"Just the way you are (I want you)" di Emanuela Musso Fiorini

 

Ti osservi nuda davanti allo specchio, è il tuo rito impietoso di un giorno qualsiasi che mi affascina ogni volta, e mi sconvolge; l’abilità e la consuetudine che utilizzi nell’essere crudele e magnifica con te stessa, e nel flagellarti del tempo che scorre. E che ti piace, in fondo, e ti fa paura, questo tempo che scava e agguanta e riconsegna altrimenti, e non per incantesimo di certo. Allora mi siedo sul letto e ti spio sapendo che te ne accorgi e che neppure ci fai caso, falsamente, forse, e scandaglio con te il corpo che hai e che condivido, come mi spetta, come è stato chiesto e come ho promesso, anche se non c’è stato nessun battesimo e nessuna chiesa; e importa poco.
Segretamente.
Quando ti ho incontrata eri burrosa di curve aerodinamiche, sempre a dieta, insoddisfatta e battagliera. Bella non lo sei mai stata, e non è stato quello, in verità, non è stato l’involucro, e parrà stolto e troppo usuale ammetterlo, ma qualcosa che urlavi. Il tuo modo di camminare, ecco, magari, il tuo modo di muoverti e di gesticolare appena, o di rovesciare la testa all’indietro mentre ridi; ho sempre creduto che è da lì che si riconosce una donna. Da quel punto in poi. Da quella curva in poi. Da quel dentro che fa da corteccia al resto. Inversamente a quanto si pretende che sia. Poi sei diventata sottile; voi donne detenete il potere assoluto di mutare, negli anni, di formarvi in moto costante e perpetuo senza mai cambiare veramente, tuttavia; e sei stata una trentenne smilza e leggera di gonne corte e senza culo; e a me piaceva, se devo dirla tutta, quel ritaglio rotondo e polposo di te che ti sembrava tanto imbarazzante. Mi piaceva toccarlo, interrogarlo, riconoscerlo al buio e indovinarlo come un gioco, e saggiare il tuo umore da lì, e le prime smagliature che mi hai insegnato e che sino ad allora pensavo potessero competere solo ad un collant. Ad una calza, al massimo.
Adesso sei a mezza via; quasi quarant’anni e il seno più minuto e assai elegante che disdegni, ovviamente, e c’è lo specchio rotondo che agguanti, e che ingrandisce per mettere al muro i fili chiari dei capelli che chiari non hai mai voluto, e le striature di espressione e di settimane che passano. Contorno occhi, labbra, collo. Sostieni di avere un obbligo rispetto al tuo corpo; non tanto verso di me, deduco ghignando, ma è come se fosse la stessa cosa, perché so che ti costringerai ad invecchiare lentamente e con dignità, a scacciare il disagio di un mio sguardo sbagliato oppure incauto, nel timore mai ammesso che io non ti ami più.
E non hai capito niente.
Ti amerei comunque, così come sei. Perché non hai capito niente. Anche se esistono le ragazzine, e le pance piatte spianate e futuribili da esibire tra una t-shirt minimale e dei calzoni peritonei; roba da colite spastica, ti lamenti, che è meglio un desquiné o una scollatura da trapezio ossuto e snob, e le cosce solide come macigni di coetanee palestrate. Esistono. Ma non mi interessa. Lo vorrai capire prima o poi che m’incendia e mi fa trasalire il tuo sorriso un attimo prima di godere, o sulla strada verso quella punta lì che non decifrerò mai, e l’impaccio femmineo e delicato che hai nel strizzare gli occhi contro il sole, e di passeggiare svelta, tacchi o non tacchi, di correre di troppa e inspiegabile fretta. E le tue paure, ancora. Le tue vanità leggere e piccole di donna insicura che non vuole morire.
Non sono poi così diverso, e chi lo sa se sarò un bel vecchio oppure no, se sarà sordità precoce o rincoglionimento acerbo, e trippa incontenibile di troppe birre e di mangiate allegre. E terrore palpabile. E intolleranza. Chi lo sa se mi vorrai comunque? Non lo so, e mi nascondo, quando posso, continuando a sceglierti, io, di caparbietà indefessa e di speranza. E mi rispondo di sì, sottovoce; di sì, ché sono borioso e presuntuoso, e mi faccio spazio tra i tuoi difetti commoventi e indefiniti, tra la cellulite ammessa solo nel culmine di un ammutinamento da te, mezzo secondo, e poi rinnegata in eterno, tra le tue mille creme, e spray e unguenti magici. .
E mi viene da ridere.
E ti abbraccio da dietro.
E ti mormoro, e sono inopportuno e sconcio; e non ti ribelli, e sei ritrosa lo stesso. Dici senza crederci che arriveremo tardi in quel posto, non è il momento di fare l’amore, matto, dici, mi devo ancora preparare. E non me ne frega niente se ci aspetteranno supponendo una lite o un divorzio caduto dal cielo, mi vai bene anche struccata e pallida e felpata di crema ventiquattrore.
Mi vai bene tu.
Adesso.
Così.
Stanca.
Preoccupata.
Testarda.
Orgogliosa.
Bugiarda.
Felice.
Completamente incompleta.
Mia.
Esattamente come sei.
Come quando getti l’ancora dopo una traversata di notte con il mare grosso che ti fa cagare sotto, e sospiri che sei arrivato. In qualunque posto sia; ti senti a casa.
Ecco.
Così.
Così.

Vuoi così?

(I said I love you and that's forever.
And this I promise from the heart.
I could not love you any better.
I love you just the way you are.) .

Billy Joel, Just the way you are.


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