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No, non aveva dato risposta. Erano passati più di due mesi e non aveva risposto.
Emilio ogni tanto tirava fuori dal cassetto il tagliando di cartoncino rosa e lo sfregava tra l'indice e il pollice mentre lo rimirava assorto. Ormai era diventata una consuetudine. Quando si accingeva a scrivere, ogni volta ripeteva quel gesto, come aveva visto fare da alcuni sportivi prima di affrontare una gara. Ma per lui era qualcosa di più. Custodiva nel cassetto la firma di un poeta famoso, un grande poeta (questo lo affermavano anche i suoi peggiori avversari politici) che aveva rivoluzionato la poesia del novecento. Il nome era tracciato a biro sulla ricevuta della raccomandata con il tratto sottile di chi ha premura. Portava la data del dieci settembre.
Quando il postino gliela aveva recapitata, Emilio l'aveva tenuta un poco fra le dita come un'ostia sacra, gli occhi fissi alla debole traccia azzurra. Sì, d'accordo, ripeteva a se stesso, una normale procedura postale. Mica il destinatario poteva rifiutarsi di firmare oppure respingere il plico a priori, e perché mai? Però, intanto, il miracolo si era compiuto. Grazie alla burocrazia postale aveva fra le mani la firma del grande poeta, anzi, una piccola traccia della sua anima stessa. Quante volte ne aveva letto agli amici i versi più rappresentativi e narrato le peripezie del dopoguerra, fino all'internamento in manicomio e alla successiva liberazione. I più gli avevano voltato le spalle annoiati, solo Flavia era rimasta, con i suoi grandi occhi presbiti dietro le lenti convesse, i capelli sulla fronte e la bocca che pareva pronta a farsi baciare ogni volta che pronunciava la parola spurio. Per mesi e mesi avevano lavorato insieme alla tesi sul poeta controverso, si erano sfiorati il capo l'un l'altro, chinandosi sopra i dizionari, si erano incrociati gli sguardi in una frase sospesa. Driade e Amadriade l'aveva chiamata lui più volte e lei aveva esclamato scherzando: "Si accoppiano nella luce", una volta che il tardo pomeriggio li aveva sorpresi tra i fiori di cretonne del divano. Era stato un breve idillio, ma ancora certi versi del vecchio poeta puntellavano i suoi ricordi.
Era una ragazza dalla pelle chiara e dall'ombrosa allegria che veniva dalle foci del Po. Se n'era andata un anno dopo a fare la giornalista in una grande città; gli aveva lasciato i propri appunti macchiati di caffè e avvolti in un sentore appena percettibile di Lanvin. Gli telefonava ancora a Natale e per il suo compleanno e ogni estate Emilio riceveva cartoline luminose dall'estremità occidentale dell'Europa.
Mano a mano che il tempo passava senza risposta Emilio cercava di farsene una ragione. I primi giorni, ogni volta che si sedeva allo scrittoio, tirava fuori dal cassetto il cartoncino rosa e ne contemplava la firma. Gli pareva di poter indovinare lo stato d'animo con cui il destinatario aveva accolto le sue poesie, e il contatto fisico con quel pezzo di carta che entrambi avevano toccato gli dava quasi l'impressione di poter sollecitare telepaticamente una risposta. Intanto andava ripetendo a se stesso, ma senza volersi veramente convincere, che dopotutto i suoi versi non potevano interessare molto quel vecchio poeta stanco. Lui sì ne aveva scritti di grandi e tanti ne aveva letti delle migliori avanguardie negli anni di Parigi. Chi sono io, alla fine? Soltanto uno che ci prova, uno fra tanti con questo vizio. E cosa può aver pensato leggendo le mie poesie? Già viste, già viste. Anche un po' goffe, magari.
Ora si giudicava ridicolo per quel gesto; aveva preteso proporre i suoi balbettii a una persona che forse aveva già superato il piacere stesso della letteratura. Ripensava a quella decina di poesie sigillate in una busta gialla e affidate trepidante ai sacchi della posta, mescolate nell'oscurità promiscua di gioie, lamenti, annunci e invocazioni, pregando per esse come per l'anima di un parente.
No, certo non risponderà, aveva concluso dopo un mese. E poi, cosa potrebbe dirmi?
Aveva però continuato a rigirare fra le dita il cartoncino rosa ogni volta che si sedeva al tavolo per scrivere una lettera, annotare qualche verso nel blocco degli appunti o correggere i temi di inglese della classe dove ora insegnava. Era diventato un gesto abituale, come pulire due volte le scarpe sopra lo zerbino ogni volta che entrava in casa, e vagamente scaramantico, come la mania di portare sempre un fazzoletto rosso ripiegato nella tasca sinistra.
