"Afferrare la speranza" racconto di Alessandra Nassuato, 2005

Alessandra Nassuato è nata a Treviso nel '69 e ci vive attualmente con tre figli. Ha pubblicato un racconto per la rivista Blue e poi ha smesso di scrivere erotismo, spinta da un desiderio di conoscenza spirituale. Ha dedicato molto tempo alla lettura di testi religiosi e mistici. I suoi racconti sono come conchiglie che attendono di essere raccolte e portate all'orecchio per donare all'ascoltatore il lamento del mare. Suoi racconti sono presenti on line anche su www.liberodiscrivere.it .






Si spezza il ramo sotto il peso della sofferenza e cade un frammento di noi, frammento irrecuperabile, concime per la crescita di tutta la pianta. Si spezza un equilibrio e se ne compone uno nuovo, come per incanto sotto occhi disillusi e lacrime ancora fresche. La speranza ha un volto giovane.

-Ricordo il tuo abbraccio, stretto.

Mi dici.
Ero poco più di una bambina, allora, ma tenevo già premute le braccia attorno ai corpi come per non lasciarli andare via; era una forma infantile di possesso che non mi permetteva di lasciar cadere il ramo spezzato.
Ho paura della perdita, forse perché ho perso tutto nascendo, vivendo, amando e così mi lego all'impossibile, sperando che rinasca.
Tornavo dal lavoro, con la macchina aziendale, e decisi di fermarmi a casa tua, speravo tu fossi lì ad aspettare me.

-Sei stata per anni nelle mie fantasie erotiche.

Strano, tu no, tu no.
Quello che mi rimase nella mente, di quella serata, fu solo un ricordo agrodolce già stemperato dal disincanto, fu l'immagine di un ragazzo poco più che diciottenne che mostrava alla finestra la sua nudità all'amico dopo avermi scopato. Come a ribadire che avevi vinto, avevi vinto tu.
E io ancora a perdermi nei corpi, a stringere il vuoto.
Quello che mi rimase fu un insegnamento sul giusto ritmo da tenere mentre si usa la bocca per dare piacere, una lezione assurda che poco mi convinceva ma io eseguivo se non altro per afferrare qualcosa che mi sfuggiva.

-Scusa…

E di cosa dovrebbe scusarsi un adulto per le disattenzioni di secoli fa? Ci ho fatto il callo ma stringo ancora, è un istinto innato il mio, come mi avessero abbandonata in fasce, al freddo.
Non lasciarmi.
Non andare via.
Che poi è la stessa supplica silente che invoco ancora: amami.

-Mi vergogno.

Io mi vergognavo allora, quando ti mostravo il mio desiderio immaturo e incosciente, quando speravo riuscissi a guardare oltre il mio seno, dentro la linfa del virgulto che cresceva. 
Desideravo.
Ma non sapevo bene cosa.
Di ricevere in cambio quell'abbraccio fitto che ti suggerivo, quella curiosità di anima che ti sussurravo. Mi parlavi di un'altra, una quindicenne moretta e minuta che avevi iniziato al sesso, ne eri fiero, ne eri rapito mentre mi pulivo di dosso il tuo sperma.

-Ero un imbecille.

Eravamo in due, sicuramente. Imbecilli impenitenti che ancora stringono l'aria sperando ne rimanga a sufficienza per respirare.
Non c'era il lenzuolo sotto il piumone e la tua casa, abitata da un grosso cane, colava disordine e sporcizia, era la casa di una donna separata, simile alla mia, oggi. Le case nel caos rispecchiano l'egoismo del corpo.
Ho voglia di essere bella stasera.

-Cosa ne dici di una cena con amici? Quindici persone circa, tutti simpatici.

Il silenzio della cena a due chi me lo restituirebbe? Il vuoto dei pensieri che si rincorrono dove lo afferrerei? Non capisci che ho bisogno di prendere tutto?
Aspetta.
Il bagno della tua casa lo ricordo spazioso, tinto di verde; tu ti facesti la doccia, io un bidet veloce. Volevo tornarmene a casa. Non vederti mai più.

-Ho ancora i tuoi graffi sulla schiena.

Allora credevo che una vera donna dovesse graffiare la schiena del suo compagno per dimostrare il proprio piacere, ora questa cosa non la faccio più ma stringo ancora come diciassette anni fa. Mi restava la pelle sotto le unghie, mi restava il bruciore sotto la pelle. Come oggi.
Ho giurato ma non mantengo.
Come ti persi di vista? Come decisi di non tornare sui miei passi? O fosti tu a deciderlo? Mi sentivo sconfitta, stessa sensazione che provo oggi, dopo aver consumato tutto, dopo essere rimasta a mani vuote.

-Ti sei sposata?

In fondo era quello che ho sempre voluto: sposarmi ed avere dei figli. E' nella natura della donna. Ma anche qui ho perduto.

-Vinco quando mi alzo presto la mattina per andare al lavoro.

Io mentre allevo i figli.
Giovani speranze dagli occhi cristallini.
Tutto qui?
Tutto qui.
 


 

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