| "Damocle " di Antonio Nonnis |
E mo' a sfangartela, coglione! Voglio proprio vedere come la seguiti. Proprio così, ha detto, "seguiti".
Helen e' aggressiva stamattina, continua a leggere le mi cose pensando che davvero c'è un nesso, un
che cui andare a parare. E inizia a parlare come io scrivo: sgrammaticata, troncando le frasi. Se scrivi a cazzo si può sempre rileggere, ma parlando a cazzo c'è poco da sperare che qualcuno ti riascolti. Piuttosto ti archiviano, ti lasciano li a putrefare col tuo lessico. La donna però mi assorbe, mi succhia tutta la personalità sfatta che mi trascino appresso a gingillar sui tasti, a comporre vesciche di frasi attorno alla matassa di pus cerebrale di cui cerco il bandolo. Mi ama. Diversamente non lo saprebbe a memoria tutto il bambazzo che ho scritto, con le correzioni e per filo e per segno. Helen mi stupisce sempre, e sempre ci trovo qualcosa che mi attrae a pareggiare il fiele che mi fa alzare. Non sopporto le donne, lei nemmeno, ma e bello averne almeno una nel mondo che ti legge, trasmettere anche se non sai
che, ma quel che già lo sanno loro, che dalle frasi risalgono i sentieri dentro la loro testa.
Non importa se una o molte, basta che tu dai la chiave per aprire. Puoi anche non sapere ciò che vien via dalle tue dita, e piano piano vien fuori qualcosa che neanche capisci. Non t'appartiene più dopo uscito quello che hai scritto. Appartiene al mondo, all'oceano delle idee che gli altri hanno bisogno vagando come plancton nella moltitudine a cercare comprensione. E tu che l'hai generato non sai più cos'è. Quindi io genero e non m'abbranco a nulla. Rileggere dopo tempo le cose mie come di un altro, col pudore di non cambiare neppure una virgola: ecco cos'è il mio scrivere. E' la mia necessità di Helen che l'assorbe, non di me che alla fin fine me lo scordo appena scritto. E' curioso come io scriva solo per le donne.
Come lo continuo? Le chiedo. Come me la sfango? E che t'importa? Tanto ti andrà bene lo stesso, lo so, e tutto l'astio che c'hai è solo che tu non sapresti scriverlo quel seguito. Mi esamina piano, in mano il libro, piangendo delicatamente due lacrime di cristallo. E' sempre così quando le faccio presente quanto lei sia incapace di sbagliare, di ammettere, di sognare. E' cresciuta pragmatica, solo denaro e voglia di viverci insieme. Io sono pazzo e ricco, e scrivo come mi pare. Per lei sarà sempre troppo il paragone con l'artista, che non ha bisogno di sapere come continuare, sa solo che lo farà. E ci vuole tanta sofferenza e tanta solitudine per questo, che solo così ci si conosce dentro al punto di avere la certezza da una parte, e dall'altra il rimorso d'aver alzato il fango. A lei solo le briciole del mio coraggio, che non è da tutti arrivare fino a li senza ammazzarsi. Helen ce l'ha con me
perché sono ancora vivo. Dice che non sono umano. Che non posso scrivere quelle cose ed essere ancora vivo.
Essere disumano sembra l'unica strada percorribile. In tutti gli umani c'è una vena da premio Nobel. Nei disumani è di più.
Quella mattina leggevo Crash di Ballard quando Helen me lo prende, lo scruta, e lo ributta. Deficiente però non me lo dice. Leggevo Ballard al contrario seduto sul water quando lei è entrata e me l'ha preso. Appena sveglio vado sempre al bagno, afferro un libro e cerco la giusta direzione di lettura, sennò lo rigiro. Ho quattrocento libri nel bagno, alcuni con ambizioni letterarie sfumate e un romanzo a fumetti di Apollinaire: le Undicimila Verghe.
Helen legge troppo per avere idee sue sul come sedersi sopra un foglio a scrivere. S'influenza delle sue letture, capace di riscrivere tutti i libri in tutte le lingue e con lo stile degli altri. Non abbiamo tanto in comune, poco di intellettuale, pochino di sentimentale. Solo la mia pigrizia poteva sposarsi col suo fare dinamico e saltellante. Più lei saltella più sono in equilibrio con la quota di entropia di coppia che mi tocca.
Però non saprei di che scrivere senza i suoi rimproveri che mantengono l'angoscia: lei è il nemico da sodomizzare, la carne ed il sangue del conflitto. Ciascuno ha diritto alla sua Helen personale in tempi che non si sa con chi prendersela, col male gravitante mollemente senza padroni sulla nostra testa. Helen c'ha visto la missione a nutrirsi dei miei traumi senza averne di suoi. Io la tengo a distanza quel che posso, mostrando al minimo il bisogno di attenzioni.
