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Già gli affondava la lama nel collo, nel punto esatto dove non c'era dubbio sull'esito finale.
Il sangue schizzò fuori a fiotti con la massima irruenza.
Aveva eseguito quel gesto senza indecisioni perché il colpo fatale dev'essere preciso, quasi un atto dovuto dopo tanto stillicidio.
La morte non poteva che essere una liberazione.
Si erano preparati per uscire, la colazione che li aspettava era abbondante.
Erano usciti dalla stanza con aria di chi negli alberghi ci passa la metà della vita.
Scendevano le scale che dalle camere portavano alle sale del ristorante con evidente dimestichezza, camminando sui tappeti rossi sempre con andatura lieve, di chi si è appena alzato e non ha voglia di svegliarsi nemmeno con il rumore dei propri passi.
I vestiti, immancabilmente chiari, davano loro un fascino particolare: si capiva che non avevano bambini a cui badare, che non avrebbero attraversato a piedi la città nella canicola estiva sudando e sventolandosi per un minimo di refrigerio, si muovevano sempre in taxi.
Nessuna fatica avrebbe sgualcito le camicie color crema di lui, né il bianco kaftano di lei, leggermente trasparente, giusto il tanto per intravedere le forme piene, di carne soda e ancora ben tenuta.
Avevano scelto un tavolo piccolo proprio per restare soli vicino alla finestra, per guardar fuori e non incrociare gli sguardi degli altri clienti, indugiando a volte in silenzio e con gli occhi chiusi, il volto rivolto all'esterno, ma tenendosi sempre per mano sotto quei primi raggi di sole che, dopo, non sarebbero stati più sopportabili.
Si sarebbero detti due sposini alle prime armi, alle prime tenerezze come accadeva anni fa, quando solo dopo il matrimonio ci si poteva conoscere in maniera più intima.
Ma ormai non avevano più vent’anni, anche se le loro persone belle e forti di anni vissuti nell'agio dimostravano dieci anni di meno.
Era una vita che andavano in quell'albergo, erano diventati quasi un'istituzione e, da sempre, avevano assistito alla corrida estiva almeno una volta all'anno, tutti gli anni, da sempre.
Tutte le mattine svuotavano con cura maniacale ad una ad una le marmellatine ai gusti di prugna, albicocca, mora ed arancio.
Anche il burro veniva spalmato con precisione, un velo sottile, attenti a non rompere la fetta biscottata che si frantumava al minimo contatto con la lama del coltello: erano gli unici al cui tavolo non restavano mai briciole da raccogliere.
Certo le quantità consumate in quelle colazioni rivelavano una fame non indifferente, quasi un compenso a una carenza di qualche genere.
Erano i primi ad arrivare al tavolo, e gli ultimi ad andarsene, forse per non avere l'obbligo di salutare chi si alternava nella sala, lui con il giornale e una pipa, lei un libro di poesie: passavano così le due ore della colazione.
Poi uscivano come due angeli un po' démodé, sempre con quell'aria evanescente fra le vesti fruscianti e profumate che li avvolgevano: lui un panama alla Hemingway, lei un cappello dalla falda larga, entrambi con occhiali da sole scuri.
Due anime bianche che scomparivano nel caotico e festoso traffico di Barcellona per andare a vedere i magnifici “castelli di sabbia” di Gaudì come li chiamavano loro e recarsi infine alla corrida.
E quel giorno si sedettero nella tribuna d'onore come sempre e, al solito, mano nella mano, aspettarono l'inizio nel fremore evidente di tutti gli spettatori.
Quelli abituali, ansiosi per uno spettacolo che evidentemente li affascinava e quelli che, per la prima volta, assistevano eccitati e dalla curiosità e dal timore di rimanerne, magari, disgustati: il dubbio era comunque esaltante.
L'ardore e la crudezza di quella giornata non erano stati preannunciati da nessun particolare anomalo, che facesse solo sospettare eventi tragici in agguato.
Il torero entrò nell'arena con un'eleganza innata, si poteva capire da come avanzava.
Alto e magro girava lo sguardo agli spalti cercando il plauso ma con un'indifferenza palese, tronfio, com'era, della sua posizione di attore già affermato.
