Percorreva ogni mattina, prestissimo, il sentiero che dal paesino porta un po' più su, fino ai prati verdeggianti della vallata.Lo faceva serenamente, con una pace nel cuore davvero insolita per la sua giovane età.
Tilde era ancora una ragazzina ma la dura vita di montagna l'aveva forgiata donna precocemente. Nell'anima ma non nel corpo.
Il corpo era ancora acerbo, minuto e smarrito negli abitoni di panno pesante. Le mani piccoline e solcate dal freddo e dal lavoro gravoso della malga. Gli occhi quieti e calmi, di un verde appena
accennato. I capelli castani raccolti in una lunga treccia che scendeva fino ai fianchi.
L'unico accenno di pura femminilità era una sottoveste, bianca, sintetica che la nonna le aveva regalato prima di morire e che lei indossava solo di tanto in tanto, per non consumarla.
Era carina nell'insieme, con quelle gote sempre rosse e screpolate e con addosso quel segreto vezzoso.
La malga era il suo lavoro, da quando se lo poteva ricordare.
Quella chiara mattina di maggio incrociò, lungo il sentiero, un uomo a cavallo, non accadeva mai, e questo la incuriosiva. Non poteva essere Toni, il figlio dei suoi padroni, lui era sbilanciato e sgraziato nell'avanzare, lo avrebbe riconosciuto subito.
Sapeva di essere impertinente ma non resistette e alzò lo sguardo al giovane uomo sorridendogli.
Il ragazzo si fermò, ricambiò il gentile sorriso e, sceso da cavallo, con la sicurezza di un cittadino di mondo le fece un inchino.
Tilde rise di gusto, con la bocca spalancata, coprendosela per vergogna con la mano.
Nessuno mai le aveva fatto un inchino.
"Sono contento di farla ridere, ma posso sapere il motivo?"
"Oh, mi scusi, spero di non averla offesa, è solo che è un po' buffo."
"Davvero? E in cosa?"
Ora Tilde era davvero imbarazzata, non sapeva se essere sincera o se la sua ingenuità potesse risultare ridicola, preferì inventarsi qualcosa.
"E' il suo cappello! Non ne avevo mai visti di simili."
Il cavaliere se lo tolse scoprendo una bellissima chioma di riccioli biondi.
Mi presento, io sono Patrizio Della Boretta di Belluno, e lei signorina come si chiama?"
"Tilde, mi chiamo Tilde ed abito in paese."
Si sentiva proprio una montanara con addosso gli zoccoloni pesanti e quella gonna grezza senza nessuna eleganza, si vergognava un pochino, per fortuna c'era la sottoveste a darle un po' di sostegno.
"Lavora dai signori Buson?"
"Sì, li aiuto con le bestie."
Un po' le seccavano tutte quelle domande e poi stava perdendo troppo tempo, però non riusciva a smettere di osservare i dettagli di quell'uomo. La bocca tanto aggraziata e le mani lisce e candide e gli stivali lucidi, in cuoio e la giacca impreziosita da bottoni in metallo lavorato.
E il profumo.
Non aveva mai sentito del profumo addosso ad un uomo.
Nemmeno alle donne per la verità.
Solo Don Carlo profumava, o meglio odorava di incenso bruciacchiato.
Ma quel profumo era diverso e non l'avrebbe più scordato.
Era il profumo del bosco, del muschio e della resina, era il profumo di un uomo vero, finalmente.
Tilde non era abituata agli uomini, non a quel tipo, lei al massimo conosceva i ragazzotti del suo paese. Ma erano tutti goffi, sudici, ed impacciati con lei. Non le piacevano, non amava la compagnia di Toni, né quella di Giovanni, il più bello secondo le sue amiche.
In effetti non era male, ma Tilde che notava tutto, rabbrividiva alla vista delle unghie lunghe e sporche. E dei capelli, non belli e sottili come quelli del cavaliere ma unti,
appiccicosi e puzzolenti di vacca.