Resto in attesa di uno pazzo come me ma che da fuori non si vede quanto, anche se all'erta all'orizzonte vigila la trasparente certezza che non esiste. Se nascesse sarebbe troppo di un altra generazione. Da tempo presidio una trincea imprendibile e molti cervelli in putrefazione ne ornano il limite. Ciò che vedo, che sento, che tocco, che mi riguarda, che vive con me, per me, su di me, persone, fatti, emozioni, non mi appartengono. Sono lo specchio che mi riflette il corpo, con tutto di me che lo fanno gli altri.
Gli uomini si trasformano in pretese d'esistenza, si difende addirittura, la vita, ci si emancipa dal pozzo della solitudine consapevole di servire agli altri per farsi compagnia. Io sono un uomo perché so di essere l'unico, gli altri placano soltanto la propria disperazione chiamandola amore.
E' la normalità la mia droga proibita, l'apparenza del mondo che sembra eccezionale, bello, con nessuno che ha problemi, con tutti che ridono. Io avrò riso due o tre volte e nemmeno me le ricordo. Guardando gli altri che lo fanno ho provato ad essere contento, allegro, normale, ma non ne ho retto l'angoscia nascosta. Meglio sputarla via man mano che ti prende, come un catarro soffocante che se lo reprimi ti gonfia i polmoni e muori. Essere normale per me sono polmoni soffocati dal catarro, che non ce n'è molta di vita da scrivere, spegnendoti pian piano fino al rantolo. Levarsi dagli uomini mi aiuta abbastanza da lasciarmi a combattere soltanto con la mia di angoscia.
Helen dice che ho un ordine mentale personalizzato. Ma un po' guasto però devo esserci davvero se perdo con frequenza tutto quel tempo, durante il quale non ricordo che faccio. Scrivendo, scavo il torbido puzzle che mi stagna dentro, trovo cose aberranti, putride, devastanti. Non è tutto bello quello di cui siamo fatti, e in qualcuno alle volte vien fuori. Helen è morbosa nel guardarmi distrutto con le idee a brandelli, mi stuzzica il marcio poi lo legge nei miei racconti.
Ci son posti nascosti nel buio dove il buio non esiste per niente, vedi il punto che se lo superi resti li, scemo per il resto. Si avvicina sempre più quel punto bastardo, mi tallona, mi tacchina il cervello, lo reclama per farmi oltrepassare il buio. Ci vuole niente, molto meno di quanto.
Dentro al cerebro vivono tutti, ma proprio tutti, i demoni malvagi.
A pranzo mangio solo. Sulla terrazza guardo il mare che s'incazza e mi consolo che non sono una barca. Helen è uscita per comprare, tornerà con un sacco di libri, due o tre bracciali e un orologio per me. Mangio poco, la medicina non vorrei prenderla ma neppure vorrei buttarmi di sotto: il dopo pillola è un rifugio dolce, tenace di ricordi e di spasmi. A vivere da quelle parti c'è solo da guadagnarci: non soffri, non piangi e non parli. Al contrario, soffrire, piangere e parlare, sembra il ritratto del resto del mondo: lurido, infame, imbroglione.
Nel pomeriggio mi occupo di Coffin, il filosofo rapinatore di Fisher, nel caldo dello studio dove scrivo. Mi assopisco in fretta con la medicina che naviga mollemente nel cervello.
Mi sveglia uno squillo estenuante: è Pier! Helen non c'è che ancora non è tornata. Il mio amico, di la dalla cornetta, vuole una serata fra uomini. Si parlerà anche di donne, ed io al solito pagherò il conto mentre loro finiranno zigzagando per la via, a raccontarsela sul serio di come sono bravi a far l'amore.
Accetto poco convinto. Ma la casa, il libro, il buio della notte da solo, oggi sono avversari troppo vispi per star li a cercar la rissa.
L'amicizia è un dono fantastico, adolescenziale. Ha nella figa un nemico troppo forte per esistere in altre età. Lo può al massimo con cose già raccontare, rilucidate, ma quanto a rinnovarsi solo in pochi possono gustarne il sugo. L'amico, se non si scopa la tua donna, è il suo peggior nemico.
Questo almeno mi viene in mente mentre Albert, Pier, e Susan, si chiama così adesso, ma io sostengo la causa di Mark, il suo vecchio nome, raccontano le stesse storie sempre diverse. Faccio passare del tempo poi pago e me la squaglio.
