"La morte, che seccatura." di Fabrizio Negrini,  2002


Quel giorno Susanna si alzò abbastanza presto. Pensando a quello che sarebbe potuto accadere l'indomani, non aveva chiuso occhio per quasi tutta la notte. Si fece una doccia veloce, si vestì e si prese persino il tempo di fare colazione con uno yogurt, una brioche e un caffè. Susanna non vedeva l'ora di raggiungere il laboratorio, ma Castelli era stato categorico: né lei né Fabio avrebbero dovuto andare da lui prima delle nove. Il 'vecchio matto' era uno che se la prendeva comoda e gli piaceva dormire fino a tardi alla mattina. Il professor Castelli andava ormai per gli ottanta, ma era ancora un uomo pieno di spirito e di iniziativa. Aveva forse qualche rotella fuori posto, ma nel suo lavoro era un vero genio e non dimostrava affatto i suoi anni. Susanna, invece, di anni ne aveva ventisei e, pur dimostrandone forse anche qualcuno in più, nel suo intimo si sentiva ancora una ragazzina. La vita era stata benevola con lei: fisico da fotomodella, salute di ferro, una famiglia discretamente ricca e un'intelligenza superiore alla media. Susanna aveva tutto quello che serviva a una ragazza della sua età per essere felice. E lei, pur essendo uno spirito ribelle e irrequieto - caratteristiche tutto sommato comuni a molte sue coetanee - felice lo era davvero. Susanna sapeva di avere il mondo in tasca e, come accade in genere a vent'anni, si sentiva immortale. Stava già indossando l'impermeabile per uscire, quando squillò il cellulare. "Pronto!" "Susanna, sei ancora in casa?" "Sì, sto uscendo adesso." "Dai, sbrigati. Castelli è già andato." "Come già andato? Ieri aveva detto..." "Lascia perdere quello che aveva detto ieri. Il vecchio matto ha fatto tutto da solo. È già andato e tornato." "Cavolo! Allora funziona davvero! Sto arrivando. E tu non fare stronzate." Susanna saltò sul suo fuori strada nuovo di zecca e partì come un razzo. Dopo una notte di tempesta, fuori stava cominciando a spiovere. Le strade erano viscide e sdrucciolevoli, ma lei non aveva tempo di essere prudente. Doveva arrivare al laboratorio prima che il vecchio matto decidesse di partire di nuovo. Erano tre anni che lavoravano a quel progetto e le sue ricerche di bionica erano state determinanti per lo sviluppo della macchina del tempo. Che stronzo, il professore! Come aveva potuto collaudare la macchina senza aspettare che anche lei fosse presente? Il laboratorio del professor Castelli non era lontano, ma le strade stavano cominciando a riempirsi di automobili e Susanna, che aveva una fretta del diavolo, spinse sull'acceleratore. All'incrocio con via Pietraia c'era lo stop. Ingranando la seconda senza fermarsi, come faceva tutte le mattine ormai da tre anni, Susanna diede una rapida occhiata a sinistra e svoltò a destra. Appena girato l'angolo si trovò di fronte un ostacolo improvviso. Un uomo di mezza età, ritto in mezzo alla strada con un braccio alzato, faceva segno di fermarsi. Con una brusca frenata, Susanna fermò il fuoristrada a un metro esatto dall'uomo che, imprecando, fece un salto indietro. "Ma che fa questo imbecille?" esclamò Susanna. "Ehi, dico! Vuole ammazzarmi?" gridò l'uomo, che si stava lentamente riprendendo dallo spavento, dopo essersi avvicinato alla macchina. "Non ha visto la colonna?" Susanna, sportasi dal finestrino per apostrofare con male parole il malcapitato, guardò davanti a sé. Una ventina di metri più avanti, una lunga colonna di auto stava uscendo dal cortile della chiesa di San Fulgenzio. In testa alla colonna procedeva, a passo d'uomo, una grande automobile nera tutta ricoperta di corone di fiori bianchi e rosa. "Merda!" disse Susanna all'uomo, ma rivolta più che altro a se stessa. "Ci mancava solo il funerale." "Guardi che prima o poi capita a tutti" replicò l'uomo spostandosi per andare a fermare il traffico dietro al fuoristrada. "Si muova, per piacere. Non vede che sta bloccando il traffico?" "E a me lo dice?" replicò Susanna, visibilmente irritata. Ormai rassegnata, e anche per i colpi di clacson che cominciavano a fioccare da dietro, Susanna si accodò alla lenta colonna di auto che la precedevano. La strada stretta e il traffico ormai intenso sulla corsia opposta le