Da "Donne meccaniche" di Silvia Pannocchia, Edizioni Clandestine, 2003

    

Sto correndo.
Lungo un muro alto, slavato, di cemento chiaro che sembra di marmo.
Questa città, in alcuni tratti, fa proprio schifo. Stimola una bella dose d'agorafobia in chi possieda anche solo un minimo senso estetico. Sto correndo, forse appunto in una fuga, che le mie Nike consumate aiutano. Ma per me correre è soprattutto un autentico piacere.
Tra poco, inoltre, mi si aprirà davanti uno spazio tutto verde: il parco mi spalancherà i polmoni, lo so già, in un largo respiro. Associo da sempre a questo pensiero il ricordo della storiella che mi raccontavi spesso, quasi un tormentone: quella della rana dalla bocca larga. Mi sento folle e intenerita. Forse penso troppo mentre corro. Va a finire che mi stanco più del previsto.
E' già tardi, sono le sei del pomeriggio. Ho rotto il fiato, come prevedevo. Sto correndo e ti vedo. Ho rotto il fiato e il tempo. Quanto, quanto ne è passato. Proprio tu, che mi raccontavi la storia della rana. Avevi cinque anni e capelli lisci e neri, lunghi più della tua schiena. Se una bimba di cinque anni si potesse davvero innamorare all'istante di una sua coetanea e restarne per lunghi anni sedotta, se fosse possibile, se questo esistesse, direi che ti ho amata. Non ci sono più parole, ora, per descrivere quello che eravamo.
Ora sei una donna. Ti vedrei più nitidamente in faccia, se staccassi questa immagine - da anni mia soltanto - di te bambina, che ti copre quasi tutta. Scosto il ricordo, ora ti guardo meglio e ti vedo. Ci vuole coraggio. Sei una donna bruna, coi capelli tagliati. Ti immaginavo - confesso - più alta, più magra, più bella. Hai un bimbo per la mano. Anzi un folletto.
Due, forse tre anni: non me ne intendo di bambini. Possibile? Tuo figlio? Inizio a rimuginare sul concetto. Riesco con sforzo a pensarlo per intero. Quest'idea fa meno male del previsto, per adesso.
Magari tra poco mi arriverà più in fondo, quando meno me lo aspetto si infilerà malignamente dentro, per dirmi che ho la tua età, per esempio, e nessun figlio. Nessun folletto. Sto correndo e ti corro incontro. Hai le guance rosse che conosco.
Ma stai fumando e mi raccomandi di non dirlo a tuo marito, al padre del bambino. Strano come saluto. A capirti, a capire questo esordio, ci impiego qualche secondo.
Persino la tua voce mi arriva a fatica, come uscita dalla vita di un'altra persona, come se invece non fosse mai appartenuta alla mia.
Alla fine la ricordo, è quella, è proprio la tua vocina, soltanto un po' cresciuta. Più roca, come coperta da uno strato di carta vetrata. In tuo figlio di te non trovo nulla. Continua a sembrarmi soltanto un piccolo gnomo che hai rubato al prato. Il primo pensiero è complice, allarmato. Non vorrai mica portarlo a casa!?! Quasi fosse un uccellino che hai rubato al suo nido.
Ricordi quello che trovammo, marrone e nero? Era troppo piccolo, forse da poco uscito dall'uovo e morì fregandoci in pieno, dopo tutta una giornata che ce lo litigavamo. Non vorrai mica portarlo a casa??
Rido tra me e me della strana associazione, di questo ambiguo pensiero: probabilmente una sorta di rifiuto. Mi chiedi se sono sposata. Insisti in questo approccio assurdo, dopo anni che non ti vedo. "No", ti rispondo, già annoiata. Fidanzata? Seconda pugnalata. Arriva al fegato, già spremuto di fatica. "Nemmeno".
Esco ora dall'ennesima fregatura, in cui ho cercato di fare la crocerossina, e non ha funzionato…
Ma forse con te non posso parlarne, non è il caso. All'improvviso, mi rendo conto… che con te era il medesimo meccanismo. Inizio a capire - oggi, vagamente - dove ho sbagliato. Per tutta una vita. Ma forse con te, come sei ora, non posso parlare. Per di più mi ascolta e mi ascolterebbe ancor più attento il tuo folletto… se dicessi che con te, con tutti, io ho sbagliato. Credevo di correre e non ho fatto altro che fuggire. No… madre non ti posso immaginare, non ce la faccio. E neanche tu, credo, ti riconosci molto allo specchio. E adesso c'è anche lui, appunto…
Lui ha lentiggini e riccioli tra il biondo e il rosso, una bocca carnosa e imbronciata, un'aria decisamente cattivella. Ti visualizzo in sala parto, con lui che ti esce - già scocciato - da dentro. Immagino la tua espressione sconvolta e rassegnata, appena lo vedi, perché te lo appoggiano addosso… Tuo figlio.
" Suo padre è sparito ".
Ci resto secca, impietrita. Il tuo filo di voce, mentre lo dici, è più che un grido. Mi ricuce dentro ogni commento. Ora sei tu che confessi, che diventi sincera e abbandoni ogni scudo, dopo anni che non ci vediamo.