Scelgo una spiaggia desolata battuta dalla burrasca nelle vicinanze del porto. Mi accompagno col rumore delle onde, e nient'altro vorrei essere al momento che la schiuma nera e bianca di risacca, che a venire mille volte e mille indietro, almeno c'ha il suo scopo bello e chiaro a fare quelle cose con saggezza.
Dal buio arriva Lester, il mio amico Lester, morto respirando una bombola sott'acqua ch'era già finita. L'ultima boccata a nutrire la paura prima di vedere la vita tutta intera passare dalle cornee, a far più male di un bisturi che fruga. Volendo ancora vivere, è finito in fondo al mare, e i granchi han fatto presto a far baldoria. Si dice che sono i pesci che iniziano a mangiarti, ma sono i granchi i fetenti, che entrano dentro e finiscono il lavoro del tempo, ma in molto meno.
Lester arriva qui, vicino alla mia spiaggia. Diventa luminoso e parla. Ma non c'è testa oggi, e anche le visioni vogliono il substrato, anche la follia qualcosa su cui stare. Proprio non c'è niente oggi a sostenere il mio bordello. Penso soltanto che tutti gli amici morti sono i migliori che ho avuto e non so se perché morti o perché non li ricordo. Su quelli vivi ho lamentele feroci e da dire mica poco. Ma in fondo, non posso raddrizzare ciò che e' nato storto. Ho troppe persone a cui badare per far loro compassione. E poi c'è sempre il mare.
Ecco che arriva anche Marcel, l'indeciso Marcel, in bilico tra la vita e l'effimero bruciava di noia tutta la metropoli, stendendo la luna sulle foglie cadute. Secche e bruciate, nere di vergogna e non per questo asciutte, ridicole e sgambate, le puttane della notte lo ammaliavano molto.
Ma per lui niente luna o foglie morte di sentimento, soltanto la puzza dei vicoli i rumori dei bidoni e lo sciacquio dei topi nelle pozzanghere: "ancora una, una sola e ti dico un segreto", mi diceva.
Io l'ascoltavo, Marcel, tra la puzza del fiume e l'odore di sperma dei preservativi buttati dal ponte. L'ascoltavo parlare del mare, della pioggia e del vento. Aveva le idee dentro un vaso d'acciaio, aveva le azioni nella teca di vetro.
"Una sola", mi pregava, ed io gli dicevo dell'ultima scopata, glie la raccontavo tutta e lui rideva stretto stretto nel freddo dell'inverno, scaldandosi un poco che non aveva legno. Era un barbone unico, l'unico barbone astemio che conoscevo.
Accostava lentamente alla morte e voleva essere mangiato dai pesci, chiedendomi sempre che se fosse morto ed io li, di gettarlo al fiume, ci avrebbe pensato poi ad andare al mare. Povero amico. Farfugliava di troppo, un giorno, di ricchezze nascoste dentro al grembo malato, farfugliava di un figlio che gli cresceva dentro e l'amava di già, il neonato fantastico, il figlio suo bello: un cancro cisposo di nome Raul.
Fu l'unico uomo a battezzarsi il cancro e morì commosso, contento e gentile, fra le mie braccia di ricco. Non parlò più, solo puzzava. Il terzo giorno lo diedi al fiume pregandogli accanto la preghiera del mare, di un figlio nato per strascicar la polvere, partorir la carne che se lo mangia e infine ridere, ridere, e ancora, di quella vita al biasimo dei gatti, lo sciabordio di schiume, lo scrivere bellissimo.
Era il migliore scrittore del mondo, Marcel, tanta bellezza dentro da raccontar di favole. Solo dolci e contenti e grati, i personaggi dei suoi racconti, solo sentimenti e amori troppo belli. Lui derelitto e reietto e stanco, senza una casa ed una donna al fianco, ha scritto mondi così felici e puri che se li leggi ti rinasci ancora. Amen Marcel.
Il soffio del poeta è un respiro all'aglio in un'ascensore ermetica, con l'aria che si ricicla dai polmoni. S'appesta, il meccanismo ascendente, delle peggiori gengive filtranti, piorree che preservano la decomposizione. Il soffio del poeta sono piorree in decomposizione.
Vorrei leggerle le poesie più belle su cose felici e umanità che ride. Solo tristezza, ironia e sarcasmo, solo così puoi lasciare il segno: dicendo chiaro quanta merda s'impasta.