No, non erano i ragazzi per lei, ma poco le importava, avrebbe dedicato la sua vita alla malga, non aveva grossi desideri Tilde.
"Posso accompagnarla?"
L'avrebbe voluto davvero, ma si sentiva così stupida e imbranata, così sempliciotta e sgraziata che preferì rispondergli
no.
Il cavaliere non insistette, si limitò ad un inchino e ad un saluto con il cappello. Poi salì a cavallo e se ne andò.
Tilde era talmente avvezza alla regolarità della vita di montagna che non pensò più a quell'uomo tanto bello, pulito e profumato. Preferì dimenticarlo.
Ma la vita, si sa non è sempre prevedibile e a casa di Tilde, un giorno qualsiasi, qualcuno bussò.
"Buongiorno, scusate se disturbo, abita qui la signorina Tilde?"
"Eccomi!"
Era allibita, sconvolta dalla presenza del cavaliere che non aveva più richiamato alla mente e non voleva farlo entrare.
Avrebbe voluto riassettare in un attimo la casa, avrebbe voluto addolcirla con dei fiori, avrebbe voluto ripulirla.
Avrebbe voluto un'altra casa, un'altra famiglia, un altro corpo, un'altra vita.
Si sentiva nuovamente in soggezione, un ingenuo pudore le arrossì le gote.
"Un attimo e arrivo, mi aspetti lì!"
Voleva farsi bella, voleva indossare la sottoveste della nonna, voleva piacere, la piccola Tilde.
Si spogliò in un attimo, e si infilò la sottoveste bianca, poi prese dal minuscolo armadio l'abito della festa, quello in panno sottile con il grembiule in cotone a fiori.
Si sciolse la treccia, spazzolò in fretta i lunghi capelli, legandoli poi con un nastro di raso verde.
Rubò le scarpe alla mamma, quelle in pelle, le stavano grandi, ma facevano di sicuro più figura degli zoccoli.
Poi prese delle foglie fresche di menta e se le strofinò sui denti, dietro le orecchie e sui polsi. Così almeno sapeva di buono.
"Andiamo un pochino a spasso?" gli domandò.
"Come preferisce, andiamo!"
L'aria era limpida e tersa e la giornata festiva prometteva la solita tranquilla immobilità, almeno così credeva Tilde.
Non parlarono molto, camminarono fuori dal paese, lungo i sentieri che portano al bosco.
Stavano vicini, con lo sguardo basso, aspettando dall'altro un cenno per iniziare la conversazione che non veniva.
"Senta signorina, io sono qui per proporle un lavoro."
"Un lavoro? Ma io ce l'ho già."
"Non più, i signori Buson mi hanno venduto la loro malga ed ora io ne voglio fare una locanda. Vede, questa valle è una zona di passaggio per molti forestieri ma non è provvista di camere e letti per chi si vuol fermare."
"Non mi hanno detto niente i Signori, che strano…"
"Li ho pregati io di non dire nulla perché volevo proporle di fare la locandiera da me."
Tilde armeggiava con il grembiule a fiori che le cingeva la vita, lo attorcigliava tra le dita e lo lisciava e lo consumava di nervosismo. Non sapeva che dire.
Avrebbe anche desiderato qualcosa di nuovo, ma non sapeva bene cosa. Voleva davvero un altro lavoro, voleva davvero mettersi in gioco? Si sentiva all'altezza di tutto questo?
"Non so… non mi pare di essere adatta, non conosco i vini, le pietanze, non conosco gli uomini, non so…"
"La mia famiglia è del mestiere, mia madre la aiuterà e poi, senta, la paga sarebbe il triplo di quello che guadagna adesso, che ne dice?"
Niente, non diceva niente. La paga le interessava, certo, ma non quanto quell'uomo, così bello e raffinato e gentile e intraprendente.
"Ci posso pensare?"
"Certo, ci pensi quanto vuole, aspetterò volentieri."
Mentre lo diceva, il cavaliere, le sorrise e la guardò dritto negli occhi e la prese per mano e la attirò con decisione a sé e la baciò dolcemente e la fece
decidere.
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