impedivano di sorpassare la mesta processione. "Ma tutte a me capitano? Se questi pensano di andare al cimitero a questa velocità, io ci arrivo a mezzogiorno al laboratorio. Accidenti a me! Dovevo alzarmi prima stamattina." La processione procedeva molto lentamente e, di tanto in tanto, per colpa del traffico intenso e dei semafori, si fermava per interi minuti. Susanna stava diventando sempre più nervosa. Provò a pensare a strade alternative, ma più che altro perché non aveva nient'altro da fare. Lo sapeva bene che da quella parte della città non c'erano altre strade che portassero alla casa del professore. A causa della nottata in bianco e della noia mortale indotta dalla processione, durante una sosta della colonna particolarmente lunga, Susanna si appisolò. Un colpo di clacson della vettura dietro e il suono del cellulare la svegliarono di soprassalto. "Cavolo! Mi stavo addormentando. Pronto!" "Susi, sono Fabio. Dove sei?" "Sono imbottigliata dietro a un maledetto funerale." "Quanto ti ci vorrà per arrivare?" "Non lo so... mezzora, forse di più." "Beh, mi dispiace. Vorrà dire che procederemo senza di te." "Cazzo! Non potete, dovete aspettarmi! È anche merito mio se il professore c'è riuscito. A proposito, passamelo che ci parlo." "Non è possibile. Castelli è dentro alla macchina. Si sta preparando per un altro viaggio. Dopo toccherà a me." "Merda! Merda! Merda!" Susanna spense il cellulare e lo gettò rabbiosamente sul sedile di fianco a lei. "Ma perché capitano tutte a me?" gridò, rivolta alle macchine che transitavano veloci dall'altra parte della strada. "Proprio oggi doveva morire questo imbecille? La gente non dovrebbe morire di lunedì. Dovrebbe essere vietato per legge morire di lunedì. Anzi, dovrebbe proprio essere vietato morire. Perché cavolo si deve morire? Al mondo si starebbe molto meglio se non ci fosse la seccatura di dover morire." Susanna arrivò al laboratorio di Castelli alle nove e mezza. Il laboratorio era stato ricavato nel seminterrato dell'abitazione del professore, una bella villa in collina nell'immediata periferia della città. Susanna suonò alla porta e dovette aspettare quasi due minuti prima che Fabio le venisse ad aprire. "Sei arrivata, finalmente" disse Fabio appena la vide. "Ma ti rendi conto? Sono andato nel futuro! Nell'anno tremila, capisci? È stata un'esperienza... incredibile!" "Sì, poi me la racconti" replicò Susanna spingendolo da parte mentre entrava. "Castelli?" "Lui ha già fatto tre viaggi. Credo che sia andato molto più lontano di me, ma non mi ha detto quasi niente dei suoi viaggi." "Sì, ma dov'è adesso?" Il laboratorio era un grande salone semivuoto separato, circa a un terzo della lunghezza, da una parete di vetro che tagliava in due l'ambiente. Per andare dall'altra parte del vetro bisognava uscire dal salone attraverso una porticina situata a metà della stanza, percorrere uno stretto corridoio e rientrare attraverso una seconda porticina. Di là dal vetro, nella parte centrale della saletta separata dalla vetrata, c'era la macchina del tempo che Susanna aveva contribuito a costruire insieme al professor Castelli e all'altro assistente, e suo intimo amico, Fabio Cannavò. La macchina era sostanzialmente una grande sfera metallica, del diametro di circa due metri, con quattro sostegni alla base e una mezza dozzina di oblò circolari inseriti lungo la linea equatoriale. Il professore era vicino alla macchina. Quando vide Susanna, uscì dalla porticina e, un attimo dopo, sbucò nel salone da questa parte del vetro. "Buongiorno professore. Allora è vero, funziona!" "Ciao, Susanna. Scusa se ti ho ingannata. Volevo essere da solo a provare la macchina la prima volta. Non era mai stata collaudata e, tu capisci..." "Sì, sì, certo, lo capisco. Non deve scusarsi. Però Fabio l'ha già provata. Adesso tocca a me." "Non preoccuparti, fra poco anche tu proverai l'ebbrezza di viaggiare nel tempo. Devo solo finire alcune regolazioni. Anzi, vieni con me. Mi aiuti a regolare il localizzatore temporale." "Cosa c'è che non funziona nel localizzatore?" "Non lo so. Non riesco a tarare perfettamente la destinazione. Nei tre viaggi che ho fatto stamattina, la macchina mi ha sempre portato parecchie centinaia