Una scossa percorse il braccio dell'uomo sugli spalti, la mano mollemente adagiata in quella della sua compagna ebbe una contrazione improvvisa, e lei lo guardò sorpresa, cogliendo, in contemporanea, che lo sguardo fisso in avanti di lui aveva un batter di ciglia in più, che gli fece sgranare gli occhi in un'espressione anomala di stupore.
Lei, allora, gli strinse a sua volta la mano, dolcemente però, come di complice intimità, e si accostò l'avambraccio muscoloso ancora di più al corpo quasi a sfiorarsi il seno.
Il toro ancora non entrava, e il torero come un pavone che fa la ruota per attirare l'attenzione roteava su se stesso, alzando le mani in segno di saluto.
Un attimo ed è rivolto verso la loro tribuna e lì l'inchino classico con alzata di cappello, uno sguardo più prolungato e lui si scosta dal corpo di lei e lei avvertendo quel distacco si gira ancora, ancora lo guarda.
Osserva: lui, con un gesto insolito, si toglie il panama e si tira indietro il ciuffo che in modo scomposto era venuto in avanti, un insolito modo accurato che non gli appartiene pensa ancora lei, quasi femminile nella sensualità còlta, e si sente improvvisamente a disagio, il contatto adesso è un fastidioso strusciare di due corpi sconosciuti.
Il viso dell’uomo è diventato paonazzo, piccole stille di sudore brillano sulla fronte all'attaccatura dei capelli brizzolati e leggermente lunghi, che in modo quasi automatico continua a tirare indietro, indugiando a volte sulla nuca come in una sospensione pensosa, il cui contenuto lei avverte istintivamente essere una minaccia.
La lotta nell'arena ha inizio ma, quella volta per lei, non è la solita corrida.
Le sensazioni contrastanti che imperversavano adesso nella sua anima quieta e nel suo corpo sopito, da anni ormai, la turbarono a tal punto che fu costretta ad alzarsi scusandosi, e a uscire dalla tribuna.
Si allontanò perché per la prima volta, dopo tanti anni, si sentiva un'estranea vicino a quell'uomo che, folle a dirsi, nel giro di pochi secondi era diventato un'eco anomala nella sua testa.
Restò in disparte per tutto il tempo, e lui non si curò di cercarla preso com'era dalla lotta dell'uomo con la bestia, là in quel cerchio, al centro dell'attenzione di mille e passa persone.
L'entusiasmo represso forse da una vita, esplose in quel palco, come se una forza bruta avesse risvegliato, non si sa per quale perverso meccanismo, una bestialità nascosta.
Così le appariva adesso quell'essere sconosciuto che si alzava gridando e agitandosi.
I gesti, consueti ai suoi occhi, dopo anni di vita insieme, ora avevano una connotazione insolita, sempre ricercata, ma con una sfumatura impercettibile che lo facevano apparire …. diverso: il tenere il mignolo leggermente scostato dalle altre dita, il portarsi la mano alla bocca nei momenti più pericolosi, tutto … sotto una nuova luce.
Continuò a guardarlo come un mistero improvviso: le mani sventolavano adesso davanti al viso con fare mellifluo, la pelle, che ora appariva avvizzita attorno agli occhi, veniva asciugata con il fazzoletto bianco, con modi affettati, e la lingua passava e ripassava sulle labbra insistente, quasi maniacale.
Le dava fastidio adesso quella bocca tanto bramata, quelle mucose fini adesso le facevano senso, e si chiedeva come avesse potuto vedere in lui altro da quello che vedeva in quel momento.
Il massacro era quasi al termine, il sangue colava dalla pelle squarciata del toro verso cui provò, per la prima volta, un forte senso di pietà.
La folla urlava, eccitata, e lui con loro, non con lei, ma con loro, e d'improvviso lo vide là, il corpo esangue sotto la fatica dei colpi inferti, un viluppo di corpi sudati che lottavano verso un'esaltante perdita.
La loro prima notte, dopo il matrimonio, era stata un fallimento.
Le venne il dubbio, in quella serata così deludente, di aver decisamente frainteso le proprie aspettative.
La sussurrata esaltazione dei sensi in un turbinio di sensazioni meravigliose non ci fu o meglio, ci fu un timido tentativo iniziale, ma dopo poco l'umiliazione della mancata riuscita ebbe il sopravvento, e la sua nascosta sensibilità materna venne in soccorso di quell'uomo perso nell'incapacità dei primi approcci, pensò allora, e fu solo tenerezza uno nelle braccia dell'altro.
