Quel giorno Susanna si alzò abbastanza presto. Pensando a quello che sarebbe
potuto accadere l'indomani, non aveva chiuso occhio per quasi tutta la notte. Si
fece una doccia veloce, si vestì e si prese persino il tempo di fare colazione
con uno yogurt, una brioche e un caffè. Susanna non vedeva l'ora di raggiungere
il laboratorio, ma Castelli era stato categorico: né lei né Fabio avrebbero
dovuto andare da lui prima delle nove. Il 'vecchio matto' era uno che se la
prendeva comoda e gli piaceva dormire fino a tardi alla mattina. Il professor
Castelli andava ormai per gli ottanta, ma era ancora un uomo pieno di spirito e
di iniziativa. Aveva forse qualche rotella fuori posto, ma nel suo lavoro era un
vero genio e non dimostrava affatto i suoi anni. Susanna, invece, di anni ne
aveva ventisei e, pur dimostrandone forse anche qualcuno in più, nel suo intimo
si sentiva ancora una ragazzina. La vita era stata benevola con lei: fisico da
fotomodella, salute di ferro, una famiglia discretamente ricca e un'intelligenza
superiore alla media. Susanna aveva tutto quello che serviva a una ragazza della
sua età per essere felice. E lei, pur essendo uno spirito ribelle e irrequieto
- caratteristiche tutto sommato comuni a molte sue coetanee - felice lo era
davvero. Susanna sapeva di avere il mondo in tasca e, come accade in genere a
vent'anni, si sentiva immortale. Stava già indossando l'impermeabile per
uscire, quando squillò il cellulare. "Pronto!" "Susanna, sei
ancora in casa?" "Sì, sto uscendo adesso." "Dai, sbrigati.
Castelli è già andato." "Come già andato? Ieri aveva detto..."
"Lascia perdere quello che aveva detto ieri. Il vecchio matto ha fatto
tutto da solo. È già andato e tornato." "Cavolo! Allora funziona
davvero! Sto arrivando. E tu non fare stronzate." Susanna saltò sul suo
fuori strada nuovo di zecca e partì come un razzo. Dopo una notte di tempesta,
fuori stava cominciando a spiovere. Le strade erano viscide e sdrucciolevoli, ma
lei non aveva tempo di essere prudente. Doveva arrivare al laboratorio prima che
il vecchio matto decidesse di partire di nuovo. Erano tre anni che lavoravano a
quel progetto e le sue ricerche di bionica erano state determinanti per lo
sviluppo della macchina del tempo. Che stronzo, il professore! Come aveva potuto
collaudare la macchina senza aspettare che anche lei fosse presente? Il
laboratorio del professor Castelli non era lontano, ma le strade stavano
cominciando a riempirsi di automobili e Susanna, che aveva una fretta del
diavolo, spinse sull'acceleratore. All'incrocio con via Pietraia c'era lo stop.
Ingranando la seconda senza fermarsi, come faceva tutte le mattine ormai da tre
anni, Susanna diede una rapida occhiata a sinistra e svoltò a destra. Appena
girato l'angolo si trovò di fronte un ostacolo improvviso. Un uomo di mezza età,
ritto in mezzo alla strada con un braccio alzato, faceva segno di fermarsi. Con
una brusca frenata, Susanna fermò il fuoristrada a un metro esatto dall'uomo
che, imprecando, fece un salto indietro. "Ma che fa questo imbecille?"