di anni più avanti di quello che avevo stabilito. E lo stesso è accaduto a Fabio. Credo che la colpa sia del localizzatore. Adesso proviamo a regolarlo diversamente." "Accidenti! Ancora non riesco a credere che si possa viaggiare nel tempo." Mezzora dopo, Susanna entrò nella macchina del tempo. Erano tre anni che sognava questo momento e, a dire il vero, fino al giorno prima aveva avuto mille dubbi e non pensava che il 'vecchio matto' ce l'avrebbe fatta. All'inizio l'aveva seguito nella sua pazza idea solo perché aveva bisogno di lavorare e non era ancora riuscita a trovare un lavoro 'serio'. Però, con il passare del tempo, la pazzia del vecchio professore l'aveva contagiata e pian piano anche lei aveva cominciato a crederci sempre di più. E ora lei stessa era entrata nella macchina del tempo. Finalmente avrebbe potuto crederci fino in fondo. Avevano deciso che, anche se la macchina teoricamente lo consentiva, per il momento nessuno sarebbe andato nel passato. Una involontaria e anche minima modificazione del passato avrebbe potuto avere implicazioni assolutamente imprevedibili sul presente. Quello di modificare il futuro, invece, era un rischio eticamente più accettabile e, poiché il localizzatore temporale non dava ancora la sicurezza matematica della data prescelta, era stato deciso che anche Susanna, come Fabio, sarebbe approdata attorno all'anno tremila. La macchina del tempo funzionava, grosso modo, come un teletrasmettitore, con la sostanziale differenza che, invece di viaggiare nello spazio alla velocità della luce, ci si spostava nel tempo senza muoversi di un millimetro dal punto da cui si era partiti. "Sei pronta, Susanna?" gracchiò, attraverso l'interfono, la voce roca del professore. "Sono pronta, professore." "Bene. Quando vuoi, premi il pulsante verde. Mi raccomando, fai molta attenzione. Se ti sembra che all'esterno ci siano dei pericoli, non uscire dalla macchina. E ricorda: per tornare qui non devi far altro che premere il pulsante rosso. La macchina seguirà il filo del tempo a ritroso e ti riporterà esattamente al punto di partenza." "Sì, sì, lo so" replicò Susanna con impazienza. "Allora...arrivederci professore. Ciao Fabio." Susanna premette il pulsante verde e, un attimo dopo, la nebbia e l'oscurità la avvolsero completamente. Una grande nausea e un forte senso di vertigine immobilizzarono la ragazza alla poltroncina per alcuni secondi, poi tutto sembrò tornare normale. Dopo un breve istante di apparente normalità, la macchina cominciò a ruotare su se stessa in un modo talmente intenso che, se non fosse stata legata alla poltrona con una cinghia di sicurezza, Susanna sarebbe stata sicuramente scaraventata contro le pareti. Pochi secondi dopo, Susanna avvertì un forte colpo e la macchina si fermò di botto come se, dopo aver percorso un tratto rotolando, avesse urtato un ostacolo consistente. La poltrona era in posizione rovesciata, ma ancora fissata al pavimento e la cinghia non si era slacciata. Nonostante un leggero dolore alla schiena e un forte capogiro, a Susanna sembrava di non avere niente di rotto. Con cautela si staccò dalla poltrona, si alzò in piedi e guardo fuori dagli oblò. Sembrava tutto normale, a parte il fatto che il laboratorio, la casa del professore e tutte le altre case del circondario erano scomparse, sostituite da verdi colline alberate. Susanna si portò vicino al pannello dei comandi e osservò le spie di controllo. A prima vista non c'era niente di danneggiato. Tutte le spie erano ancora accese e il datario indicava la data impostata prima della partenza: 30.000 AD. "Trentamila!? Cavolo!" Susanna era sicura che il professore avesse digitato tremila e lei stessa aveva controllato prima di sedersi in poltrona. Forse durante la caduta qualcosa si era rotto e adesso il display segnava una data sbagliata. Però poteva anche darsi che il localizzatore temporale, che già non funzionava bene, al momento della partenza fosse andato completamente in tilt e, in questo caso, lei adesso si trovava davvero nell'anno 30.000. Tuttavia, prima di risolvere l'enigma della data, Susanna pensò che ci fosse una questione più urgente da appurare: perché e da dove era caduta la macchina? Dopo aver