"Era di maggio, se non ricordo male" di Emanuela Musso Fiorini, 2004


C'era una donna che aspettava davanti al Caffè-pasticceria dall'altro lato della strada.
Di statura media, fragile, i capelli corti e chiari volutamente spettinati che le annoiavano la nuca. Era stretta in un vestito bianco, cinturato, senza maniche. Un coprispalla minimo di stoffa opaca color pastello appoggiato purchésia. Sorrideva anche se non c'era nessuno. Si guardava intorno. E aspettava. Aspettava. Possedeva i tratti pallidi di quelle che vengono dal nord più assoluto, le sopraciglia sottili, gli occhi offesi di nero, ombretto e mascara folto, e la bocca forte, struccata e immobile, quasi, in quell'istante di leggerezza. A tratti pareva cercarsi nel riflesso della vetrina, e nell'ombra sfocata delle bignole alla crema e delle Sacher, oppure dei cornetti ripieni di marmellata o zabaione, e nelle lunghe desinenze di dolcetti secchi; capezzoli di venere, riccioli di cioccolata. 
Si sistemava una piega lungo i fianchi, si scrutava di sbieco; lasciava scivolare il bracciale, e concedeva alla borsa una spanna di vento, tra il suo polso e il cielo chino di libeccio. Scansava i passanti e si rannicchiava in un canto del marciapiede, addossandosi al muro. Poi riprendeva la sua danza su e giù. Minuti. Mezz'ore.

Tu la osservavi.

Succedeva da giorni, da un mese, magari, e non te ne facevi una ragione che si potesse così, che accadesse così, senza un motivo assennato come ti eri sempre figurato, senza una sola pretesa di obiettività. 
Eppure. 
E credevi di essertene innamorato per il passo, per il garbo affrettato e imbavagliato di gonne al ginocchio e di fianchi che bisbigliano. E per la puntualità ostinata e teorica. E per quelle increspature ancora ai lati della bocca che trovavi dannatamente affascinanti, per quell'espressione così, e per i tratti che non erano di lì, e che spettavano ad altrove. Non riuscivi a fare altro. Restavi, punteggiavi le cose di sempre e il tuo lavoro, le persone, i clienti, e attendevi che lei controllasse l'ora, dopo un po', e che se ne andasse; soffiavi no, stai qui, mentre la lasciavi scappare.
Stai qui, ti prego.
Forse era te che stava aspettando.
E tu nemmeno lo sapevi.
Stai qui.
Vieni qui.
Solo che non avevi il coraggio di seguirla. Quel coraggio non lo avevi. Perché eri sempre stato un uomo rassegnato e timido.
Doveva essere un po' più vecchia di te; qualche anno, forse; lo desumesti da quel modo deciso che esibiva nel compiere gesti apparentemente banali, e dall'eleganza ritrosa che le ragazze ignorano per insolenza e vanità, e approssimazione. Era commovente. Era qualcosa che non riuscivi a definire, una donna, ecco. Il riassunto preciso di una donna e la sua intera declinazione. Questo era. Lo hai sempre creduto. Lo credi anche adesso che la mente ti fa lo sgambetto. Non ne hai incontrate di uguali mai.
Strano come l'amore ti prenda all'improvviso, e il ricordo di lei, stanotte come ogni notte, mentre graffi il pianoforte e la voce ti viene più rauca del solito, e rigurgita in gola risentimento e tristezza, e chiudi gli occhi e vai a braccia di note e e di sensi. E scuoti un po' la testa. Strano che sia così. E che tu non l'abbia mai potuta cancellare. Perché non ne avevi voglia.

Prima di diventare quello che sei, facevi il commesso in una libreria. Ti piaceva lavorare lì; bella gente, intellettuali e no, stipendio discreto e la libertà che volevi. Avevi deciso che non ti saresti mai sposato, e niente figli, per carità; magari più in là nel tempo, quando si ha necessità di darsi un punto e di annodare la cima; come si dice qui, che è un posto di mare. Poi qualcosa era cambiato; lo metti a fuoco agilmente come il crocevia preciso nella tua vita di uomo giovane e di bell'aspetto; fu quando battesti la testa contro il rollbar dello scaffale dei romanzi erotici al femminile ultimo modello, appena acquistato dal proprietario, e finisti all'ospedale con un trauma cranico.
Tralasciando i dettagli fortuiti che condussero allo spiacevole accadimento, smarristi la memoria per incantesimo, come una cancellatura di spugna sul gesso; niente più titoli recitati a mena dito snobbando l'archivio computerizzato; niente più ricordi di nomi e cognomi e di date e case editrici; non avevi mai letto prima di allora, non eri nemmeno andato a scuola, all'università, laurea in lettere moderne. Non eri mai nato; un lombrico affamato e reietto; povero di te, vuoto, truffato dal destino; proprio la fronte dovevi cozzare, si ostinavo tutti a ripetere. Proprio la fronte, accidenti. Sta di fatto che tu serbavi in testa due immagini soltanto.
Anzi tre.
Un refrain di Paolo Conte a cui una volta avevi venduto un libro.
E lei. 
Il romanzo si chiamava " Il cesellatore di noccioli di pesca". Di Nico Orengo.
Il nome di lei lo ignoravi per intero.
Lei.
Ritta su quel marciapiede a che cosa fare, non sapevi.
Fiera.
Testarda.
Indecifrabile e misteriosa.
Una specie di favola flou.

