschina, però è l’unico alibi che sono riuscito a inventarmi.
Dovrò pur difendermi; che la vittima sia io, finalmente, che tocchi a me!
Ma è complicato, dannatamente, assurdamente complicato.
Gorgheggia la bottiglia e svuota il suo contenuto paglierino.
Aspetto che la pellicola scudisci fuori dalla bobina.
Dovrebbe farlo, ma invece è silenzio.
Solo una scritta sul televisore: push Play.
Tutto è scappato via così in fretta, tutto è viscidamente sgusciato via così in fretta!
Anche il Super 8 è finito su un DVD.
Qualcuno si è infilato il camice, ha tagliato e senza neppure guardare, ha permesso di tutto: a Laura di andarsene, alla mia vita di scolorire, persino ad un Super 8 di farsi violentare da un DVD.
E quel qualcuno ora se ne sta nel suo loculo a sorseggiare un Martini in una tazza da tè.
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