guardato di nuovo fuori ed essersi accertata che non ci fosse nessuno nelle vicinanze, Susanna aprì il portellone e uscì all'aperto. La macchina si trovava accostata al tronco di una grossa quercia che sorgeva alta e imponente lungo il declivio di una collinetta erbosa. Susanna si chiese se non sarebbe stato saggio rientrare nella macchina del tempo e tornare indietro. Non sapeva niente del luogo in cui si trovava e non era nemmeno sicura dell'epoca, ma l'idea di trovarsi davvero nell'anno 30.000 ravvivò enormemente la sua curiosità e spense del tutto la sua, già di per sé moderata, prudenza. Ormai aveva deciso: prima di tornare avrebbe esplorato quel luogo - anzi quel 'tempo' - misterioso. Magari senza allontanarsi troppo dalla macchina del tempo. Susanna cominciò a scendere lungo il fianco della collina che degradava lentamente verso sud. Il paesaggio circostante non denotava alcunché di strano. Sembrava un comunissimo ambiente collinare, lontano da centri abitati, dell'Italia centrale. Tutt'intorno non si vedevano che colline, prati e alberi, un'infinità di alberi. Dopo aver percorso alcune centinaia di metri, Susanna si accorse che il sentiero appena percettibile che stava percorrendo si addentrava in un fitto bosco di castagni. La ragazza si fermò, chiedendosi se non fosse il caso di tornare indietro, quando all'improvviso udì un colpo secco, subito seguito da un secondo colpo e poi da un terzo e da un quarto. I colpi continuarono a susseguirsi con un ritmo incalzante per un paio di minuti e, infine, si avvertì un forte e prolungato rumore, come di un albero che si schiantasse a terra. "Devono essere dei taglialegna" pensò Susanna. "Beh, ormai sono qui..." La curiosità aveva di nuovo preso il sopravvento sulla paura e Susanna seguì il sentiero che si addentrava nel bosco. Più che in un bosco, a Susanna sembrò di essere entrata in una foresta vergine, tanto erano fitti gli alberi intorno a lei. Il terreno ai lati del sentiero era letteralmente ricoperto da un denso strato di foglie che emanavano un acre odore di muffa e di sostanza organica in decomposizione. Nel sottobosco i cespugli erano radi, probabilmente a causa della scarsa luminosità presente là sotto, ma quei pochi che c'erano avevano rami rigidi e spinosissimi. Per non calpestare il tappeto di foglie marcescenti, Susanna camminava tenendosi sempre al centro della pista e andando spesso a sfiorare i cespugli che crescevano a lato del sentiero. Per fortuna quella mattina aveva pensato bene di mettersi i jeans, altrimenti adesso si sarebbe ritrovata certamente con le gambe scorticate. I taglialegna, che dopo l'ultimo abbattimento avevano interrotto il loro lavoro per qualche minuto, avevano ripreso a usare le loro asce con ritmica cadenza. Proprio nel momento in cui sentì il fracasso dell'albero che si abbatteva fragorosamente, Susanna vide la radura in mezzo al bosco dove una ventina di scarne figure - non era chiaro se fossero uomini o donne - erano affaccendati attorno ad alcuni alberi abbattuti. Susanna pensò che fosse saggio da parte sua, prima di farsi vedere da quelle persone, dare una sbirciatina alla radura rimanendo nascosta dietro a un cespuglio che cresceva ai bordi dello spiazzo erboso. Ciò che vide le fece balzare il cuore in gola e, nonostante la temperatura dell'aria fosse molto mite, Susanna cominciò a sudare. Quelle nella radura sembravano persone dell'età della pietra. Gli uomini avevano lunghi capelli gretti e stopposi ed erano vestiti con pellicce o pelli di animali che coprivano, a mo' di tunica, la vita, le cosce e una parte del tronco. Le donne portavano una specie di gonnellino piuttosto corto che cingeva loro i fianchi e alcune avevano il seno scoperto, altre coperto da una sottile fascia di pelle legata dietro la schiena. Tutti, uomini e donne, sembravano molto anziani e, soprattutto, molto sporchi. Tuttavia ciò che fece veramente gelare il sangue nelle vene di Susanna non fu la visione di quegli strani e primitivi individui, ma ciò che essi erano intenti a costruire. Nella parte opposta della radura, era stato eretto con i tronchi degli alberi abbattuti una specie di rozzo e grosso catafalco alto circa tre metri e lungo cinque o