Il medico curante; insigne primario della clinica che studiò il tuo caso con attenzione indefessa, pezzata appena di ilarità per il modo in cui si era prodotto, prescrisse una terapia riabilitativa a base di musica. Avresti dovuto imparare a suonare uno strumento, uno qualunque, il tragitto a ritroso sarebbe partito da lì; e poiché il Conte dell'astigiano ti stava così simpatico, scegliesti il pianoforte.
Cambiò tutto così; come se un giorno, e non a caso, tu avessi calzato l'esistenza di un altro, e ricominciassi in quella maniera strampalata e aguzza. Da due fotogrammi del cuore e da poco più.
Da due ritagli di giornale.
La classe di un famoso chançonnier e una femmina strepitosa che ti aveva ritorto le budella a dovere. Ti trovavi schiacciato nei tuoi diciott'anni, di nuovo, quelli che non avevi nemanco vissuto.
Ammanettato.
Costretto.
E la cosa non ti dispiaceva affatto, in fondo. Per dirla tutta quanta. Che la libertà non ti aveva reso poi così tanto, sino ad allora.

Le notti dopo l'incidente ti rintanavi nel tuo buco di casa stretto nei carrugi.
Dalla finestra il cielo era un'ipotesi e la luna la riconoscevi a volte; quando era crescente. E ti immaginavi lei che passeggiava, e immaginavi il chiarore della riva attraversare i vicoli esangui di pietra e cemento, e raggiungerti, e solcare il buio e il silenzio e trascinarti via. E scandivi le note della canzone che avevi appena ritrovato, fischiettando, ti spingevi una spanna oltre, supino sul letto, braccia conserte, verso di lei. Musica e anima; come un concetto indistinto. E la tua medicina.
Pigramente ti riprendesti, e la mente riaffiorò a fiotti sparsi e irregolari; ma oramai avevi cambiato mestiere. Iniziasti a far serate in locali per turisti; oltre il confine pagavano meglio, e sgranavi le melodie che ti domandavano; Aznavour, Barry White, la Piaff e giù di lì. E diventasti bravo con le dita, sino a che una sera ti fece visita un agente e dispose per te.
Un anno dopo il primo disco che si dichiarò un successo, mettesti piede all'Opera.
A finale con l'accento.
Ville Lumière.

Di quanto in quanto, prima di Parigi, ritornasti al negozio. 
Era una scusa ovvia per controllare se lei ci fosse, in verità. La fortuna ti fu ostile per qualche settimana; quindi un giorno le cozzasti dentro, girando l'angolo. Fu come scontrarsi contro il cotone, pensasti. Come un bouquet di mille punti interrogativi risolti d'un tratto.
Shalimar, certamente; sugli abiti e sotto.
Ciocche più lunghe radunate dietro le orecchie.
Un cappottino beige.
Un sorriso stupito, a metà. Inevitabile. Che magari era nata sorridendo, davvero, lei.
La trattenesti per un braccio, quella volta, prima che avesse idea di superarti; osasti; colpa della musica, ovviamente, e di una certa fama che in città ti nominava "quello della botta alla libreria del centro". Riuscisti a parlare, quella volta, come capitò non te ne capaciti ancora, ma successe, e marcasti la penultima virata della tua vita di sghimbescio.
Io mi chiamo Eugenio, e tu?
Tina.
Bella voce, Tina. Posso accompagnarti?
No.
Ma allora, scusa, tutti questi mesi. Aspetti qualcuno?
No che non aspetto nessuno. Ti sbagli. Ma poi, chi saresti tu?

Già.
Chi sarei io?

Forse assomigli a. Perdonami. Perdona il tu e tutto il resto.

