Da "La collana di grani di cristallo" di Fabrizio Negrini,  Prospettiva Editrice, 2003


19 marzo 2012, giorno rosso, Corbezzolo

Caro diario,

oggi è il giorno dedicato al corbezzolo, una delle piante più allegre del mio giardino. Mi piace molto il corbezzolo, è un albero pieno di vita e di colori. I fiori sembrano tante campanelline bianche appese fra i rami da qualche folletto innamorato e i frutti assomigliano a delle piccole fragole di marzapane. È un peccato che i frutti abbiano un gusto così scialbo. Il loro sapore non è per niente paragonabile a quello delle fragole vere.
Ieri è venuta a trovarmi Alice con il suo nuovo fidanzato, Andrea. Andrea è un bel ragazzo ed è molto alto per la sua età. Ha 17 anni, solo tre più di me, ma sembra già un adulto. Al suo confronto io sembro ancora una bambina. Però è così insulso! È proprio come il corbezzolo: bello da vedere, ma insipido da assaggiare! Io, veramente, non l’ho mai "assaggiato". Me l’ha detto Alice. Dice che quando la bacia, Andrea è goffo come un manichino, non ci sa fare per niente. Io non ho mai ricevuto un bacio da un ragazzo. Non quel tipo di bacio, voglio dire. E data la mia condizione, forse non lo riceverò mai. Ma non mi importa. A sentire Alice non è poi un granché. Be’, se devo essere sincera, da Robert un bacio lo riceverei molto volentieri. Robert è troppo "fico"! Quando mi massaggia, mi fa venire i brividi. Io chiudo gli occhi e immagino di tutto. E lui che dice? Dice che sono troppo rigida, che devo rilassarmi. E come faccio a rilassarmi con la fifa che ho? Ho sempre una paura folle che si accorga che sono eccitata. Morirei di vergogna. Adesso devo proprio spegnerti. Fra poco arriva lui e non voglio certo farlo aspettare. Brrr… mi tremano già le gambe! 

