| "Omar" di Antonio Nonnis, 2002 |
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L'affascinavano le facce nelle fotografie in bianco e nero dei cimiteri monumentali tirati a lucido per la festa dei morti, cresciuto com'era in mezzo ai funerali tetri e piagnucolosi della sua terra dove pagavano le donne per piangere dietro al feretro, nella certezza che tra i parenti non sarebbero mai arrivati a tante lacrime. A sette anni ne aveva visti venticinque, molti non erano neppure di famiglia ma si usava partecipare per mostrare l'amicizia, altrimenti l'avrebbero presa come uno sgarbo. E anche perché la maggior parte erano morti ammazzati, e non andare al funerale equivaleva a rivendicare l'assassinio. Per cui, tutti andavano al funerale di tutti, e chi fossero gli assassini, benché si sapesse, non si sapeva mai. Crebbe nei cimiteri di vari paesetti, portato di posto in posto dalla madre a cui avevano ucciso tutti, non uno di meno, non restandogli che lui come ultimo maschio d'ammazzare nella sacra faida di famiglia. Crebbe scappando, e ogni volta i suoi passi erano più lunghi perché le sue gambe crescevano. E crescevano anche le domande di un bambino, quelle a cui è difficile rispondere: mamma, come si ammazza la gente ? E mamma rispondeva che era Dio quello che toglieva la vita, non restando che aspettare ognuno la propria ora di morire. Loro scappando, altri vivendo fermi, che tanto l'ora non era ancora giunta. Crebbe scoprendo che Dio era un assassino, e la differenza tra scappare e stare fermi stava nel decidere se andare oppure restare ad aspettare, che tanto prima o poi sarebbe morto. Al cimitero ci stava bene, tranquillo, godendo della pace del silenzio dove anche le parole d'odio e di rancore stanno zitte, inchinandosi davanti a chi non le può più ascoltare, ridotte a faccende da vivi che non interessano più. E guardava tutti i buoni e tutti i cattivi sfilare in buon ordine davanti alle fotografie in bianco e nero, assorti nel ricordo del chi fu. E voleva diventare morto anche lui, tutti rispettavano i morti, anche i potenti, e lui voleva essere rispettato, ossequiato dai vivi che gli sfilavano davanti. Conobbe la differenza tra lui e gli altri, tutti mesti ed impauriti di finire proprio li, dietro ad una foto a putrefare di rancido la bara, mentre lui non vedeva l'ora d'indossarla, d'accomodarsi sui cuscini in raso viola che sembravano così comodi, accoglienti, morbidi. Ci si accomodò, in effetti, un giorno di Novembre. L'odore della canfora lo colpì, non sapeva a cosa associarlo. Che mai ci facesse l'odore della canfora dentro una bara con i cuscini tutti belli e lucidi, sembrava essere un mistero. Non avrebbe voluto andarsene con l'odore della canfora come ultimo da sentire. Si sollevò dalla bara, andò verso l'auto della madre parcheggiata li vicino perché erano andati ad abitare dalle parti dell'agenzia funebre, aspirò un po' di benzina e la mise dentro una bottiglia plastica. Tornato all'agenzia, inzuppò tutti i cuscini viola. L'odore carismatico dell'idrocarburo gl'invase le narici dandogli un sollievo inaspettato, caldo. Fino ad allora non l'aveva mai aspirato a fondo, mai apprezzato per tutto il potere che aveva: un'energia potenziale di fiamma a cui non aveva mai badato. Accese un fiammifero e diede fuoco alla bara con tutti i suoi cuscini dall'odore di canfora. Desiderò di essere coricato in mezzo a quelle fiamme, tutto contento di bruciare vivo dentro una bara. Scappò appena le fiamme iniziarono a bruciare un tendone viola di velluto, mangiandosi l'agenzia con tutto quello che c'era dentro, compreso un morto fresco fresco appena liberato dalla legge dopo l'autopsia, tutto bardato da coglione a far l'ultimo viaggio tra le risa dei fantasmi. Il sistema, quello sociale, con la polizia e i magistrati intelligenti, arrivò a lui in un tempo talmente breve che si sentì veramente a disagio nel mondo degli uomini. Lui non sarebbe riuscito a risolvere il caso in così poco, dovevano essere ben intelligenti quelli li. Ma quando scoprì che avevano solo guardato un filmino di una telecamera di