Sono nata in un mattino dorato, con voli di poiane ed il canto leggero dell'
acqua che lecca la riva e gli scogli e si nasconde nei cunei d'ombra e di
roccia porosa e poi torna indietro beffarda, giocosa.
L'acqua è fredda e c'è un piccolo vento di maestrale a far rabbrividire i
ciuffi d'erba, le foglie dei cespugli.
Io sono una bambina bionda. Bella come un mattino dorato di gennaio. E
strillo, richiedo la mia porzione di seno da succhiare o il mio materassino
morbido per sognare.
Strillo e mugugno mmm.
Non so se dopo la m c'è qualcos'altro, una vocale e poi una consonante, un'
altra ancora e ancora una vocale. So che tutto quello che viene dopo la mia
emme è stato la mia prima culla, i primi baci, le parole d'amore.
Ho trent'anni. Del mio primo viaggio dal buio alla luce e degli anni che ho
attraversato, incespicando nel mio silenzio, non ho molti ricordi.
O, forse, ho chiuso tutto in un cassetto, riempiendolo di oggetti che hanno
sepolto quegli anni ed il loro ricordo.
Sono seduta. Mi alzo in piedi ma sento una corda attorno al mio corpo e l'
inutilità dei miei movimenti. Non portano da nessuna parte. La stanza è una
scatola ed io la percorro lentamente, un lato, poi l'altro, la attraverso in
diagonale, guardo in su il coperchio-soffitto da cui galleggia lo stelo d'
una lampada.
Vedo lo scorrere della vita, fuori, le auto, i passi veloci della gente, l'
alternarsi dei giorni delle stagioni, il fluire degli anni.
E' come se fossi legata. In realtà sono imbavagliata. E' un lontano ricordo,
quel mmm ch'era il nome della mia prima culla del mio primo nutrimento del
mio primo bacio.
Ho labbra piccole da bambina , ben delineate. Denti ben costruiti.
Il bambino cerca la sua voce
(l'aveva il re dei grilli)
In una goccia d'acqua
cercava il bambino la sua voce.
Non la voglio per parlare,
me ne farò un anello
che porterà il mio silenzio
al dito mignolo.
In una goccia d'acqua
cercava il bambino la sua voce.
(La voce prigioniera, lontano,
si metteva un vestito da grillo)
Ricordo gli occhi di mia madre, l'angoscia dolorosa quando appresero il mio
mutismo.
Era bella, mia madre. Una piccola bella coraggiosa donna con una bimba muta
tra le braccia.
Mio padre non l'ho mai conosciuto. Forse è stata la lacerazione di mia
madre, quel buco improvviso, quel nulla in cui s'è trovata mentre mi
aspettava, a tapparmi la bocca per sempre.
Nel mio angolino, dentro di lei, ho avvertito un brivido senza fine, una
sensazione di gelo, quando mia madre è rimasta sola.
Un'auto nella pioggia, una frenata inutile, una macchia sull'asfalto, rossa
e grigia, rossa rossa rossa.
Trent'anni. Io sono una canzone mai cantata. Aspetto che mia madre rientri
dal lavoro. Cammina in fretta. Ha gambe nervose, passi svelti. Mia madre è
ancora bella. E' magra, ha un viso intenso, drammatico, sorride poco.
Anche lei, mia madre, accetta la presenza di Jacopo. Jacopo è il mio
anestetico. Jacopo che va e viene dentro di me. Che, quando è dentro di me,
addormenta il dolore e sveglia le parole.
Le parole non hanno suono, ma forma.
Hanno ali e riempiono la stanza. Hanno colori e musica e s'innalzano al di
sopra di me, al di sopra di Jacopo, e diventano canzone.
Poi Jacopo va via e la canzone rimane per un po' nell'aria, poi s'adagia
come cenere muta sui mobili, sul pavimento.
Anche le mie tele si riempiono di parole, di colori, di suoni. Io sono una
farfalla imbavagliata.
Mando un messaggio a Jacopo. Musica. Scrivo. Colori.
Scrivo. Canzone. Scrivo. Tutto finisce quando tu vai via.
Lui risponde: è amore.
Non lo so, Jacopo, se è amore. L'amore è far progetti in due, con la colla
delle parole unire una vita all'altra, fare di due sentieri una strada larga
da percorrere insieme. Io non so fare progetti né per me né per te. Il mio
sentiero è sempre più stretto e più buio. Mancano le mie parole, la mia
volontà non esiste né la mia capacità di costruire; non ho mattoni di
parole, non ho cemento di parole.
Le tele che ho dipinto mi guardano in faccia, aspettano da me un consenso
per prender vita.
A volte si animano da sole, vivono a prescindere da me e dalla mia volontà.
Poi scompaiono dentro una cornice, appese al muro dell'abitazione di un
acquirente sconosciuto.
Ho cinquantadue anni, Jacopo e quelli che l'hanno seguito sono una piccola
colonna di soldati che ha perso la sua piccola guerra. Io sono l'imperatrice
del silenzio
Mia madre mi guarda assente dall'ovale di una cornice sul tavolino, il suo
bel viso drammatico è fermo al flash, i suoi passi veloci ora camminano
altrove.
Percorro i quattro lati della stanza, getto uno sguardo vuoto alla strada,
alla gente che cammina con passi svelti, alle auto che scorrono veloci.
Ho sessant'anni. Ho coperto il mio ritratto. Quella mano che chiedeva, che
implorava. io non potevo darle risposte; quella bocca imbavagliata.
Metto un disco. Mi siedo ed ascolto. La musica è come una mareggiata che m'
investe, un'onda che allaga la stanza e tutta la casa, c'è un veleggiare di
violini che m'incatena a me stessa, un'arca di parole alate che vogliono
salvarsi;salvarmi.
E' dolce il suono dei violini. Mi accompagnerà, mi costruirà un paio d'ali
forti, mi riempirà il cuore d'azzurro.
Apro la finestra. E' un invito. E' una festa che mi chiama. La sedia. Io,
ritta sul davanzale.
Mi cade il bavaglio, ripeto mmm, come in quell'antica dorata mattina di
gennaio in cui l'acqua lambiva la riva e si celava tra gli scogli ed io ero
una bambina con capelli di miele ed occhi di foglia, e divento io poiana
rondine usignolo, che finalmente canta.
©
Myosotis
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