Da quel giorno per sempre.
Non ci fu mai più la capacità di cambiare le cose, la voglia sì, tanta, ma tutto si assestò in un platonico matrimonio fatto di dolcezza e rispetto reciproco.
E adesso si vide in tutti quegli anni, dedita all'attesa che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato.
Si era sì placata la sua passione mai espressa, ma in fondo in fondo, bramava ancora quel desiderio rimasto sepolto fra le pieghe delle sue vesti accattivanti e della sensualità manifestata ad ogni piccolo accenno di attenzione da parte di lui.
Solo adesso capiva.
Solo adesso vedeva, là, in quell'arena ciò che forse era palese a tutti, da tempo, ma che lei aveva accortamente rimosso per non soffrire di una scelta sbagliata.
Avevano creato insieme un connubio perfetto, erano una coppia impeccabile, bella a vedersi tanto era l'affiatamento che scaturiva dai loro occhi, complici.
Una coppia da invidiare nello scatafascio generale dei matrimoni dei loro conoscenti, da prendere a modello per qualcosa che forse era possibile raggiungere, credendoci, come loro ci credevano.
Ma a questo punto capì.
Capì che a crederci era stata soltanto lei: una vita a mettere da parte i sensi come una cosa troppo terrena da sembrare sporca nel loro rapporto idilliaco che si nutriva di arte e cultura.
Una vita a lottare contro quegli sconvolgimenti viscerali che ogni tanto si presentavano a riscuotere la loro parte di soddisfazione, lì al basso ventre dove la testa non comandava più, ma che venivano regolarmente messi a tacere come realtà appartenenti al mondo degli uomini quando loro, invece, erano Dei.
La parola sesso era sconosciuta alle loro orecchie malgrado un sensuale alone avvolgesse le loro impeccabili figure.
Tutta quella celestialità rovinò in un giorno, nel più profondo dei baratri e lei vide il suo arcangelo alle prese con le più gravi bassezze dell'inferno.
La rosa rossa portata per l'occasione fu lanciata con impeto e baciata prima, e il torero la raccolse e la baciò a sua volta, incrociando ancora lo sguardo con lui nel toccarsi la fronte a mo' di congedo.
Quanto avrebbe voluto ricevere lei quell'ardore: l'offesa fu fugata per un secondo dal pensiero di quella lascivia tanto sospirata e si sentì persa, come una bambina al primo bacio.
Rientrarono come sempre in albergo, per il consueto aperitivo serale, con l'immancabile levità, anche se lei distava di un passo rispetto a lui e, per la prima volta, non entrarono mano nella mano aveva osservato incautamente l'uomo della reception.
Si sedettero nella veranda inondata dal sole ormai grondante arancio.
Il grosso del caldo ora era svanito e una lieve brezza spirava tra le fronde del vecchio glicine abbarbicato alle colonnine stile impero.
Lui, perso fra quegli intrecci, adagiato fra i grappoli lilla.
Lei che continuava ad osservarlo, fingendo di guardare, finalmente, i clienti che si avvicendavano ai tavolini accanto.
Sorrise anche a qualcuno di loro accennando un saluto col capo mentre pensava a tutte le volte che dopo cena, quando lei sprofondava nel suo libro di poesie, lui regolarmente usciva … a farsi una passeggiata lungo Las Ramblas, con la cara vecchia pipa fra le labbra e non tornava se non … non lo sapeva, quando tornava, perché cadeva regolarmente addormentata nel cuore della notte.
Forse chissà … allora … tutte le estati … quando sarà stata la sua prima volta … quanti toreri aveva "matato" in tutti quegli anni … quello, era stato una delle ultime conquiste…!?
Non riuscì a chiudere occhio quella sera, aspettò fino a vedere le prime luci dell'alba.
Quant'era vera quella luce, quanto tempo sprecato.
Si dice che i sogni della mattina siano quelli più veri e lei lo uccise così il suo sogno, sprofondato nel sonno del loro letto dopo una notte insonne.
Gli affondò la lama nel collo con precisione, senza indugio come tante volte aveva visto fare al torero.
OLE' gridò …………… e sentì, in risposta, l'urlo di approvazione, eccitato ed eccitante, della… follia!
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