"Oh, ma lo vedo… voglio dire, lui lo vede, insomma, è sempre suo padre… glielo porto io, il fine settimana…"
Glielo porti tu… gli risparmi anche lo sforzo di venire a trovare il figlio. Ed io invece sono qui che mi domando cos'è, dov'è l'amore. Io sono qui, che corro soffocando di cemento e aspetto… il verde aspetto, inseguo, per respirare. E mi domando cos'è l'amore. Tu, vedo, non ne hai avuto modo. Del resto non hai mai avuto il tempo di domandarti troppe cose.
Ti stanno invecchiando però… quelle cose su cui non hai pensato. Per mancanza di spazi, di luoghi, di tempo, appunto. Il folletto bambino ti tira per la manica, se ne vuole andare. E' molto bello - ti dico - e deciso. Ma - e te lo risparmio - non sembra tuo, affatto. Ti manca, ti è mancato anche stavolta, il tempo. Hai corso troppo, hai perso. Hai perso l'occasione di avere qualcosa di tuo proprio quando potevi averlo. Non ti ho salvata…
" Non dirlo, a mio marito, che fumo ".
E non realizzi che io tuo marito non lo conosco e che novantanove su cento, soprattutto, non gliene importa nulla, a lui, del tuo vizio. Aggiungi per te stessa: "Si, lo so, che fa male al bambino".
Il folletto se ne frega e si butta per terra annoiato, in segno di protesta.
" Va bene, Alessio, ora ce ne andiamo ".
Non abbiamo parlato… hai perso di nuovo, ti è mancato il tempo. Sto correndo. La tua immagine mi perseguita. Eri magra e muscolosa, da bambina. Sembrava ti mancasse tutto, mi parve di poter essere, per te, una valida risposta. A casa tua si mangiava a malapena. Allora mi occupai della tua anima, dei tuoi sorrisi, del tuo spazio per il gioco. Io del resto non sono mai stata bambina. Non ci sono mai riuscita. Ero innocente e ingenua, ma essere bambina è un'altra cosa. Più che giocare con te, io ti crescevo.
Ti insegnai cos'era l'orologio, ti portai a vedere per prima il mare, ti feci leggere il tuo primo libro. Ma tu nonostante tutto non mi appartenevi, in alcun modo. Mi volevi bene, ma io di te ero come innamorata. Eri più che un'amica, una figlia, eri una mamma ideale, mai avuta. Sbagliavo nello stesso meccanismo che mi domina tutt'ora: eri per me tutta la mia vita. Sto correndo. Io, è vero, mi sono presa il tempo. I luoghi e gli spazi, mi son presa, per pensare. Tu hai perduto la dignità profonda che ti contraddistingueva.
Ma forse non era nient'altro che paura. Tu che avevi spazi e luoghi solamente a casa mia. Che abitavi sopra di me: là sopra dove c'era l'inferno. Una copia amplificata e violenta del mio, ma io almeno stavo con la nonna, lontana dai miei genitori squinternati. Tu invece regnavi nel bel mezzo delle fiamme: nonni, genitori, quattro fratelli indiavolati. Ma in quel gran caos tu rimanevi ferma.
Chiudevi tutti fuori, ti scioglievi i lunghissimi capelli e li pettinavi. Un'auto-carezza, una liberazione, una difesa, un confine. Una tenda delicata, erano, i tuoi capelli: un muro alto contro la violenza. Ne ero avvinta, incantata, e soggiogata dalla tua fermezza ti aspettavo per lunghi minuti, mentre ti preparavi al grande evento quotidiano: scendere giù, nel mio mondo "sano". Adoravo guardarti, mentre ti pettinavi.
Era come se tu prendessi il volo. Trattenevi uno spicchio di calma per te, ferma in mezzo ad un girone dantesco. Riprendevi, ti raccoglievi miracolosamente intera e poi scendevi. Grattavi via te stessa da sopra quegli strati di marciume. E poi scendevi, brillante come una corazza. Sciolti i capelli, sciolto il nucleo vero di chi eri, venivi a prenderti un tempo e uno spazio, e addirittura un nome. E mentre ti pettinavi, stavo insieme a te nella tua bolla di sapone… la tua forza bastava a entrambe, là dentro non ci accadeva niente. Fuori, i tuoi parenti si rincorrevano e si urlavano addosso, pieni di pidocchi e miseri pensieri. Tua madre impazziva, tuo padre si ubriacava e la picchiava… fuori.
I miei genitori erano menefreghisti e lontani, e nonna, la mia adorata nonna irrimediabilmente vecchia… fuori. Ma dentro tutto era nostro. Nostri anche i tuoi capelli che giocando intrecciavo… che giocando mi avviluppavano…
Oggi li hai tagliati. E io sto correndo. Non sono adulta, ancora, e tu nemmeno. Non sono salva, ancora, e non ti ho salvato. Vorrei offrirti ancora casa mia, portarvi lì, tu e il tuo folletto… Ma è sbagliato…
Hai i capelli corti adesso.


© Silvia Pannocchia 2002 -  Tutti i diritti riservati


 
 

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