Amava camminare in un libro come dentro una città. Seguiva i percorsi obliqui, disertando i luoghi più famosi e frequentati. Sperimentava l'incanto improvviso davanti all'insegna di un negozio come davanti al fregio di un portone antico, cercava le immagini nitide che si levano dal ritmo monocorde delle parole allineate, come nel grande vuoto di una piazza la statua di un cavaliere immemore della sua storia. Prediligeva il tempo sospeso del crepuscolo, quando ogni cosa è in equilibrio fra la luce e il buio e i lampioni si accendono sotto un cielo ancora chiaro. Per questo, forse, aveva amato subito a quel modo i versi un poco farraginosi del poeta americano, considerati ostici dai più e costruiti con materiale di riporto, che attraversavano la storia con voce cangiante, risvegliavano gli dei dal loro sonno di pietra e abolivano il tempo. Un richiamo che risuonava per un dedalo di vie consumate.
Ma era un'illusione inutile, lo sapeva, credere di poter gettare un ponte di parole fra sé e quel patriarca delle lettere, chiuso nel suo silenzio ostinato. Quale sentimento di simpatia e di amicizia si poteva coltivare fra un giovane apprendista e l'anziano signore che aveva vagabondato tutta la vita attraverso le terre assolate del Mediterraneo e sui percorsi dimenticati dei cavalieri medioevali, che si era aggirato fra mandorli in fiore e rumori di guerra? Doveva portarsi ancora un fruscio di querce nelle orecchie e una qualche visione terribile gli si era impressa nello sguardo.
No, il vecchio poeta non avrebbe risposto. Da molto tempo non parlava più con nessuno. Si era rifugiato nel castello della figlia, fra pendii erbosi e alberi di mele, circondato dai suoi ricordi e dai cani. Era stata una decisione puerile inviargli quella busta di poesie. D'altra parte, Emilio non si era mai aspettato veramente niente da lui, gli era sufficiente avere fatto quel semplice ridicolo omaggio. Se lo avesse incontrato per la strada, si sarebbe accontentato di stringergli la mano e sarebbe stato felice anche solo di guardare negli occhi il vecchio maestro.
Il vecchio sedeva nello studio su una poltrona di vimini, le gambe coperte da un plaid, lo sguardo svagato fra le ombre dei larici fuori della finestra. Tutto il suo aspetto ricordava da vicino un patriarca consumato dal deserto, i capelli soffici e scomposti gli disegnavano un'aureola di nebbia intorno al capo. Dentro la stanza il tempo si affrettava nel ticchettio di una sveglia. Teneva fra le mani una copia dei Dialoghi di Confucio dai bordi sdruciti. Accanto, sopra un tavolino, stavano una teiera e una tazza di porcellana cinese con disegni di fiori e di uccelli, un tagliacarte d'avorio e gli occhiali. Nella tazza era rimasto un avanzo di tè dimenticato e freddo. Il poeta batteva sul bracciolo con le lunghe dita ossute un motivo di cui non ricordava il nome.
Quando la domestica bussò non udì i colpi alla porta, era intento a osservare una poiana, alta sopra le cime dei larici; gli ricordava i versi di un amico. Ora l'amico era morto. La domestica entrò portando dei giornali, una lettera e una grande busta gialla. Vostra figlia stamani si è dimenticata di consegnarvi la posta, disse, e chiese se dovesse portare via il vassoio con la tazza e la teiera. L'uomo fece un cenno con la mano aperta, posò il libro, si versò dell'altro tè nella tazza con gli uccelli dipinti e ne bevve un sorso, poi fece un altro gesto con la mano, come accompagnando l'andante di un orchestra. La donna raccolse il vassoio e fece per andarsene. Prima di uscire si voltò. Non dovreste stare così alla finestra, disse, pare stia per arrivare un temporale.
L'uomo, rimasto solo, diede un'occhiata alla busta gialla, che fossero i documenti richiesti da tanto?
No, veniva da una piccola città di provincia e il nome del mittente, in un minuto carattere stampatello, gli era sconosciuto. Lo mise giù temendo di trovarvi qualche lamentosa perorazione, o peggio un gonfio vaniloquio sulla sua opera. Ne riceveva sovente da circoli, fondazioni e anche da semplici cultori delle lettere che si assumevano personalmente l'iniziativa, lo subissavano di richieste e adulazioni, penetravano nel suo silenzio, gli rovesciavano addosso il rumore molesto di un mondo che non riconosceva più e al quale aveva deciso di voltare le spalle.
Aprì la lettera con il tagliacarte d'avorio. Era l'invito per una serata di beneficenza. Lo strappò e ne mise i pezzetti su tavolino. Sfogliò un poco i giornali. La politica estera era attraversata da nomi nuovi che non gli ricordavano niente, la parola democrazia gli era sputata in faccia a ogni pagina come un improperio; nelle pagine culturali si muoveva un serraglio di imbonitori dall'incerto futuro. Un articolo sulla produzione delle arachidi gli attrasse per un momento l'attenzione, sorrise davanti alla foto di un pugile chiuso in difesa con i guantoni davanti agli occhi: gli ricordava il suo amico Ernest, quando gli insegnava a tirare di boxe a Parigi. Non avrebbe nemmeno saputo dire quanto tempo era passato, parevano ricordi di un altro uomo. Anche l'amico Ernest era morto, tutti erano morti, gli amici. Decisamente le notizie non lo interessavano. Alzò il capo e stette un poco a quel modo, in sospeso. Gli pareva che il tempo si fosse fermato. Il pavimento riverberava una luce indiscreta; socchiuse gli occhi. Quando li riaprì udì di nuovo il rumore della sveglia, allora ricordò il titolo del brano che aveva battuto a lungo sul bracciolo.
