Ti ho chiesto di accompagnarmi, non c'è parcheggio vicino al tribunale ed una macchina è gestibile meglio di due.
Ti ho chiesto di accompagnarmi e l'hai fatto.
Sono elegante e me l'hai confermato, nel mio tailleur nero, nelle mie scarpine maliziose, nel mio french manicure.
L'aria però è mesta, rigida, corazzata, si conversa del più e del meno, del tempo, dei figli che crescono, delle incombenze pressanti del lavoro, dei miei capelli che crescono.
Nulla che ci rammenti il motivo per cui siamo insieme oggi.
Come una coppia.
Una bella coppia.
Sfasciata.
Ridotta in cancrena per l'accumulo di rabbia, di violenza silenziosa, di falsità menzognera.
Sei bello, lo sei sempre stato e quei fili bianchi che ti ornano le basette non fiaccano il tuo fascino.
Sei bello ma che importa?
Un tempo importava, secoli fa, quando mi hai catturato con quel distacco inglese che ti porti ancora appresso, con quel sorriso trattenuto che non ti scopre mai completamente i denti, con quelle mani lunghe e sottili che non sanno afferrare.
Non desideravo essere afferrata, secoli fa ma liberata dalla mia storia cattiva; poi, secolo dopo secolo, invece, avrei voluto che lo facessi, che mi trattenessi da me stessa.
Non l'hai fatto, forse non t'importava.
O non ne sei capace, semplicemente.
Come se un'ipertrofia muscolare ti impedisse movimenti sciolti, come se non mi amassi abbastanza o del tutto.
La macchina parcheggiata è la sua, quella di lei. Di lei. Polverosa e decappottabile. Polverosa e inutile.
Sei lento e calmo ed anche io ti seguo nel distacco, non sarò certo la prima a commentare questa uscita, non di certo la prima a capitolare alla disfatta.
Inutile piangere i morti.
Perfettamente stupido farlo.
Nemmeno al funerale di mia nonna l'ho fatto, perché dovrei adesso?
L'atrio del tribunale è affollato principalmente da uomini con la borsa in cuoio, avvocati presumo, avvocati, come lei.
Oratori infallibili, come lei.
Non ricordo le sue mani ma giurerei che sono agili e svelte, predatrici di bellezza, di un sinonimo d'amore.
Lo so che non la ami, me lo hai detto tu.
Ma lasciarti catturare è meno faticoso.
Io sono stanca di correre, in fondo che m'importa?
Non mi ami, non mi hai mai amata, non come desidero io.
Siamo in anticipo, mi chiedi se voglio un caffè.
- No, grazie, ho già fatto colazione e tu?
- Anche io.
Nemmeno il caffè è degno di conversazione, non ci resta che aspettare l'arrivo dei nostri avvocati.
Odio i convenevoli.
Ma oggi mi tocca sorridere e stemperare l'emozione in curiosità che in realtà non posseggo: come sta? Passato bene la giornata? Dovremmo attendere molto?
No, attendiamo poco, in un corridoio gremito di gente che aspetta il proprio turno. Tra di loro c'è un amico. Nostro.
Mio e tuo.
Ma lui non si separa, problemi aziendali, presumo.
Lo salutiamo con imbarazzo perché ciò che ci divide ora è ciò che ci univa un tempo.
Solo che ora non ne comprendo più il motivo.
Per quale maledetto motivo io ti ho sposato?
Io ho condiviso le amicizie?
Io ti ho reso partecipe dei miei pensieri?
Vorrei chiedertelo ma forse non lo sai nemmeno tu.
Siamo così diversi, così assolutamente distanti. Tu nelle tue emozioni inghiottite e contratte, io nel mio abbandono ad una natura che riconosco ed amo.
Che amo più di te.
Il presidente è frettoloso, sopra la sua testa un crocifisso. E' l'unica cosa che noto oltre ai fascicoli di carte che ingombrano un'enorme scrivania.
Ho fretta anche io, dove devo firmare questa tortura?
E' tutto finito.
Com'è facile…
Sotterrare un amore.
Com'è facile tornarsene tra le braccia di nessuno, tra le mie cose, i miei libri, il mio computer. Almeno loro mi coccolano. Almeno loro mi comprendono.
Mi riaccompagni a casa e attendi, un attimo. Vorresti spegnere il motore ma io ho fretta.
Fretta, fretta, fretta.
Aspetti qualcosa?
Cosa?
E' troppo tardi ormai e io sono senza sigarette.
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