esclamò Susanna. "Ehi, dico! Vuole ammazzarmi?" gridò l'uomo, che si
stava lentamente riprendendo dallo spavento, dopo essersi avvicinato alla
macchina. "Non ha visto la colonna?" Susanna, sportasi dal finestrino
per apostrofare con male parole il malcapitato, guardò davanti a sé. Una
ventina di metri più avanti, una lunga colonna di auto stava uscendo dal
cortile della chiesa di San Fulgenzio. In testa alla colonna procedeva, a passo
d'uomo, una grande automobile nera tutta ricoperta di corone di fiori bianchi e
rosa. "Merda!" disse Susanna all'uomo, ma rivolta più che altro a se
stessa. "Ci mancava solo il funerale." "Guardi che prima o poi
capita a tutti" replicò l'uomo spostandosi per andare a fermare il
traffico dietro al fuoristrada. "Si muova, per piacere. Non vede che sta
bloccando il traffico?" "E a me lo dice?" replicò Susanna,
visibilmente irritata. Ormai rassegnata, e anche per i colpi di clacson che
cominciavano a fioccare da dietro, Susanna si accodò alla lenta colonna di auto
che la precedevano. La strada stretta e il traffico ormai intenso sulla corsia
opposta le impedivano di sorpassare la mesta processione. "Ma tutte a me
capitano? Se questi pensano di andare al cimitero a questa velocità, io ci
arrivo a mezzogiorno al laboratorio. Accidenti a me! Dovevo alzarmi prima
stamattina." La processione procedeva molto lentamente e, di tanto in
tanto, per colpa del traffico intenso e dei semafori, si fermava per interi
minuti. Susanna stava diventando sempre più nervosa. Provò a pensare a strade
alternative, ma più che altro perché non aveva nient'altro da fare. Lo sapeva
bene che da quella parte della città non c'erano altre strade che portassero
alla casa del professore. A causa della nottata in bianco e della noia mortale
indotta dalla processione, durante una sosta della colonna particolarmente
lunga, Susanna si appisolò. Un colpo di clacson della vettura dietro e il suono
del cellulare la svegliarono di soprassalto. "Cavolo! Mi stavo
addormentando. Pronto!" "Susi, sono Fabio. Dove sei?" "Sono
imbottigliata dietro a un maledetto funerale." "Quanto ti ci vorrà
per arrivare?" "Non lo so... mezzora, forse di più." "Beh,
mi dispiace. Vorrà dire che procederemo senza di te." "Cazzo! Non
potete, dovete aspettarmi! È anche merito mio se il professore c'è riuscito. A
proposito, passamelo che ci parlo." "Non è possibile. Castelli è
dentro alla macchina. Si sta preparando per un altro viaggio. Dopo toccherà a
me." "Merda! Merda! Merda!" Susanna spense il cellulare e lo gettò
rabbiosamente sul sedile di fianco a lei. "Ma perché capitano tutte a
me?" gridò, rivolta alle macchine che transitavano veloci dall'altra parte
della strada. "Proprio oggi doveva morire questo imbecille? La gente non
dovrebbe morire di lunedì. Dovrebbe essere vietato per legge morire di lunedì.
Anzi, dovrebbe proprio essere vietato morire. Perché cavolo si deve morire? Al
mondo si starebbe molto meglio se non ci fosse la seccatura di dover
morire." Susanna arrivò al laboratorio di Castelli alle nove e mezza. Il
laboratorio era stato ricavato nel seminterrato dell'abitazione del professore,
una bella villa in collina nell'immediata periferia della città. Susanna suonò
alla porta e dovette aspettare quasi due minuti prima che Fabio le venisse ad
aprire. "Sei arrivata, finalmente" disse Fabio appena la vide.
"Ma ti rendi conto? Sono andato nel futuro! Nell'anno tremila, capisci? È
stata un'esperienza... incredibile!" "Sì, poi me la racconti"
replicò Susanna spingendolo da parte mentre entrava. "Castelli?"
"Lui ha già fatto tre viaggi. Credo che sia andato molto più lontano di
me, ma non mi ha detto quasi niente dei suoi viaggi." "Sì, ma dov'è
adesso?" Il laboratorio era un grande salone semivuoto separato, circa a un
terzo della lunghezza, da una parete di vetro che tagliava in due l'ambiente.
Per andare dall'altra parte del vetro bisognava uscire dal salone attraverso una
porticina situata a metà della stanza, percorrere uno stretto corridoio e
rientrare attraverso una seconda porticina. Di là dal vetro, nella parte
centrale della saletta separata dalla vetrata, c'era la macchina del tempo che
Susanna aveva contribuito a costruire insieme al professor Castelli e all'altro
assistente, e suo intimo amico, Fabio Cannavò. La macchina era sostanzialmente
una grande sfera metallica, del diametro di circa due metri, con quattro
sostegni alla base e una mezza dozzina di oblò circolari inseriti lungo la
linea equatoriale. Il professore era vicino alla macchina. Quando vide Susanna,
uscì dalla porticina e, un attimo dopo, sbucò nel salone da questa parte del
vetro. "Buongiorno professore. Allora è vero, funziona!" "Ciao,
Susanna. Scusa se ti ho ingannata. Volevo essere da solo a provare la macchina
la prima volta. Non era mai stata collaudata e, tu capisci..." "Sì, sì,
certo, lo capisco. Non deve scusarsi. Però Fabio l'ha già provata. Adesso
tocca a me." "Non preoccuparti, fra poco anche tu proverai l'ebbrezza
di viaggiare nel tempo. Devo solo finire alcune regolazioni. Anzi, vieni con me.