sorveglianza, decise che da li in avanti avrebbe giocato con quei coglioni fino a trovarne uno, almeno uno, che avesse più di un neurone dentro al cranio. Impunibile in quanto troppo piccolo, fu affidato ai servizi sociali e da allora fino ai diciotto anni visse in una casa famiglia senza mai vedere sua madre. Amava sua madre, ma qualcuno decise che fosse indegna di crescerlo, non capendo che era l'unica in grado di non far scattare il suo amore per la morte. L'amore di una madre contro l'amore per la morte, avrebbe vinto. Ma un giudice coglione decise che la madre era indegna e lui un ragazzino da salvare. Che fosse il mondo ad essere salvato da lui, non gli passava proprio per la testa. L'intelligenza, a livello globale s'annulla, come l'entropia dell'Universo. Ma in qualche sperduto angolo di qualche palazzo di giustizia del cazzo, è possibile che ci siano forti flessioni verso il basso. A diciotto anni Omar venne via dalla casa famiglia, con un fagotto di vestiti in spalla e la certezza di non aver nessuno, proprio nessuno, su questa Terra. Ed era felice. Della madre aveva un'icona gentile e tenera nel cervello, e tanto gli bastava come famiglia. Per il resto, guardava il mondo come un'interessante accozzaglia di morti che camminano. Omar ancora non l'hanno acchiappato, e probabilmente non lo acchiapperanno mai. Sapere d'essere speciale lo preserva dal resto degli uomini, ed aspetta d'incontrare qualcuno come lui che metta fine al suo delirio omicida, solo che non ne esistono dall'altra parte della barricata. Sembra che il genio sia migrato dall'arte per approdare al crimine, e i magistrati brancolano nel buio fra i miasmi della loro società in putrefazione. I magistrati sono tutti coglioni, ma qualcuno deve pur farlo quel lavoro infame, fetente, sempre dentro ai cazzi degli altri al punto d'inventarli per farli corrispondere alle proprie derive mentali. Un mestiere infame per gente infame, un mestiere sporco per gente sporca. Un mestiere. Omar decise di diventare magistrato, sentiva che s'addiceva alla sua psiche torbida ed intelligente, ma soltanto per avere una copertura per le attività a cui si sentiva più portato. Mentre diventava un killer si chiedeva perché. Perché fosse un assassino giudice di assassini, perché era Dio. Come tale ne sentiva tutta la solitudine agghiacciante, non voleva essere Dio, lui, soltanto Omar, ma s'accorse d'essere morto fin dai tre anni, quando iniziò a rendersi conto delle foto in bianco e nero sulle lapidi. Dio doveva essere un uomo molto solo! Con tutti quei cadaveri da accudire. Dio doveva per forza essere solo, sofferente, rassegnato. Come lui che continuava ad uccidere chi capitava, e ad ogni morte il perché diventava sempre più grande. Allora decise di mettersi sulle sue tracce, di pedinarsi, e, crollasse il mondo, si sarebbe acchiappato! Inciampò varie volte sulle orme dell'assassino, inafferrabile e tenace, che continuava ad uccidere con prevedibile cadenza. Poi si rese conto che anche l'assassino cercava il giudice negli angoli tetri dei portoni, sfilandogli tutte le notti dal sonno, portandolo alla pazzia. Solo nei cimiteri i due, in una terra di nessuno come solo la terra dei morti sa essere, riuscivano a parlarsi conservando intatta tutta la personalità. Il giudice e l'assassino s'intendevano davanti alle loro vittime, strabiliante metafora della realtà. Omar s'affilava le lame, Omar s'affilava la legge, l'uno contro l'altro per esistere e il cimitero per comprendersi. Omar non li acchiapparono mai, morì di sua volontà a trentacinque anni davanti alla fotografia in bianco e nero della madre, trovata finalmente in un cimitero nascosto e piccolino vicino ad un lago inquinato dalla diossina. S'era uccisa col gas pochi mesi dopo che le avevano portato via il figlio. I due l'avevano detto, tutto piuttosto che la foto in bianco e nero della mamma, a quello avevano deciso di non sopravvivere. Si spararono un colpo alla testa, uno solo per tutti e due. Il giudice lo seppellirono con onore. L'assassino ancora ride. © Antonio Nonnis 2002 - Tutti i diritti riservati |