sei. L'impalcatura era formata da due file parallele di tronchi piantati nel terreno alla distanza di circa un metro e sormontati da altri tronchi legati ai primi a formare una sorta di gabbia. Alcuni uomini, a cavalcioni sull'impalcatura, stavano finendo di legare i tronchi della parte superiore, mentre altri stavano appendendo sui lati esterni di quella specie di gabbia alcuni scheletri umani. Le donne, per lo più, aiutavano gli uomini che stavano ripulendo i tronchi abbattuti, mentre altre erano sedute in prossimità di un grosso mucchio di ossa, apparentemente intente a selezionare e a legare fra loro quei macabri reperti in modo da ricostruire degli scheletri umani completi. Susanna era paralizzata dalla paura. Rimanendo accovacciata dietro ai cespugli e camminando lentamente all'indietro come un gambero, si allontanò dalla radura. Poi, quando fu sicura che quei trogloditi non potevano più vederla, cominciò a correre lungo il sentiero. Dieci minuti dopo era tornata nei pressi della macchina del tempo. Entrò nella macchina e osservò il quadro principale. Tutte le spie erano ancora accese e, a parte il problema della data, sembrava che la macchina non avesse subito guasti seri nella caduta. Senza pensarci oltre, Susanna spinse il pulsante rosso del ritorno, ma non accadde nulla. Susanna ripeté il gesto più volte prima di convincersi che il meccanismo che l'avrebbe dovuta riportare a casa non funzionava. "Merda!" gridò. "E ora che faccio?" Susanna non ebbe il tempo di riflettere sul da farsi perché un altro problema, ben più immediato e forse anche più grave del mancato funzionamento della macchina del tempo, si presentò all'improvviso alle sue spalle. L'ombra possente e inquietante di un uomo oscurò la lama di luce che, attraverso la porta circolare del veicolo, illuminava il pavimento metallico. Susanna si girò di scatto e, nel momento stesso in cui lei si metteva a gridare, tre uomini, piuttosto anziani e più simili ad animali che ad esseri umani, si catapultarono dentro e le furono addosso. Senza dire una parola e senza preoccuparsi delle grida della ragazza, i tre la afferrarono e la trascinarono fuori di peso. Susanna, gridando e imprecando contro gli energumeni, cercò con tutte le forze di divincolarsi, ma fu tutto inutile. Anche se avanti negli anni, quei tre avevano una forza incredibile. Appena fuori, i tre uomini la stesero brutalmente a terra e le legarono i polsi e le caviglie a un lungo palo. Poi, due di loro si caricarono sulle spalle il palo con la ragazza a penzoloni e, seguiti a breve distanza dal compagno, partirono in direzione della foresta. Nessuno dei tre aveva mai aperto bocca. Dieci minuti dopo, il gruppetto dei cacciatori con la 'preda', ormai rassegnata e silenziosa, fecero il loro trionfale ingresso nella radura. Tutte le persone presenti smisero di lavorare e si avvicinarono con palese curiosità al gruppo appena giunto. Susanna si guardò attorno con grande preoccupazione. Visto da vicino, l'accampamento di quei selvaggi era ancora più angosciante e quelle strane persone la guardavano come se lei fosse un'aliena giunta da un'altra galassia. Qualcuno, prima con cautela e poi con sempre maggiore impudenza, cominciò a toccarla. "Non toccarmi, brutto muso, o ti stacco la mano a morsi!" gridò Susanna in direzione di un vecchio basso e tarchiato che aveva cominciato ad accarezzarle i capelli e il viso. Ma quello, tutt'altro che intimorito, dopo averle strofinato più volte la faccia con le mani sudice, cominciò a palparle il seno con evidente soddisfazione. "Aaah!" urlò forte Susanna. "Vattene via, brutto animale!" L'uomo, continuando a toccarla con la sinistra, alzò la mano destra con la chiara intenzione di colpire Susanna, ma il terzo del gruppetto che aveva rapito la ragazza e che stava ora in coda alla processione urlò qualcosa di chiaramente minaccioso al vecchio il quale, bofonchiando parole incomprensibili, ritirò la mano e si allontanò. Anche le altre persone che si erano avvicinate a Susanna indietreggiarono di qualche passo. I rapitori di Susanna, scortati dagli altri selvaggi, oltrepassarono l'impalcatura con gli scheletri e proseguirono il cammino lungo il sentiero che si inoltrava nella