Mi aiuti a regolare il localizzatore temporale." "Cosa c'è che non
funziona nel localizzatore?" "Non lo so. Non riesco a tarare
perfettamente la destinazione. Nei tre viaggi che ho fatto stamattina, la
macchina mi ha sempre portato parecchie centinaia di anni più avanti di quello
che avevo stabilito. E lo stesso è accaduto a Fabio. Credo che la colpa sia del
localizzatore. Adesso proviamo a regolarlo diversamente." "Accidenti!
Ancora non riesco a credere che si possa viaggiare nel tempo." Mezzora
dopo, Susanna entrò nella macchina del tempo. Erano tre anni che sognava questo
momento e, a dire il vero, fino al giorno prima aveva avuto mille dubbi e non
pensava che il 'vecchio matto' ce l'avrebbe fatta. All'inizio l'aveva seguito
nella sua pazza idea solo perché aveva bisogno di lavorare e non era ancora
riuscita a trovare un lavoro 'serio'. Però, con il passare del tempo, la pazzia
del vecchio professore l'aveva contagiata e pian piano anche lei aveva
cominciato a crederci sempre di più. E ora lei stessa era entrata nella
macchina del tempo. Finalmente avrebbe potuto crederci fino in fondo. Avevano
deciso che, anche se la macchina teoricamente lo consentiva, per il momento
nessuno sarebbe andato nel passato. Una involontaria e anche minima
modificazione del passato avrebbe potuto avere implicazioni assolutamente
imprevedibili sul presente. Quello di modificare il futuro, invece, era un
rischio eticamente più accettabile e, poiché il localizzatore temporale non
dava ancora la sicurezza matematica della data prescelta, era stato deciso che
anche Susanna, come Fabio, sarebbe approdata attorno all'anno tremila. La
macchina del tempo funzionava, grosso modo, come un teletrasmettitore, con la
sostanziale differenza che, invece di viaggiare nello spazio alla velocità
della luce, ci si spostava nel tempo senza muoversi di un millimetro dal punto
da cui si era partiti. "Sei pronta, Susanna?" gracchiò, attraverso
l'interfono, la voce roca del professore. "Sono pronta, professore."
"Bene. Quando vuoi, premi il pulsante verde. Mi raccomando, fai molta
attenzione. Se ti sembra che all'esterno ci siano dei pericoli, non uscire dalla
macchina. E ricorda: per tornare qui non devi far altro che premere il pulsante
rosso. La macchina seguirà il filo del tempo a ritroso e ti riporterà
esattamente al punto di partenza." "Sì, sì, lo so" replicò
Susanna con impazienza. "Allora...arrivederci professore. Ciao Fabio."
Susanna premette il pulsante verde e, un attimo dopo, la nebbia e l'oscurità la
avvolsero completamente. Una grande nausea e un forte senso di vertigine
immobilizzarono la ragazza alla poltroncina per alcuni secondi, poi tutto sembrò
tornare normale. Dopo un breve istante di apparente normalità, la macchina
cominciò a ruotare su se stessa in un modo talmente intenso che, se non fosse
stata legata alla poltrona con una cinghia di sicurezza, Susanna sarebbe stata
sicuramente scaraventata contro le pareti. Pochi secondi dopo, Susanna avvertì
un forte colpo e la macchina si fermò di botto come se, dopo aver percorso un
tratto rotolando, avesse urtato un ostacolo consistente. La poltrona era in
posizione rovesciata, ma ancora fissata al pavimento e la cinghia non si era
slacciata. Nonostante un leggero dolore alla schiena e un forte capogiro, a
Susanna sembrava di non avere niente di rotto. Con cautela si staccò dalla
poltrona, si alzò in piedi e guardo fuori dagli oblò. Sembrava tutto normale,
a parte il fatto che il laboratorio, la casa del professore e tutte le altre
case del circondario erano scomparse, sostituite da verdi colline alberate.
Susanna si portò vicino al pannello dei comandi e osservò le spie di
controllo. A prima vista non c'era niente di danneggiato. Tutte le spie erano
ancora accese e il datario indicava la data impostata prima della partenza:
30.000 AD. "Trentamila!? Cavolo!" Susanna era sicura che il professore
avesse digitato tremila e lei stessa aveva controllato prima di sedersi in
poltrona. Forse durante la caduta qualcosa si era rotto e adesso il display
segnava una data sbagliata. Però poteva anche darsi che il localizzatore
temporale, che già non funzionava bene, al momento della partenza fosse andato
completamente in tilt e, in questo caso, lei adesso si trovava davvero nell'anno
30.000. Tuttavia, prima di risolvere l'enigma della data, Susanna pensò che ci
fosse una questione più urgente da appurare: perché e da dove era caduta la
macchina? Dopo aver guardato di nuovo fuori ed essersi accertata che non ci
fosse nessuno nelle vicinanze, Susanna aprì il portellone e uscì all'aperto.
