Da "Il mare nel cielo" di Silvia Palombi, Charta Edizioni 2005

Un viaggio che si dipana dalla Svizzera alla Sicilia, mentre la protagonista osserva dal finestrino di un treno i luoghi comuni del nostro sgangherato e sbalestrato paese. Tra un cane sognatore, segreti familiari e navigazioni sulle insidiose onde di internet, questa è la storia d'amore strana di una donna che a metà della sua vita approda a uno strano compagno che finalmente la comprende.
Silvia Palombi (Roma, 1952), una vita da ufficio stampa. Scrive da anni per i libri degli altri. Questo è il suo primo libro. 

Principio di agosto - ore 8,00 Maloja - stazione della Posta.
"viaggio lento" incomincia da qui, dal senso di libertà e di serenità totale che mi tiene dritte le spalle come avevo dimenticato da tempo. Lo zaino è vuoto, si riempirà a Milano. Mi piace l'idea di scendere l'Italia piano piano, guardandomi intorno e assaporando lentamente paesaggi e gente. Capisco solo adesso quanto lo desideravo e non mi sembra vero.
Stamattina, dopo una settimana di passione meteorologica con pioggia battente continua, un freddo improponibile e neve, avvilente per l'inizio delle vacanze, finalmente c'è un sole perfetto. Guardo le cime dei monti che circondano i laghi dell'alta Engadina e me le godo.
Ecco la val Bregaglia, non c'è più neve e il clacson del postale mi mette allegria. Sono contenta quasi alla commozione. Tira un vento freddo ma non c'è una nuvole e io, che senza sole ingiallisco come una pianta, dopo cinque giorni di grigio e pioggia perdono qualunque cosa.
Puntualissima arriva Chiavenna e salgo sul treno per Bellano con due minuti di anticipo; il senso di libertà mi elettrizza, ma forse è l'ozono.
Il paesaggio è cambiato totalmente, neanche la gradazione del verde è la stessa. Niente più abeti ma salici, robinie, qualche betulla e nei campi tanto granturco, "carlòn" come dicevano gli innumerevoli zii paterni di queste parti, e qualche vite. Nei giardini, accanto a oneste ortensie indigene, svettano purtroppo, fuori zona e pretenziose, l'erba delle pampas e qualche araucaria, spaesate ma in buona salute. Per fortuna nelle stazioni ci sono quasi soltanto ippocastani. E c'è odore di erba e letame, che entra dal finestrino.
Appena intravedo il lago di Como mi prende una leggera malinconia: penso a quante volte abbiamo preso in giro mia nonna che, nata qui e consegnata a Roma dal matrimonio, ogni volta che tornava quassù, in vista di Lecco sospirava immancabilmente "oh… il mio bel lago…!" tra gli sbuffi generali. Adesso sto sospirando mentalmente la stessa cosa e mi viene quasi da ridere.
Una mosca si arrampica sul finestrino. Gli insetti che si intrappolano nei treni o nei pullman o, peggio, negli aerei, sono destinati a rimanere senza famiglia.
Le 10. C'è sempre il sole e tra poco arrivo alla stazione di Bellano Tartavalle Terme; da quando sono nata ho cambiato tante case, a dodici anni sono stata trapiantata da Roma a Milano, ma qualunque cosa accadesse un pezzo di vacanze l'ho sempre passato a Lezzeno, frazione di Bellano, paesino natale nonnesco occupato dal Santuario dell'omonima beata vergine che in passato, sperduta in quelle campagne pianse sangue. Chissà perché; era un tempo così felice confronto a questo!
Oggi, a distanza di tanti anni, Gora (quattro case) è per me come Tara per Rossella O'Hara, ci vado, ci sto, mi ritrovo, mi rigenero.
Dopo una settimana trascorsa invariabilmente in questo modo: papà - piante - orto - cane - far niente - pisolini - lettura senza orologio, riparto in treno verso sud sempre con una sensazione di grande, totale sbrigliatezza, come quando finiva la scuola.
Varenna: l'abbandono delle stazioni delle Ferrovie dello Stato si è portato via il calendario di piantine grasse e fiori che mi sorprendeva sempre un po'. Peccato. Mandello, la Moto Guzzi; poi Lecco e infine Milano. A casa preparo euforicamente il piccolo zaino calibrando i pesi come per una spedizione con Messner e vado alla stazione.
Milano-Roma, freddo polare per un'aria condizionata idiota. Grande contentezza ma qui il tragitto ormai lo conosco a memoria, come sempre il primo pino marittimo che appare (pino domestico, quello da pinoli ma mi piace chiamarlo marittimo) mi fa sentire a casa. È la forma che mi manca di più, lassù al nord, quando rivedo il primo mi sento a casa. I primi anni dopo il trasferimento, ogni volta che si tornava a Roma, sull'autostrada del sole quando si attraversava il Po papà diceva "preparare i passaporti".
Dormicchio, leggo, ascolto musica e, a Roma, prendo la coincidenza per Palestrina, dove rimarrò qualche giorno dalla mia amica più cara che combatte caparbiamente con acciacchi non da poco. Le voglio bene, la penso tutti i giorni, ha un anno meno di me e siamo state tanto insieme da piccole, era l'amica delle marachelle, è la sorella che non ho avuto. È un miracolo ambulante: resiste tutti i giorni, con leggerezza, firma le belle poesie che scrive con uno pseudonimo che è il suo autoritratto, Speranza Battaglia. Una è questa "ho fatto l'amore con la vita e mi sono addormentata vicino a lei".
Capisce anche quello che non dico.  ...

 

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