foresta. Una ventina di minuti dopo, il gruppo raggiunse una seconda radura, molto più ampia della precedente, al centro della quale si trovavano una serie di capanne squadrate di legno, con il tetto di canne, disposte in circolo. Nel villaggio c'erano numerose persone che, alla vista del corteo, smisero di fare ciò che stavano facendo per andare ad osservare da vicino i nuovi arrivati. Tutti sembravano molto incuriositi dalla presenza della ragazza appesa al palo. La cosa che più colpì Susanna fu che tutte quelle persone, oltre che molto sporche, erano piuttosto anziane. Nel villaggio non si vedevano bambini e le persone più giovani, sia gli uomini che le donne, dimostravano un'età compresa fra i sessanta e i settant'anni. Nella parte centrale del piccolo villaggio c'era una capanna un po' più grande e più alta delle altre sulle cui pareti erano esposti, come macabri trofei di caccia, una serie di teschi umani. A quella vista Susanna, sentendo il sangue che le si gelava nelle vene e il cuore che cominciava a battere all'impazzata, pensò che fosse giunta la sua ora. All'improvviso, pur nella drammaticità della situazione, a Susanna venne in mente un aspetto paradossale di tutta la vicenda che, se lei in quel momento non avesse avuto una gran voglia di piangere, l'avrebbe sicuramente fatta ridere. "Se muoio adesso" pensò, "sarò ricordata come la persona più vecchia nella storia di tutto l'universo." Susanna venne portata nella capanna grande al centro del villaggio. A giudicare dalle dimensioni, dai trofei esposti e dalla posizione, quella doveva essere la residenza del capo tribù o dello stregone del villaggio. Oltre ai due uomini che portavano Susanna, nessuno entrò nella capanna. I due energumeni appoggiarono la ragazza a terra e, dopo averla slegata, uscirono senza dire una parola. Susanna era frastornata e terribilmente impaurita. Si sedette su un tappeto fatto con la pelle di un animale che, a parer suo, doveva essere stato un cavallo pezzato o una mucca e, mentre aspettava che accadesse qualcosa, si massaggiò i polsi e le caviglie indolenzite. L'attesa non durò a lungo. Una decina di minuti dopo, la tenda che chiudeva l'ingresso principale si aprì e un uomo entrò nella capanna. A differenza di tutti quelli che aveva visto in precedenza, quell'uomo, pur se anziano come gli altri e vestito anch'egli con pelli di animali, aveva un aspetto curato e sembrava essersi lavato di recente. Il vecchio aveva lunghi capelli color argento e indossava una tunica di pelliccia scura che aveva tutta l'aria di essere appartenuta a un cane o, forse, a un lupo. Stretta attorno alla vita indossava una grossa cintura di cuoio fissata alla quale c'erano una decina di teschi di piccoli animali e, appesa al collo, portava una catena di metallo da cui pendeva uno strano medaglione circolare. Quando l'uomo le si avvicinò e si sedette di fronte a lei, Susanna si accorse con stupore che lo strano medaglione, in realtà, era un orologio, un vecchio orologio da taschino simile a quello che portava suo nonno quando era ancora in vita, ma senza le lancette. "Sapevo che saresti venuta" disse l'uomo, in perfetto italiano, dopo essersi seduto. "Non sapevo quando, ma mi aspettavo che anche tu, prima o poi, saresti arrivata qui." "Lei... lei chi è?" chiese terrorizzata Susanna. "E chi è questa gente? Cosa volete da me?" "Non devi avere paura di noi. Abbiamo modi rozzi e brutali, ma non siamo gente cattiva. Siamo solo un po'... primitivi." "Ma voi chi siete?" chiese ancora Susanna, che aveva riacquistato un minimo della sua naturale baldanza. "E come fate a sapere che sarei arrivata qui?" "Noi siamo gli 'immortali'. E io ti conosco perché mi ha parlato di te il tuo amico professore." "Il professore? Vuole dire Castelli?" "Non mi ricordo come si chiamava, ma ci ha fatto visita già un paio di volte, molti anni fa. L'ultima volta che l'ho incontrato è stato... fammi pensare... ventimila anni fa, credo." "Ventimila anni fa? Ma... è impossibile." "Te l'ho detto, noi siamo immortali. Per noi, ventimila anni non sono niente." "Ma... sembrate uomini dell'età della pietra. E poi siete tutti così... vecchi." "Questo è lo scotto che si deve pagare per ottenere l'immortalità. Tutto