La macchina si trovava accostata al tronco di una grossa quercia che sorgeva
alta e imponente lungo il declivio di una collinetta erbosa. Susanna si chiese
se non sarebbe stato saggio rientrare nella macchina del tempo e tornare
indietro. Non sapeva niente del luogo in cui si trovava e non era nemmeno sicura
dell'epoca, ma l'idea di trovarsi davvero nell'anno 30.000 ravvivò enormemente
la sua curiosità e spense del tutto la sua, già di per sé moderata, prudenza.
Ormai aveva deciso: prima di tornare avrebbe esplorato quel luogo - anzi quel
'tempo' - misterioso. Magari senza allontanarsi troppo dalla macchina del tempo.
Susanna cominciò a scendere lungo il fianco della collina che degradava
lentamente verso sud. Il paesaggio circostante non denotava alcunché di strano.
Sembrava un comunissimo ambiente collinare, lontano da centri abitati,
dell'Italia centrale. Tutt'intorno non si vedevano che colline, prati e alberi,
un'infinità di alberi. Dopo aver percorso alcune centinaia di metri, Susanna si
accorse che il sentiero appena percettibile che stava percorrendo si addentrava
in un fitto bosco di castagni. La ragazza si fermò, chiedendosi se non fosse il
caso di tornare indietro, quando all'improvviso udì un colpo secco, subito
seguito da un secondo colpo e poi da un terzo e da un quarto. I colpi
continuarono a susseguirsi con un ritmo incalzante per un paio di minuti e,
infine, si avvertì un forte e prolungato rumore, come di un albero che si
schiantasse a terra. "Devono essere dei taglialegna" pensò Susanna.
"Beh, ormai sono qui..." La curiosità aveva di nuovo preso il
sopravvento sulla paura e Susanna seguì il sentiero che si addentrava nel
bosco. Più che in un bosco, a Susanna sembrò di essere entrata in una foresta
vergine, tanto erano fitti gli alberi intorno a lei. Il terreno ai lati del
sentiero era letteralmente ricoperto da un denso strato di foglie che emanavano
un acre odore di muffa e di sostanza organica in decomposizione. Nel sottobosco
i cespugli erano radi, probabilmente a causa della scarsa luminosità presente là
sotto, ma quei pochi che c'erano avevano rami rigidi e spinosissimi. Per non
calpestare il tappeto di foglie marcescenti, Susanna camminava tenendosi sempre
al centro della pista e andando spesso a sfiorare i cespugli che crescevano a
lato del sentiero. Per fortuna quella mattina aveva pensato bene di mettersi i
jeans, altrimenti adesso si sarebbe ritrovata certamente con le gambe
scorticate. I taglialegna, che dopo l'ultimo abbattimento avevano interrotto il
loro lavoro per qualche minuto, avevano ripreso a usare le loro asce con ritmica
cadenza. Proprio nel momento in cui sentì il fracasso dell'albero che si
abbatteva fragorosamente, Susanna vide la radura in mezzo al bosco dove una
ventina di scarne figure - non era chiaro se fossero uomini o donne - erano
affaccendati attorno ad alcuni alberi abbattuti. Susanna pensò che fosse saggio
da parte sua, prima di farsi vedere da quelle persone, dare una sbirciatina alla
radura rimanendo nascosta dietro a un cespuglio che cresceva ai bordi dello
spiazzo erboso. Ciò che vide le fece balzare il cuore in gola e, nonostante la
temperatura dell'aria fosse molto mite, Susanna cominciò a sudare. Quelle nella
radura sembravano persone dell'età della pietra. Gli uomini avevano lunghi
capelli gretti e stopposi ed erano vestiti con pellicce o pelli di animali che
coprivano, a mo' di tunica, la vita, le cosce e una parte del tronco. Le donne
portavano una specie di gonnellino piuttosto corto che cingeva loro i fianchi e
alcune avevano il seno scoperto, altre coperto da una sottile fascia di pelle
legata dietro la schiena. Tutti, uomini e donne, sembravano molto anziani e,
soprattutto, molto sporchi. Tuttavia ciò che fece veramente gelare il sangue
