19
marzo 2012, giorno rosso, Corbezzolo
Caro diario,
oggi è il giorno
dedicato al corbezzolo, una delle piante più allegre del mio giardino.
Mi piace molto il corbezzolo, è un albero pieno di vita e di colori. I
fiori sembrano tante campanelline bianche appese fra i rami da qualche
folletto innamorato e i frutti assomigliano a delle piccole fragole di
marzapane. È un peccato che i frutti abbiano un gusto così scialbo. Il
loro sapore non è per niente paragonabile a quello delle fragole vere.
Ieri è venuta a trovarmi Alice con il suo nuovo fidanzato, Andrea.
Andrea è un bel ragazzo ed è molto alto per la sua età. Ha 17 anni,
solo tre più di me, ma sembra già un adulto. Al suo confronto io
sembro ancora una bambina. Però è così insulso! È proprio come il
corbezzolo: bello da vedere, ma insipido da assaggiare! Io, veramente,
non l’ho mai "assaggiato". Me l’ha detto Alice. Dice che
quando la bacia, Andrea è goffo come un manichino, non ci sa fare per
niente. Io non ho mai ricevuto un bacio da un ragazzo. Non quel tipo di
bacio, voglio dire. E data la mia condizione, forse non lo riceverò
mai. Ma non mi importa. A sentire Alice non è poi un granché. Be’,
se devo essere sincera, da Robert un bacio lo riceverei molto
volentieri. Robert è troppo "fico"! Quando mi massaggia, mi
fa venire i brividi. Io chiudo gli occhi e immagino di tutto. E lui che
dice? Dice che sono troppo rigida, che devo rilassarmi. E come faccio a
rilassarmi con la fifa che ho? Ho sempre una paura folle che si accorga
che sono eccitata. Morirei di vergogna. Adesso devo proprio spegnerti.
Fra poco arriva lui e non voglio certo farlo aspettare. Brrr… mi
tremano già le gambe!
Letizia guardò
ancora un attimo lo schermo del suo computer portatile, poi salvò il
file, spense il computer e depose la penna elettronica nella sua
custodia. Ma non si alzò subito dalla scrivania. Aveva ancora un po’
di tempo prima che arrivasse Robert. Perciò rimase lì seduta con lo
sguardo fisso alla finestra oltre il piccolo schermo, ormai nero, del
suo laptop. Sua madre glielo aveva regalato l’anno scorso a
Natale e Letizia lo accendeva tutti i giorni. Per lei, quel piccolo
computer era una finestra aperta sul mondo, un compagno di giochi
instancabile e un insegnante informatissimo. Ma soprattutto era il suo
migliore amico, un amico fidato al quale lei poteva confidare qualunque
segreto, certa che lui sarebbe stato muto come una tomba. Almeno fino a
quando qualcuno non fosse riuscito a scoprire la password. Ma lei era
molto prudente e ogni due o tre settimane cambiava la parolina magica.
Letizia aveva cominciato a tenere un diario segreto nel computer
portatile fin dal giorno di Santo Stefano. In verità, già da alcuni
anni Letizia annotava i suoi pensieri più intimi sul computer, ma
quella era la prima volta che riceveva in regalo una penna elettronica.
Con quella poteva scrivere su un comune foglio di carta e tutto ciò che
lei scriveva veniva memorizzato nel disco rigido. La grafia registrata
nel file non era identica alla sua, ma abbastanza somigliante. Letizia
usava il suo computer portatile, oltre che come diario, anche come
compagno di giochi e come confidente super segreto. Aveva sempre tante
cose da dire al suo ‘amico elettronico’ e ogni giorno gli raccontava
qualcosa della sua vita o di quella delle persone a lei più care. Non
stava a pensarci troppo e scriveva tutto quello che le veniva in mente.
A volte raccontava di episodi accaduti il giorno prima o durante la
giornata oppure di quello che aveva intenzione di fare nel corso della
settimana. Il suo argomento preferito, però, erano le confidenze
personali e i pettegolezzi. Letizia confidava al computer, certa che
nessuno sarebbe andato a leggere quelle pagine, cose che nemmeno sotto
tortura avrebbe mai rivelato né a sua madre né ad Alice, la sua
migliore amica.
E le cose da raccontare al suo confidente erano veramente tante: le sue
paure, i suoi desideri più reconditi, i suoi innamoramenti inconfessati
che, spesso, iniziavano con lo spuntar del sole e terminavano al
tramonto, i mille dubbi su Dio e l’aldilà, l’amore tenerissimo per
il nonno Gino, rimasto vedovo da pochi anni, l’amore-odio per la madre
che, a causa della malattia, le impediva di assaporare le cose più
gustose della vita, l’amore speciale per il padre di cui sentiva
spesso la mancanza perché, con la scusa del lavoro, era quasi sempre
all’estero.