Aprì la busta gialla. Il mittente sconosciuto e quella piccola città dal nome innocuo avevano tentato la sua curiosità. Scorse rapidamente la lettera d'accompagnamento e sorvolò sui luoghi comuni: alla parola maestro, scritta con la maiuscola, piegò un poco la bocca e gli occhi gli si rischiararono brevemente. Trasse i fogli e cominciò a leggere. Suo malgrado fu sorpreso. Le poesie dello sconosciuto non avevano la sciatteria del dilettante, erano nitide e precise, anche se nel contenuto tradivano una certa ingenuità dell'animo. Ecco qua uno che crede nei buoni sentimenti, sorrise fra sé. Di certo Villon non avrebbe guardato alle cose da quel punto di vista e Bertran de Born nemmeno, nemmeno l'astuto Li Po, gran bevitore e poeta incallito. Ma del resto, buoni sentimenti o no, era pur sempre la forma a dare un significato al tutto. E la forma, ecco, sì, la forma era molto vicina alla scultura pulita dell'Imagismo. Imagismo. Sorrise con quel suo modo di piegare la bocca, quasi che il gesto gli facesse dolere i muscoli del viso. La parola gli suonava ancora bene, ma tutto il tempo trascorso ne faceva un oggetto da museo. Era sorprendente, quel ragazzo sarebbe stato davvero un buon poeta imagista, peccato non fosse nato mezzo secolo prima. Adesso i frutti erano destinati a marcire sul ramo.
Continuò a leggere con più interesse, con quel sorriso storto impresso sulla faccia. Di nuovo non udiva più il rumore della sveglia. L'ombra di una nuvola oscurò il versante della montagna e le cornacchie si misero a gracchiare tutte insieme. Ricordò il concerto che aveva visto scritto sui pali del telegrafo e riprese a picchiettare sul bracciolo della poltrona. Doveva affrettarsi prima che scendesse il buio. "Al poco giorno", mormorò a fior di labbra, "al poco giorno", ripeté ad alta voce. Sentiva di essere un sasso trascinato dalla corrente, il suo modo di affrettarsi era la sua indifferenza tetragona. A un certo punto smise di picchiettare e prese il foglio con tutte e due le mani. Nel giro di due versi aveva trovato una parola che in nessun modo si sarebbe potuta sostituire con un'altra, una parola senza la quale i due versi sarebbero stati un semplice accostamento di suoni, un'immagine confusa. Era la parola esatta, ciò che aveva teorizzato tutta la vita. Vi batté sopra il dito due, tre volte. Sì, era proprio così, accidenti, il giovane poeta aveva imparato la lezione.
Si alzò dalla poltrona e lasciò che la coperta scivolasse a terra senza raccoglierla. A piccoli passi si diresse verso lo scrittoio, tenendo in mano il foglio. Prese un lapis azzurro e con quello chiuse i due versi in una cornice sottile.
Erano passati molti anni. Non era arrivata nessuna risposta. Lo stesso poeta aveva dichiarato pubblicamente la sua decisione di non parlare più, citando un laconico versetto dell'Ecclesiaste. Poi Emilio ne apprese la morte dai giornali. Gli articoli di fondo sottolineavano il valore della sua eredità, parlavano soltanto della furiosa bellezza che aveva saputo trascinare dentro i suoi versi, e della quale si sarebbe discusso ancora per molti anni a venire. Notò con sollievo come lasciassero ai margini le critiche all'uomo e alle sue scelte politiche.
Quando uscì l'opera completa del poeta, in una edizione critica con il testo annotato, che comprendeva le ultime cose e i frammenti non ancora ordinati, Emilio acquistò il volume e lo frequentò per giorni e giorni come un amico ritrovato. Finché una sera, sfogliando le ultime pagine, fu colpito da due versi che riconobbe immediatamente. L'annotazione a piè di pagina recitava: Si tratta quasi sicuramente di una citazione, la cui origine è però incerta. Seguivano due nomi di poeti minori del periodo imagista, con un punto interrogativo fra parentesi.
Emilio rimase a fissare i due versi come se li leggesse per la prima volta. Rimase a fissarli finché parvero staccarsi dalla pagina e venirgli incontro. Non udiva più il ticchettio della sveglia e tutto il rumore del tempo non era altro che il rumore del sangue nelle orecchie. Fra le sue mani il peso leggero del libro era il peso leggero del poeta che gli aveva risposto dal suo luogo lontano.
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