nelle vene di Susanna non fu la visione di quegli strani e primitivi individui,
ma ciò che essi erano intenti a costruire. Nella parte opposta della radura,
era stato eretto con i tronchi degli alberi abbattuti una specie di rozzo e
grosso catafalco alto circa tre metri e lungo cinque o sei. L'impalcatura era
formata da due file parallele di tronchi piantati nel terreno alla distanza di
circa un metro e sormontati da altri tronchi legati ai primi a formare una sorta
di gabbia. Alcuni uomini, a cavalcioni sull'impalcatura, stavano finendo di
legare i tronchi della parte superiore, mentre altri stavano appendendo sui lati
esterni di quella specie di gabbia alcuni scheletri umani. Le donne, per lo più,
aiutavano gli uomini che stavano ripulendo i tronchi abbattuti, mentre altre
erano sedute in prossimità di un grosso mucchio di ossa, apparentemente intente
a selezionare e a legare fra loro quei macabri reperti in modo da ricostruire
degli scheletri umani completi. Susanna era paralizzata dalla paura. Rimanendo
accovacciata dietro ai cespugli e camminando lentamente all'indietro come un
gambero, si allontanò dalla radura. Poi, quando fu sicura che quei trogloditi
non potevano più vederla, cominciò a correre lungo il sentiero. Dieci minuti
dopo era tornata nei pressi della macchina del tempo. Entrò nella macchina e
osservò il quadro principale. Tutte le spie erano ancora accese e, a parte il
problema della data, sembrava che la macchina non avesse subito guasti seri
nella caduta. Senza pensarci oltre, Susanna spinse il pulsante rosso del
ritorno, ma non accadde nulla. Susanna ripeté il gesto più volte prima di
convincersi che il meccanismo che l'avrebbe dovuta riportare a casa non
funzionava. "Merda!" gridò. "E ora che faccio?" Susanna non
ebbe il tempo di riflettere sul da farsi perché un altro problema, ben più
immediato e forse anche più grave del mancato funzionamento della macchina del
tempo, si presentò all'improvviso alle sue spalle. L'ombra possente e
inquietante di un uomo oscurò la lama di luce che, attraverso la porta
circolare del veicolo, illuminava il pavimento metallico. Susanna si girò di
scatto e, nel momento stesso in cui lei si metteva a gridare, tre uomini,
piuttosto anziani e più simili ad animali che ad esseri umani, si catapultarono
dentro e le furono addosso. Senza dire una parola e senza preoccuparsi delle
grida della ragazza, i tre la afferrarono e la trascinarono fuori di peso.
Susanna, gridando e imprecando contro gli energumeni, cercò con tutte le forze
di divincolarsi, ma fu tutto inutile. Anche se avanti negli anni, quei tre
avevano una forza incredibile. Appena fuori, i tre uomini la stesero brutalmente
a terra e le legarono i polsi e le caviglie a un lungo palo. Poi, due di loro si
caricarono sulle spalle il palo con la ragazza a penzoloni e, seguiti a breve
distanza dal compagno, partirono in direzione della foresta. Nessuno dei tre
aveva mai aperto bocca. Dieci minuti dopo, il gruppetto dei cacciatori con la 'preda',
ormai rassegnata e silenziosa, fecero il loro trionfale ingresso nella radura.
Tutte le persone presenti smisero di lavorare e si avvicinarono con palese
curiosità al gruppo appena giunto. Susanna si guardò attorno con grande
preoccupazione. Visto da vicino, l'accampamento di quei selvaggi era ancora più
angosciante e quelle strane persone la guardavano come se lei fosse un'aliena
giunta da un'altra galassia. Qualcuno, prima con cautela e poi con sempre
maggiore impudenza, cominciò a toccarla. "Non toccarmi, brutto muso, o ti
stacco la mano a morsi!" gridò Susanna in direzione di un vecchio basso e
tarchiato che aveva cominciato ad accarezzarle i capelli e il viso. Ma quello,
tutt'altro che intimorito, dopo averle strofinato più volte la faccia con le
mani sudice, cominciò a palparle il seno con evidente soddisfazione. "Aaah!"
