| "Il gatto poverino" di Ivano Palladino |
Il gatto poverino era sempre alla ricerca di sostento. Lo trovava qua e là nei rifiuti degli uomini, ma per lui erano banchetti. Ossa di pollo mal mangiate con la carne attaccata strappata male, scatole di tonno e pesce vario e avariato che per il gatto poverino oltre che sostento erano stravaganze culinarie. E così il gatto poverino continuava la sua vita e quasi si sentiva un leone per tutto ciò che aveva a disposizione giorno dopo giorno. Certo, gli mancavano quei bocconcini di topo, quei topolini tanto teneri e indifesi che giravano tanto tempo fa e che adesso si erano tramutati per quell'abbondanza di cibo in grossi ratti scuri che a volte persino gli incutevano timore. Beh, a dire il vero era la mamma che gli raccontava le storie di giochi e di caccia verso quei topolini tanto saporiti e verso le lucertole che pur continuando ad esistere erano ben poche rispetto al passato. Ma la mamma del gatto poverino era vissuta in paese e lì le cose lì erano ben differenti dalla città al quale era stata costretta per aver dormito troppo a lungo in un camion che aveva fatto tappa fissa in quella metropoli. Il gatto poverino non aveva molti contatti con altri gatti, solo li guardava dai loro balconi tutti puliti e annoiati a volte infastiditi da bambini troppo maldestri nell'accarezzarli. La casa di gatto poverino era la strada, spesso vicino il caldo motore delle auto da poco spente. Questo suo alloggio era sempre tiepido ma allo stesso tempo sempre un po' sudicio di grasso nero che lo colorava a chiazze lui che era tanto bianco da sfidare un fantasma di gatto. E poi, il grasso oltre a sporcarlo gli toglieva anche le carezze dei bambini, che quando lo vedevano e stavano per toccarlo, la mamma o qualsiasi altro passante li rimproverava e fermava le loro mani prima che si avvicinassero ad un gatto tanto sporco che sicuramente aveva qualche malattia o ancor più grave, certamente l'avrebbe passata. Quasi come se il malanno stesse aspettando proprio quei poveri bimbi, per uscire da quel gatto e vivere un po' nel corpo di un uomo. C'erano gatti randagi come lui, ma vivevano quasi tutti in una vecchia villa abbandonata e difendevano talmente bene il loro territorio che non permettevano a nessun gatto estraneo di avvicinarsi nemmeno a venti metri di distanza. Erano gli aristocratici dei randagi. Oltre a vivere in una villa con ventidue stanze e una cantina immensa, essi ricevevano il mangiare personalmente dalle gattare che di sera in sera si affrettavano a curare quei gatti poverini che poi erano nobili nella loro dimensione. Il gatto poverino invece continuava solitario e comunque non sembrava affaticarsi troppo. A volte trovava perfino pesce fresco dimenticato vicino alle barche dei pescatori distratti. E a volte quando era estate dormiva anche sopra le poltrone o i divani buttati che aspettavano a lungo prima di essere tolti dalla strada. Insomma aveva una vita di tutto rispetto. Solo era un po' sporco agl'occhi della gente e degl'altri gatti che tra di loro si leccavano e si pulivano. C'era su di lui sempre qualche macchia di grasso ora sul volto ora sul dorso, in posti difficili da poter pulire, ma oltre a questo sembrava sempre in forma e la sua dieta era certamente molto varia. A volte faceva una serenata sotto le finestre delle gatte domestiche e anche se raramente, capitava che nel periodo degli amori qualche gatta ribelle e fuggitiva passava delle ore con lui. Forse aveva anche dei figli, ma non era certo di questo perché spesso le gatte di casa erano trasformate solo in micine di compagnia senza nemmeno il desiderio di procreare. Ma ciò che importava era che la sua vita aveva tutti quegl'imprevisti che lo facevano sentire più che randagio selvaggio, quasi come se mai avesse abbandonato la sua vita naturale. Non sembrava poi tanto poverino ma era quello il nome pronunciato dai bambini e dagli adulti un po' bambini nel vederlo. Guarda quel... quel gatto... è tutto sporco... forse ha fame... E continuava così fino a che lui, il gatto poverino non scompariva dietro un angolo o si rifugiava sotto una macchina da quegli sguardi irriverenti. Sembrava che tutto dovesse scorrere nella stessa maniera, quando il gatto poverino scampato da un un brutto incidente con un auto che imprudente correva per la città, decise che non era più il caso per lui vivere nelle strade, almeno di giorno quando le macchine e il traffico oltre a mettergli ansia erano realmente pericolose per la sua stessa vita. Decise allora di andare a vivere sui tetti. Il panorama sarebbe stato magnifico, le gatte di casa sarebbero state ben più vicine e abbordabili per il gatto randagio dei cieli o dei tetti come avrebbe voluto farsi chiamare. A volte sarebbe persino stato invitato a mangiare qualche boccone nelle terrazze di quei bambini che desiderano un gatto ma solo possono dare a mangiare e carezzare quelli di qualcuno o di nessuno. La notte sarebbe tornato per le strade per passeggiare e mangiare tranquillo senza il pericolo delle auto che esagerate riempivano la città. E la sua vita cambiò. Ora non era mai sporco del grasso nero delle auto e sempre più si sentiva padrone di tutto ciò che era elevato a dieci metri da terra. I tetti ed il cielo oltre che la sua casa erano il suo dominio, e quando uno dei gatti aristocratici della villa si avvicinava, lui puntualmente lo scacciava e manteneva il controllo dell'alto della città. Purtroppo il suo dominio aveva fine là dove le costruzioni troppo distanti non permettevano al gatto dei tetti di continuare la sua strada. Ma lui si allenava e giorno per giorno migliorava nei suoi salti. Alcuni raccontano che fosse capace di saltare anche tre palazzi interi con tre salti uno dietro l'altro, ma spesso ci sono delle esagerazioni nel raccontare. Fatto sta che lui era realmente bravo ad andare da palazzo in palazzo. Un giorno però per dimostrare la sua bravura a tante gatte che ammiravano il suo valore tentò un salto eccezionale e la sorte ed i venti non furono con lui. Si schiantò nel bel mezzo di una strada e con lui terminò la storia del gatto dei cieli o dei tetti come lui voleva che lo chiamassero. © Ivano Palladino - 2002 |