ha un prezzo. Vuoi che ti racconti la nostra storia?" "Beh... credo di non avere molte alternative." Il cuore di Susanna aveva smesso di battere all'impazzata e nella sua mente la paura stava lentamente lasciando il posto alla speranza. "Io mi chiamo Eugenio e, anche se a te sembrerà assurdo, sono nato quasi trentamila anni fa. Mi devi scusare, ma la data esatta non me la ricordo più. Uno dei miei antenati era un medico genetista e, insieme ad alcuni suoi colleghi, scoprì un metodo per sconfiggere la morte. O, almeno, così credette lui. Per farla breve, lui e i suoi colleghi misero a punto una tecnica di manipolazione genetica che permetteva, modificando alcune caratteristiche dei cromosomi, di far nascere bambini molto longevi. Nel giro di poche generazioni, i nuovi nati raggiunsero la capacità di vivere per moltissimi anni e, grazie ad ulteriori modifiche genetiche, cominciarono a nascere bambini praticamente immortali. I nuovi nati erano immuni a tutte le malattie, invecchiavano in maniera quasi impercettibile e il loro corpo aveva acquistato caratteristiche tali che per loro era praticamente impossibile morire." "Ma... come si fa a non morire? Voglio dire..." "Sì, lo so che la cosa ha dell'incredibile, eppure è così. La nostra pelle è così consistente che niente la può lacerare né bruciare, le nostre ossa sono dure come l'acciaio, il nostro organismo è immunizzato contro qualsiasi veleno o malattia e riusciamo a respirare, oltre che attraverso il naso e la bocca, anche attraverso la pelle, sia nell'aria che nell'acqua. Può sembrare assurdo, ma anche il cibo non ci è più indispensabile, anche se, mangiando, ci manteniamo in perfetta forma fisica. Siamo diventati degli automi viventi e, anche volendo, per noi è impossibile morire. E questa è stata la nostra condanna, perché, se da una parte eravamo diventati immortali, per contro avevamo perso la capacità di riprodurci. Nel giro di poche centinaia di anni nacquero solo bambini immortali e, quando tutti i genitori furono morti, per noi iniziò l'oblio. All'inizio l'immortalità ci sembrò un dono del Cielo, poi, col passare dei secoli e dei millenni, capimmo che questa era invece una maledizione, la giusta punizione divina per la nostra arroganza. Dopo Adamo ed Eva, avevamo voluto ancora una volta emulare Dio e Lui nuovamente ci aveva punito, in un modo molto più terribile del precedente. Tu stessa hai visto come ci siamo ridotti. La privazione della sofferenza, la certezza dell'immunità nei confronti di qualsiasi tipo di danno, compresa la morte, e l'incapacità di generare figli ci tolsero ogni stimolo, ogni curiosità e anche quel minimo desiderio di lottare per ottenere di più dalla vita che nei secoli passati aveva sempre contraddistinto l'uomo. Avevamo già conquistato tutto, cosa potevamo cercare di più? E così, invece di migliorare, la nostra società regredì rapidamente e nel giro di poche migliaia di anni tornò all'età della pietra. Ti assicuro: la morte può diventare qualcosa di assolutamente desiderabile se ti viene negato il privilegio di poter morire. Senza la morte non ci può essere vera vita." "Immagino che quello sia un simbolo" disse Susanna indicando l'orologio senza lancette che Eugenio portava al collo. "Sì, è il simbolo del nostro fallimento. Abbiamo voluto fermare il tempo e il tempo, invece, ha fermato noi. Anche questi teschi di animali che porto alla cintura sono un simbolo, così come gli scheletri appesi alle pareti della mia capanna e quelli che avrai sicuramente visto nella radura poco distante da qui. Sono gli scheletri dei nostri antenati, che noi conserviamo gelosamente per non dimenticare chi eravamo e, soprattutto, cosa abbiamo perduto." "Tu, però, non mi sembri una persona rozza e ignorante." "Io sono il capo del villaggio e lo sciamano. Sono l'antenato vivente, l'uomo dei ricordi, colui che deve preservare la memoria di ciò che siamo stati e che, purtroppo, non saremo più. Sono riuscito a salvare un migliaio di libri e li ho letti tutti decine di volte. Li conosco tutti a memoria. Anche altri, in altri villaggi, hanno conservato la stessa passione per i libri e sono diventati, come me, sciamani e capi villaggio. Ma la maggior parte