Marcel stupiva con la bellezza a far più male di uno specchio nuovo su una bocca anziana che rovista tra i sorrisi persi. Scrisse di una donna vecchia, ridandole lustro e cambiando i colori. Lei divenne un angelo dentro alle parole, senza bugie, divenne un angelo così com'era. E fu talmente bella che poi a guardarla si notava poco quella sporcizia nelle rughe nere: solo bellezza per amori dati, ricevuti, negati. Per tutta la vita. Guardala adesso questa luna bianca, povera stella, l'ammazzerà il sole.
Stamattina ecco Helen che esce dal bagno e mi saluta. Ha comprato dei libri di Stig Dagerman. La notte era filata da un'amica e insieme hanno girato per pub tirando tardi, lei dice. Io non ci credo, saranno andate a letto insieme.
"Dagerman ti darà da fare.", le dico. "Non lo so.", fa lei.
"Ha guardato in tutte le scatole e nella settima c'era la sorpresa. Aveva solo trentun anni e la paura di essere Stig Dagerman."
"Non capisco", dice. Non capisce.
Una sua amica ne parlava spesso, di Dagerman, ed Helen li ha comprati alla sua memoria perché l'amica si è uccisa da dieci giorni. Non mi sorprende ma neppure mi piace. I libri impegnano. Io sono passato indenne su Dagerman, Helen non sa nemmeno che l'aspetta. Spero si annoi in tempo.
Occorre un talento speciale a resistere al proprio genio che agonizza, abbandonandolo sapientemente al suo destino. Occorre il talento di vivere dopo aver aperto le porte che per gli altri non c'era la chiave. Dagerman fu schiacciato dal suo genio. Helen approda su sponde di scrittura dove ben poco è lasciato al mestierante di frasi. C'è solo l'anima che si consuma. Il confine tra chi la scrive e chi la legge, la disperazione, è un filo sottile di ragno, che non ne ha molto di spazio dove mettere i piedi.
Si avvicina, mi stringe la testa fra i seni e le sento il cuore con gli occhi. Con lei è sempre ingrato il paragone con l'artista, occorre allenarlo lo spirito, alla mancanza del suicidio. La fine è un passaggio segreto che dopo non te lo ricordi più per tornare.
Helen peggiora, chiudendosi nel minimo indispensabile a ricordarmi che c'è, normale eppure spenta, gravida della pena degli altri. Per conto mio invece, prendo l'acido. Scandaglio meandri disumani di realtà sparse al di la del limite. E' atroce la pace. Le persone che mi vogliono bene prima o poi mi trattano male senza motivo, il rispetto pian piano scivola tra gli epiteti volgari con cui le parole mi si rivoltano contro. Dev'essere il mio garbo malato, l'assenza di pericolosità che la mia persona esprime, fino alla coglionaggine: è la scelta fra la reazione e i sentimenti che spesso mi lascia privo di sensi.
Helen è l'unica tornata sui suoi passi, mi tratta bene, mi coccola addirittura, anche se col sorriso a mezzo labbro e gli occhi da un'altra parte. Mi tocca con energia come ultima materia, mettendo via le urla isteriche viziate: è una donna che basta a se stessa, matura dentro ai sentimenti e all'ovvio, che le basto anch'io per il tempo che decide di dedicare agli uomini.
Per troppo ho confuso necessità e compagnia, scoprendo i pericoli di quella in avanzo che serve solo agli altri. Adesso, col sesso che dirada piano nei ricordi, accendo un contatto bellissimo con la mia donna: ci teniamo ognuno per se la nostra disperazione. Ed è già un vanto.
Dentro l'acido sto bene, fuori invece tutto è monotono. Conservo un ricordo vivo e crudo di quando è iniziata la mia pena, il mio calvario di bestia dentro al panico di non sapere chi punire. L'acido mi ha aperto troppe porte per restare appeso al dubbio che ristagna.
Oggi.
E' domenica mattina, Helen pende nel bagno. Ha scelto il cappio. Karl, suo fratello, mi chiama con le urla mentre cerca di tirarla giù di li. Io arrivo e la vedo che è già morta, con la faccia gonfia tutta viola. Karl dimostra senso pratico e si dispera. Gli metto una mano sulla spalla, partecipo, non provo nulla.
Domani.
Ho visto un bimbo piangere sulle stelle, ieri. Negli occhi il velo disperato di ultimo della mia stirpe, non ho famiglia più, non ho più niente. M'ero rimasto solo io da piccolo, ed è morto. Nel buio più profondo ci vagherò fino a vecchio, finché mi rimbambisco. Che mondo è questo che permettere ai bambini di crescere?
Domani vado a uccidere mia madre.
© Antonio Nonnis - 2002