Letizia guardò ancora un attimo lo schermo del suo computer portatile, poi salvò il file, spense il computer e depose la penna elettronica nella sua custodia. Ma non si alzò subito dalla scrivania. Aveva ancora un po’ di tempo prima che arrivasse Robert. Perciò rimase lì seduta con lo sguardo fisso alla finestra oltre il piccolo schermo, ormai nero, del suo laptop. Sua madre glielo aveva regalato l’anno scorso a Natale e Letizia lo accendeva tutti i giorni. Per lei, quel piccolo computer era una finestra aperta sul mondo, un compagno di giochi instancabile e un insegnante informatissimo. Ma soprattutto era il suo migliore amico, un amico fidato al quale lei poteva confidare qualunque segreto, certa che lui sarebbe stato muto come una tomba. Almeno fino a quando qualcuno non fosse riuscito a scoprire la password. Ma lei era molto prudente e ogni due o tre settimane cambiava la parolina magica.
Letizia aveva cominciato a tenere un diario segreto nel computer portatile fin dal giorno di Santo Stefano. In verità, già da alcuni anni Letizia annotava i suoi pensieri più intimi sul computer, ma quella era la prima volta che riceveva in regalo una penna elettronica. Con quella poteva scrivere su un comune foglio di carta e tutto ciò che lei scriveva veniva memorizzato nel disco rigido. La grafia registrata nel file non era identica alla sua, ma abbastanza somigliante. Letizia usava il suo computer portatile, oltre che come diario, anche come compagno di giochi e come confidente super segreto. Aveva sempre tante cose da dire al suo ‘amico elettronico’ e ogni giorno gli raccontava qualcosa della sua vita o di quella delle persone a lei più care. Non stava a pensarci troppo e scriveva tutto quello che le veniva in mente. A volte raccontava di episodi accaduti il giorno prima o durante la giornata oppure di quello che aveva intenzione di fare nel corso della settimana. Il suo argomento preferito, però, erano le confidenze personali e i pettegolezzi. Letizia confidava al computer, certa che nessuno sarebbe andato a leggere quelle pagine, cose che nemmeno sotto tortura avrebbe mai rivelato né a sua madre né ad Alice, la sua migliore amica.
E le cose da raccontare al suo confidente erano veramente tante: le sue paure, i suoi desideri più reconditi, i suoi innamoramenti inconfessati che, spesso, iniziavano con lo spuntar del sole e terminavano al tramonto, i mille dubbi su Dio e l’aldilà, l’amore tenerissimo per il nonno Gino, rimasto vedovo da pochi anni, l’amore-odio per la madre che, a causa della malattia, le impediva di assaporare le cose più gustose della vita, l’amore speciale per il padre di cui sentiva spesso la mancanza perché, con la scusa del lavoro, era quasi sempre all’estero.
Un argomento che non mancava mai nei resoconti giornalieri di Letizia era la descrizione sommaria delle piante che crescevano nel parco della villa. Letizia abitava con i genitori e il nonno in una grande villa sul Lago Maggiore che la madre aveva ereditato dai nonni paterni una ventina di anni prima. Villa Rosa, era stata chiamata, dal nome della trisavola che aveva acquistato l’edificio agli inizi del Novecento. I genitori erano abbastanza ricchi e potevano permettersi il lusso di abitare in una casa di diciotto stanze - di cui oltre la metà praticamente inutilizzate - con annesso un parco di tre ettari, ma non avrebbero mai potuto acquistarla con i loro stipendi da professionisti. Anna, la madre, esercitava come psicologa in un consultorio privato alla periferia di Verbania. Marco, suo padre, era astronomo e lavorava presso l’ESO, l’osservatorio meridionale europeo, con sede centrale a Garching, in Germania, e telescopi a La Silla, sulle Ande cilene. Il suo stipendio da astronomo, pur essendo buono, non era ai livelli di certi suoi colleghi, veri e propri ‘baroni’ del mondo accademico, che potevano permettersi molto più di una villa sul Lago Maggiore, per giunta avuta in eredità. Letizia, però, non era affatto invidiosa delle figlie dei colleghi di suo padre. Lei amava i genitori soprattutto per la loro modestia e semplicità, due doti che anche lei era certa e si vantava, in cuor suo, di possedere.
La villa in cui abitavano era stata costruita nel Settecento per conto di una famiglia nobile di Vercelli e acquistata un secolo prima dai trisavoli di Letizia. La trisnonna si chiamava Rosa e aveva dato il suo nome alla proprietà. Il parco era molto bello, ma anche un po’ trascurato. I genitori non potevano permettersi più di un giardiniere e Giacomo, per quanto bravo e solerte, da solo non riusciva a garantire la manutenzione di tutta l’area. Nonostante ciò, nel parco crescevano ben 365 tipi di piante. Letizia lo sapeva bene perché l’anno prima aveva chiesto a Giacomo di fare un inventario. Erano risultate 360 specie. La ragazzina aveva allora chiesto al giardiniere di comprare altre cinque piante diverse da quelle già presenti e le aveva aggiunte all’inventario. Poi aveva compilato un elenco di tutte le specie mettendole in ordine alfabetico e aveva costruito una specie di ‘calendario’ dove, al posto del santo, a ogni giorno dell’anno veniva affiancato il nome di una pianta. Il primo gennaio risultò abbinato all’abete bianco e il 31 dicembre alla zinnia. Il 29 febbraio, che torna ogni quattro anni, Letizia decise di dedicarlo a tutte le piante, così come il 1° novembre, nel calendario cristiano, è intitolato a tutti i santi. Quando scriveva le sue riflessioni al computer, Letizia dedicava alcuni commenti alla pianta del giorno. Lei era molto soddisfatta del suo calendario dedicato alle piante del giardino. La faceva sentire viva e attiva e, poiché sua madre non la lasciava scendere nel parco molto spesso, il fatto di rivolgere ogni giorno un pensiero a un albero, a un cespuglio o a un’erba era un po’ come occuparsi di loro. Letizia amava molto le piante e, in quel modo, si sentiva lei stessa un giardiniere, seppure virtuale.
Quando inventò il suo calendario verde, Letizia pensò anche ai giorni della settimana. Le sembrava banale usare per il suo personalissimo calendario i normali giorni della settimana. Secondo lei erano nomi superati. Nei tempi antichi, i giorni della settimana erano stati intitolati ai sette pianeti allora conosciuti: lunedì era stato dedicato alla Luna, martedì a Marte, mercoledì a Mercurio, giovedì a Giove, venerdì a Venere, sabato a Saturno e domenica, giorno del Signore, al Sole. Oggi è risaputo che il Sole non è un pianeta, ma gli antichi erano convinti che lo fosse e che girasse, insieme agli altri pianeti, attorno alla Terra, ritenuta immobile al centro dell’universo. Secondo Letizia, il fatto di chiamare i giorni della settimana come i pianeti poteva andare bene ai tempi di Aristotele, o anche di Galileo Galilei, quando non si conoscevano ancora gli ultimi pianeti del sistema solare: Urano, Nettuno e Plutone. Ma adesso che i corpi celesti del sistema solare erano aumentati di numero, come si poteva rendere giustizia all’astronomia? Bisognava trasformare la settimana in ‘decumana’? Oppure continuare a trascurare gli ultimi tre pianeti? Se sette erano i giorni della settimana, sette dovevano essere gli ‘oggetti’ da abbinare ai giorni. Letizia ci aveva pensato su e alla fine aveva trovato una ‘cosa’, in natura, divisa esattamente in sette parti: l’arcobaleno. I colori principali dell’iride sono sette: rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco e viola. E così, invece di usare i soliti nomi dei giorni, Letizia decise di servirsi dei colori dell’arcobaleno. Lunedì diventò il ‘giorno rosso’, martedì il ‘giorno arancio’, mercoledì il ‘giorno giallo’, giovedì il ‘giorno verde’, venerdì il ‘giorno blu’, sabato il ‘giorno indaco’ e domenica il ‘giorno viola’.
Letizia stava osservando le chiome degli alberi del parco, totalmente persa nei suoi ragionamenti, quando la voce della madre la distolse dai suoi pensieri.
"Letizia, sei pronta? Dai, preparati, Robert è già arrivato. Ti sta aspettando di là in palestra."
"Sì, mamma, arrivo."
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Fabrizio Negrini - 2003 


 

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