Un argomento che non mancava mai nei resoconti giornalieri di Letizia
era la descrizione sommaria delle piante che crescevano nel parco della
villa. Letizia abitava con i genitori e il nonno in una grande villa sul
Lago Maggiore che la madre aveva ereditato dai nonni paterni una ventina
di anni prima. Villa Rosa, era stata chiamata, dal nome della trisavola
che aveva acquistato l’edificio agli inizi del Novecento. I genitori
erano abbastanza ricchi e potevano permettersi il lusso di abitare in
una casa di diciotto stanze - di cui oltre la metà praticamente
inutilizzate - con annesso un parco di tre ettari, ma non avrebbero mai
potuto acquistarla con i loro stipendi da professionisti. Anna, la
madre, esercitava come psicologa in un consultorio privato alla
periferia di Verbania. Marco, suo padre, era astronomo e lavorava presso
l’ESO, l’osservatorio meridionale europeo, con sede centrale a
Garching, in Germania, e telescopi a La Silla, sulle Ande cilene. Il suo
stipendio da astronomo, pur essendo buono, non era ai livelli di certi
suoi colleghi, veri e propri ‘baroni’ del mondo accademico, che
potevano permettersi molto più di una villa sul Lago Maggiore, per
giunta avuta in eredità. Letizia, però, non era affatto invidiosa
delle figlie dei colleghi di suo padre. Lei amava i genitori soprattutto
per la loro modestia e semplicità, due doti che anche lei era certa e
si vantava, in cuor suo, di possedere.
La villa in cui abitavano era stata costruita nel Settecento per conto
di una famiglia nobile di Vercelli e acquistata un secolo prima dai
trisavoli di Letizia. La trisnonna si chiamava Rosa e aveva dato il suo
nome alla proprietà. Il parco era molto bello, ma anche un po’
trascurato. I genitori non potevano permettersi più di un giardiniere e
Giacomo, per quanto bravo e solerte, da solo non riusciva a garantire la
manutenzione di tutta l’area. Nonostante ciò, nel parco crescevano
ben 365 tipi di piante. Letizia lo sapeva bene perché l’anno prima
aveva chiesto a Giacomo di fare un inventario. Erano risultate 360
specie. La ragazzina aveva allora chiesto al giardiniere di comprare
altre cinque piante diverse da quelle già presenti e le aveva aggiunte
all’inventario. Poi aveva compilato un elenco di tutte le specie
mettendole in ordine alfabetico e aveva costruito una specie di
‘calendario’ dove, al posto del santo, a ogni giorno dell’anno
veniva affiancato il nome di una pianta. Il primo gennaio risultò
abbinato all’abete bianco e il 31 dicembre alla zinnia. Il 29
febbraio, che torna ogni quattro anni, Letizia decise di dedicarlo a
tutte le piante, così come il 1° novembre, nel calendario cristiano,
è intitolato a tutti i santi. Quando scriveva le sue riflessioni al
computer, Letizia dedicava alcuni commenti alla pianta del giorno. Lei
era molto soddisfatta del suo calendario dedicato alle piante del
giardino. La faceva sentire viva e attiva e, poiché sua madre non la
lasciava scendere nel parco molto spesso, il fatto di rivolgere ogni
giorno un pensiero a un albero, a un cespuglio o a un’erba era un
po’ come occuparsi di loro. Letizia amava molto le piante e, in quel
modo, si sentiva lei stessa un giardiniere, seppure virtuale.
Quando inventò il suo calendario verde, Letizia pensò anche ai giorni
della settimana. Le sembrava banale usare per il suo personalissimo
calendario i normali giorni della settimana. Secondo lei erano nomi
superati. Nei tempi antichi, i giorni della settimana erano stati
intitolati ai sette pianeti allora conosciuti: lunedì era stato
dedicato alla Luna, martedì a Marte, mercoledì a Mercurio, giovedì a
Giove, venerdì a Venere, sabato a Saturno e domenica, giorno del
Signore, al Sole. Oggi è risaputo che il Sole non è un pianeta, ma gli
antichi erano convinti che lo fosse e che girasse, insieme agli altri
pianeti, attorno alla Terra, ritenuta immobile al centro
dell’universo. Secondo Letizia, il fatto di chiamare i giorni della
settimana come i pianeti poteva andare bene ai tempi di Aristotele, o
anche di Galileo Galilei, quando non si conoscevano ancora gli ultimi
pianeti del sistema solare: Urano, Nettuno e Plutone. Ma adesso che i
corpi celesti del sistema solare erano aumentati di numero, come si
poteva rendere giustizia all’astronomia? Bisognava trasformare la
settimana in ‘decumana’? Oppure continuare a trascurare gli ultimi
tre pianeti? Se sette erano i giorni della settimana, sette dovevano
essere gli ‘oggetti’ da abbinare ai giorni. Letizia ci aveva pensato
su e alla fine aveva trovato una ‘cosa’, in natura, divisa
esattamente in sette parti: l’arcobaleno. I colori principali
dell’iride sono sette: rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco e
viola. E così, invece di usare i soliti nomi dei giorni, Letizia decise
di servirsi dei colori dell’arcobaleno. Lunedì diventò il ‘giorno
rosso’, martedì il ‘giorno arancio’, mercoledì il ‘giorno
giallo’, giovedì il ‘giorno verde’, venerdì il ‘giorno blu’,
sabato il ‘giorno indaco’ e domenica il ‘giorno viola’.
Letizia stava osservando le chiome degli alberi del parco, totalmente
persa nei suoi ragionamenti, quando la voce della madre la distolse dai
suoi pensieri.
"Letizia, sei pronta? Dai, preparati, Robert è già arrivato. Ti
sta aspettando di là in palestra."
"Sì, mamma, arrivo.".
© Fabrizio Negrini - 2003
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