delle persone, oggi, ha perso anche la più piccola briciola di curiosità e si accontenta di sopravvivere." Ciò detto, il vecchio si alzò in piedi e tese la mano a Susanna per invitarla a fare altrettanto. "Penso che ora tu voglia tornare a casa." "Sì, lo vorrei" rispose Susanna, un po' confusa e frastornata dal racconto di Eugenio. "Ma non so come. La macchina che mi ha condotta qui si è rotta." "Sì, ho visto la tua macchina del tempo. Penso di poterla riparare." Susanna guardò Eugenio con aria stupefatta e lui precedette di un soffio la sua domanda. "Possiedo diversi libri sulle macchine del tempo" disse. "Quella usata da te e dal tuo amico professore è un modello primitivo e non dovrebbe essere difficile ripararla. Però non posso garantirti che tornerai esattamente nel punto e nel momento da cui sei partita. Te la senti di correre questo rischio?" "Non credo di avere molta scelta" rispose rassegnata Susanna. "Bene. Andiamo, allora." Un'ora dopo, Susanna era seduta sulla poltroncina all'interno della macchina del tempo. Eugenio aveva riparato il veicolo con relativa facilità e i suoi uomini, dopo averlo rimesso in posizione diritta, l'avevano trascinato sopra un vicino spiazzo erboso pianeggiante. Susanna guardò un'ultima volta fuori dagli oblò, chiedendosi se ciò che vedeva oltre i vetri circolari fosse davvero reale. Eugenio e gli altri erano là, distanti una decina di metri. Solo Eugenio era in piedi oltre il limite del bosco, i suoi compagni si erano tutti prudentemente nascosti dietro ai tronchi degli alberi. Susanna premette il pulsante rosso e, un istante dopo, tutto cominciò a girare vorticosamente attorno a lei. Per l'intenso capogiro e, forse, anche per le troppe emozioni vissute, Susanna perse i sensi. Un colpo di clacson e il suono del cellulare la svegliarono di soprassalto. "Ehi, ti vuoi muovere?" sentì gridare dietro di sé. La voce era un po' attenuata dai finestrini chiusi, ma era sicuramente quella di un ragazzo. Si guardò attorno e si accorse di essere seduta nel suo fuoristrada. L'orologio sul cruscotto segnava le otto e cinquanta. Mentre la lunga fila di automobili proseguiva la sua lenta marcia dietro al carro funebre che si intravedeva laggiù in testa alla processione, Susanna ingranò la marcia, accostò la macchina al marciapiede e tirò fuori dalla borsetta il cellulare che stava ancora suonando. "Pronto." "Susi, sono Fabio. Dove sei?" "Sono imbottigliata dietro a un funerale." "Quanto ti ci vorrà per arrivare?" "Non lo so... mezzora, penso. Forse meno." "Beh, mi dispiace. Vorrà dire che procederemo senza di te." "Il professore è lì con te? Me lo passi, per favore." "Non è possibile. Castelli è dentro alla macchina. Si sta preparando per un altro viaggio. Dopo toccherà a me." "Va bene, allora ci vediamo fra poco. Mi raccomando, stai attento." Susanna spense il cellulare e lo rimise nella borsetta. "È stato solo un sogno" disse Susanna, un po' delusa. "Accidenti, devo essermi addormentata di brutto." Con le idee ancora un po' confuse, Susanna mise la freccia a sinistra e ripartì, infilandosi davanti a un camioncino il cui conducente le aveva fatto segno che poteva rientrare. Il carro funebre procedeva molto lentamente, ma Susanna non aveva più tanta fretta. Il ricordo del sogno era ancora vivo nella sua mente e le sembrava quasi di sentire ancora i colpi dei taglialegna e l'odore acre del sottobosco. Mentre andava a passo d'uomo dietro la processione, il pensiero le andò inevitabilmente a Eugenio, ai suoi compagni, agli scheletri e... alla morte. Anche se la sua esperienza era stata solo un'illusione, Susanna non pensava più che la morte fosse una 'seccatura'. Mentre osservava la fila di auto davanti a sé, persa in questi pensieri, il suo sguardo cadde sulla mano che teneva il volante. Attorno al polso c'era uno strano segno viola. Quel segno non c'era quando aveva fatto la doccia, ne era sicura. Si guardò subito l'altro polso e anche lì c'era la stessa impronta. Non c'era il minimo dubbio: quei segni viola non potevano essere altro che le tracce lasciate da due pezzi di corda legati strettamente attorno ai polsi.


©  Fabrizio Negrini - 2002 


 

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