urlò forte Susanna. "Vattene via, brutto animale!" L'uomo,
continuando a toccarla con la sinistra, alzò la mano destra con la chiara
intenzione di colpire Susanna, ma il terzo del gruppetto che aveva rapito la
ragazza e che stava ora in coda alla processione urlò qualcosa di chiaramente
minaccioso al vecchio il quale, bofonchiando parole incomprensibili, ritirò la
mano e si allontanò. Anche le altre persone che si erano avvicinate a Susanna
indietreggiarono di qualche passo. I rapitori di Susanna, scortati dagli altri
selvaggi, oltrepassarono l'impalcatura con gli scheletri e proseguirono il
cammino lungo il sentiero che si inoltrava nella foresta. Una ventina di minuti
dopo, il gruppo raggiunse una seconda radura, molto più ampia della precedente,
al centro della quale si trovavano una serie di capanne squadrate di legno, con
il tetto di canne, disposte in circolo. Nel villaggio c'erano numerose persone
che, alla vista del corteo, smisero di fare ciò che stavano facendo per andare
ad osservare da vicino i nuovi arrivati. Tutti sembravano molto incuriositi
dalla presenza della ragazza appesa al palo. La cosa che più colpì Susanna fu
che tutte quelle persone, oltre che molto sporche, erano piuttosto anziane. Nel
villaggio non si vedevano bambini e le persone più giovani, sia gli uomini che
le donne, dimostravano un'età compresa fra i sessanta e i settant'anni. Nella
parte centrale del piccolo villaggio c'era una capanna un po' più grande e più
alta delle altre sulle cui pareti erano esposti, come macabri trofei di caccia,
una serie di teschi umani. A quella vista Susanna, sentendo il sangue che le si
gelava nelle vene e il cuore che cominciava a battere all'impazzata, pensò che
fosse giunta la sua ora. All'improvviso, pur nella drammaticità della
situazione, a Susanna venne in mente un aspetto paradossale di tutta la vicenda
che, se lei in quel momento non avesse avuto una gran voglia di piangere,
l'avrebbe sicuramente fatta ridere. "Se muoio adesso" pensò,
"sarò ricordata come la persona più vecchia nella storia di tutto
l'universo." Susanna venne portata nella capanna grande al centro del
villaggio. A giudicare dalle dimensioni, dai trofei esposti e dalla posizione,
quella doveva essere la residenza del capo tribù o dello stregone del
villaggio. Oltre ai due uomini che portavano Susanna, nessuno entrò nella
capanna. I due energumeni appoggiarono la ragazza a terra e, dopo averla
slegata, uscirono senza dire una parola. Susanna era frastornata e terribilmente
impaurita. Si sedette su un tappeto fatto con la pelle di un animale che, a
parer suo, doveva essere stato un cavallo pezzato o una mucca e, mentre
aspettava che accadesse qualcosa, si massaggiò i polsi e le caviglie
indolenzite. L'attesa non durò a lungo. Una decina di minuti dopo, la tenda che
chiudeva l'ingresso principale si aprì e un uomo entrò nella capanna. A
differenza di tutti quelli che aveva visto in precedenza, quell'uomo, pur se
anziano come gli altri e vestito anch'egli con pelli di animali, aveva un
aspetto curato e sembrava essersi lavato di recente. Il vecchio aveva lunghi
capelli color argento e indossava una tunica di pelliccia scura che aveva tutta
l'aria di essere appartenuta a un cane o, forse, a un lupo. Stretta attorno alla
vita indossava una grossa cintura di cuoio fissata alla quale c'erano una decina
di teschi di piccoli animali e, appesa al collo, portava una catena di metallo
da cui pendeva uno strano medaglione circolare. Quando l'uomo le si avvicinò e
si sedette di fronte a lei, Susanna si accorse con stupore che lo strano
medaglione, in realtà, era un orologio, un vecchio orologio da taschino simile
a quello che portava suo nonno quando era ancora in vita, ma senza le lancette.
"Sapevo che saresti venuta" disse l'uomo, in perfetto italiano, dopo
essersi seduto. "Non sapevo quando, ma mi aspettavo che anche tu, prima o
poi, saresti arrivata qui." "Lei... lei chi è?" chiese
terrorizzata Susanna. "E chi è questa gente? Cosa volete da me?"
"Non devi avere paura di noi. Abbiamo modi rozzi e brutali, ma non siamo
gente cattiva. Siamo solo un po'... primitivi." "Ma voi chi
siete?" chiese ancora Susanna, che aveva riacquistato un minimo della sua
naturale baldanza. "E come fate a sapere che sarei arrivata qui?"
"Noi siamo gli 'immortali'. E io ti conosco perché mi ha parlato di te il
tuo amico professore." "Il professore? Vuole dire Castelli?"
"Non mi ricordo come si chiamava, ma ci ha fatto visita già un paio di
volte, molti anni fa. L'ultima volta che l'ho incontrato è stato... fammi
pensare... ventimila anni fa, credo." "Ventimila anni fa? Ma... è
impossibile." "Te l'ho detto, noi siamo immortali. Per noi, ventimila
anni non sono niente." "Ma... sembrate uomini dell'età della pietra.
E poi siete tutti così... vecchi." "Questo è lo scotto che si deve
pagare per ottenere l'immortalità. Tutto ha un prezzo. Vuoi che ti racconti la
nostra storia?" "Beh... credo di non avere molte alternative." Il
cuore di Susanna aveva smesso di battere all'impazzata e nella sua mente la
paura stava lentamente lasciando il posto alla speranza. "Io mi chiamo
Eugenio e, anche se a te sembrerà assurdo, sono nato quasi trentamila anni fa.
Mi devi scusare, ma la data esatta non me la ricordo più. Uno dei miei antenati
era un medico genetista e, insieme ad alcuni suoi colleghi, scoprì un metodo
per sconfiggere la morte. O, almeno, così credette lui. Per farla breve, lui e
i suoi colleghi misero a punto una tecnica di manipolazione genetica che
permetteva, modificando alcune caratteristiche dei cromosomi, di far nascere
bambini molto longevi. Nel giro di poche generazioni, i nuovi nati raggiunsero
la capacità di vivere per moltissimi anni e, grazie ad ulteriori modifiche
genetiche, cominciarono a nascere bambini praticamente immortali. I nuovi nati
erano immuni a tutte le malattie, invecchiavano in maniera quasi impercettibile
e il loro corpo aveva acquistato caratteristiche tali che per loro era
praticamente impossibile morire." "Ma... come si fa a non morire?
Voglio dire..." "Sì, lo so che la cosa ha dell'incredibile, eppure è
così. La nostra pelle è così consistente che niente la può lacerare né
bruciare, le nostre ossa sono dure come l'acciaio, il nostro organismo è
immunizzato contro qualsiasi veleno o malattia e riusciamo a respirare, oltre
che attraverso il naso e la bocca, anche attraverso la pelle, sia nell'aria che
nell'acqua. Può sembrare assurdo, ma anche il cibo non ci è più
indispensabile, anche se, mangiando, ci manteniamo in perfetta forma fisica.
Siamo diventati degli automi viventi e, anche volendo, per noi è impossibile
morire. E questa è stata la nostra condanna, perché, se da una parte eravamo
diventati immortali, per contro avevamo perso la capacità di riprodurci. Nel
giro di poche centinaia di anni nacquero solo bambini immortali e, quando tutti
i genitori furono morti, per noi iniziò l'oblio. All'inizio l'immortalità ci
sembrò un dono del Cielo, poi, col passare dei secoli e dei millenni, capimmo
che questa era invece una maledizione, la giusta punizione divina per la nostra
arroganza. Dopo Adamo ed Eva, avevamo voluto ancora una volta emulare Dio e Lui
nuovamente ci aveva punito, in un modo molto più terribile del precedente. Tu
stessa hai visto come ci siamo ridotti. La privazione della sofferenza, la
certezza dell'immunità nei confronti di qualsiasi tipo di danno, compresa la
morte, e l'incapacità di generare figli ci tolsero ogni stimolo, ogni curiosità
e anche quel minimo desiderio di lottare per ottenere di più dalla vita che nei
secoli passati aveva sempre contraddistinto l'uomo. Avevamo già conquistato
tutto, cosa potevamo cercare di più? E così, invece di migliorare, la nostra
società regredì rapidamente e nel giro di poche migliaia di anni tornò all'età
della pietra. Ti assicuro: la morte può diventare qualcosa di assolutamente
desiderabile se ti viene negato il privilegio di poter morire. Senza la morte
non ci può essere vera vita." "Immagino che quello sia un
simbolo" disse Susanna indicando l'orologio senza lancette che Eugenio
portava al collo. "Sì, è il simbolo del nostro fallimento. Abbiamo voluto
fermare il tempo e il tempo, invece, ha fermato noi. Anche questi teschi di
animali che porto alla cintura sono un simbolo, così come gli scheletri appesi
alle pareti della mia capanna e quelli che avrai sicuramente visto nella radura
poco distante da qui. Sono gli scheletri dei nostri antenati, che noi
conserviamo gelosamente per non dimenticare chi eravamo e, soprattutto, cosa
abbiamo perduto." "Tu, però, non mi sembri una persona rozza e
ignorante." "Io sono il capo del villaggio e lo sciamano. Sono
l'antenato vivente, l'uomo dei ricordi, colui che deve preservare la memoria di
ciò che siamo stati e che, purtroppo, non saremo più. Sono riuscito a salvare
un migliaio di libri e li ho letti tutti decine di volte. Li conosco tutti a
memoria. Anche altri, in altri villaggi, hanno conservato la stessa passione per
i libri e sono diventati, come me, sciamani e capi villaggio. Ma la maggior
parte delle persone, oggi, ha perso anche la più piccola briciola di curiosità
e si accontenta di sopravvivere." Ciò detto, il vecchio si alzò in piedi
e tese la mano a Susanna per invitarla a fare altrettanto. "Penso che ora
tu voglia tornare a casa." "Sì, lo vorrei" rispose Susanna, un
po' confusa e frastornata dal racconto di Eugenio. "Ma non so come. La
macchina che mi ha condotta qui si è rotta." "Sì, ho visto la tua
macchina del tempo. Penso di poterla riparare." Susanna guardò Eugenio con
aria stupefatta e lui precedette di un soffio la sua domanda. "Possiedo
diversi libri sulle macchine del tempo" disse. "Quella usata da te e
dal tuo amico professore è un modello primitivo e non dovrebbe essere difficile
ripararla. Però non posso garantirti che tornerai esattamente nel punto e nel
momento da cui sei partita. Te la senti di correre questo rischio?"
"Non credo di avere molta scelta" rispose rassegnata Susanna.
"Bene. Andiamo, allora." Un'ora dopo, Susanna era seduta sulla
poltroncina all'interno della macchina del tempo. Eugenio aveva riparato il
veicolo con relativa facilità e i suoi uomini, dopo averlo rimesso in posizione
diritta, l'avevano trascinato sopra un vicino spiazzo erboso pianeggiante.
Susanna guardò un'ultima volta fuori dagli oblò, chiedendosi se ciò che
vedeva oltre i vetri circolari fosse davvero reale. Eugenio e gli altri erano là,
distanti una decina di metri. Solo Eugenio era in piedi oltre il limite del
bosco, i suoi compagni si erano tutti prudentemente nascosti dietro ai tronchi
degli alberi. Susanna premette il pulsante rosso e, un istante dopo, tutto
cominciò a girare vorticosamente attorno a lei. Per l'intenso capogiro e,
forse, anche per le troppe emozioni vissute, Susanna perse i sensi. Un colpo di
clacson e il suono del cellulare la svegliarono di soprassalto. "Ehi, ti
vuoi muovere?" sentì gridare dietro di sé. La voce era un po' attenuata
dai finestrini chiusi, ma era sicuramente quella di un ragazzo. Si guardò
attorno e si accorse di essere seduta nel suo fuoristrada. L'orologio sul
cruscotto segnava le otto e cinquanta. Mentre la lunga fila di automobili
proseguiva la sua lenta marcia dietro al carro funebre che si intravedeva laggiù
in testa alla processione, Susanna ingranò la marcia, accostò la macchina al
marciapiede e tirò fuori dalla borsetta il cellulare che stava ancora suonando.
"Pronto." "Susi, sono Fabio. Dove sei?" "Sono
imbottigliata dietro a un funerale." "Quanto ti ci vorrà per
arrivare?" "Non lo so... mezzora, penso. Forse meno." "Beh,
mi dispiace. Vorrà dire che procederemo senza di te." "Il professore
è lì con te? Me lo passi, per favore." "Non è possibile. Castelli
è dentro alla macchina. Si sta preparando per un altro viaggio. Dopo toccherà
a me." "Va bene, allora ci vediamo fra poco. Mi raccomando, stai
attento." Susanna spense il cellulare e lo rimise nella borsetta. "È
stato solo un sogno" disse Susanna, un po' delusa. "Accidenti, devo
essermi addormentata di brutto." Con le idee ancora un po' confuse, Susanna
mise la freccia a sinistra e ripartì, infilandosi davanti a un camioncino il
cui conducente le aveva fatto segno che poteva rientrare. Il carro funebre
procedeva molto lentamente, ma Susanna non aveva più tanta fretta. Il ricordo
del sogno era ancora vivo nella sua mente e le sembrava quasi di sentire ancora
i colpi dei taglialegna e l'odore acre del sottobosco. Mentre andava a passo
d'uomo dietro la processione, il pensiero le andò inevitabilmente a Eugenio, ai
suoi compagni, agli scheletri e... alla morte. Anche se la sua esperienza era
stata solo un'illusione, Susanna non pensava più che la morte fosse una 'seccatura'.
Mentre osservava la fila di auto davanti a sé, persa in questi pensieri, il suo
sguardo cadde sulla mano che teneva il volante. Attorno al polso c'era uno
strano segno viola. Quel segno non c'era quando aveva fatto la doccia, ne era
sicura. Si guardò subito l'altro polso e anche lì c'era la stessa impronta.
Non c'era il minimo dubbio: quei segni viola non potevano essere altro che le
tracce lasciate da due pezzi di corda legati strettamente attorno ai polsi.
© Fabrizio Negrini - 2002
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