Lei si ritrasse, svelta, e ti voltò le spalle. 
Due passi; spinse la porta della pasticceria, quindi si voltò ancora e ti guardò dritto negli occhi, quasi intendesse aggiungere qualcosa. Ti fece un cenno con la mano, invece; come fanno i bambini; il palmo spalancato, le dita tese; e quindi a voce alta; dedicami una canzone, se ti va. E richiuse la porta. Tu rimanesti lì come un bradipo imbecille; ti sporgesti appena dalla vetrina per controllare che lei esistesse davvero, che non ti fossi inventato tutto; magari l'effetto dei calmanti, chi lo sa quali porcate ti avevano rifilato oltre gli spartiti. La scorgesti abbracciata ad un uomo di mezza età; slanciato e elegante, ti parve; ridere fitto. Ti sentisti mancare per un istante; anzi, ti venne pure il mal di stomaco. Ignorasti il tuo ex capo che ti chiamava, poco lontano; ficcasti le mani in tasca, rabbioso, deluso, e te ne andasti.
Secondo in ogni cosa.
No.
Non proprio in ogni cosa, decidesti.
Per la prima volta in vita tua.
Decidesti.
Al diavolo la concorrenza.

Dopo un mese la Francia ti riuscì simpatica assai.

Stasera il locale è pieno.
Distingui a fatica le facce e fumi spinto. Ma così la tua voce è rugosa come pretendi, e come è giusto che sia. Carta a vetro e seta nelle parole. Canti e lasci che la sigaretta ciondoli da un angolo della bocca, e che la cenere si sparpagli e cada sui calzoni del tuo completo blu; sfili il repertorio con noia, che stasera non ti va per niente; hai fretta di suonare quella cosa; hai bisogno di arrivare in fondo, e quando lo tocchi il fondo, allora ti perdi sul serio, sei capace sul serio, allora. E anche se tutte le litanie che scrivi hanno il suo nome; quella è come un vestito dei quartieri alti. Ti schiarisci la voce; ti liberi dall'ultimo alone di fumo molto Bogart e vai.
Era di maggio, se non ricordo male.
Poi aspetti.

Lei uscì dal Caffè dopo poco; l'ansia non durò molto.
Uscì da sola.
Affrettò il passo da subito e tu la scortasti scivolando sulla strada, una spanna da lei, senza fartene accorgere, mescolandoti al passeggio del tardo pomeriggio. Camminaste un buon quarto d'ora, sempre diritto, senza mai cambiare direzione, superaste il lungo mare, sino al portone di una casa. Lei frugò nella borsa, acciuffò le chiavi, scelse, e ne infilò una nella toppa. Premette contro l'anta e fece per entrare.
Fu allora.
In quel momento preciso.
La abbracciasti da dietro sussurrandole nel collo di non avere paura. Lei ti riconobbe, ti convincesti in qualche modo, oppure si fidò senza prove; piegò il capo su di un lato, scostò i capelli con le dita e in un modo che ti riuscì difficile trattenerti oltre, e ti permise di assaggiarle il collo e di baciarla, mentre tu non smettevi di dire.
Non avere paura.
Non avere paura.
Più tardi mettesti in pratica quel libro dal titolo così delicato; e intagliasti il suo sesso con il garbo e il furore dell'artista inconsapevole. E vi spiegaste così; in quel soffio di piacere striato di non conoscenza e di premura; la tua bocca che beveva lei che si lasciava bere, e che ti avrebbe bevuto, un po' più in là. Dopo. Vi consegnaste così. Come raccontano i film e i romanzi che non usano più e che nessuno vede e compra.

Adesso è diverso, ordinario e diverso da quell'unica volta.
Lo sai.
E sai che prima o poi, quando ti rimarrà fiato a sufficienza, e pelle e carne a sufficienza, e memoria anche, lei entrerà da qualche parte dove ci sei anche tu. Tu penserai, finalmente ragazzi, e inizierai dal fondo della scaletta; ma nessuno si azzarderà a protestare, nessuno capirà, e capiranno tutti nello stesso tempo.
Tu aspetti.
Non hai fretta. E intanto canti. Che lei non ti ha dimenticato.
Ne sei convinto.
Sbirci la copertina di quel libro che conservi accanto al sedile, sotto il pianoforte, e aspetti.
Perché era di maggio; se non ricordi male.
E lo ricorda anche lei.
E gli amori sgualciti di maggio ritornano, senza eccezione alcuna. Come le stagioni, i rintocchi dell'orologio caricato per bene, le malinconie e i malanni. Come i vecchi abiti che nominano di vintage e che sono antichi e eterni, semplicemente, e i mercatini di pulci. I cappelli a falda larga e le macchine decapottabili. Non passano mai di moda, gli amori di maggio.
Lei entrerà da quella parte, laggiù, e tutto sarà come allora.
O forse no.
Il suo profumo e quel gusto riluttante di un posto che ti assomiglia, in fondo. Perché siete uguali.
Intanto tu canti.
Era di maggio, se non ricordo male.

L'ultimo battito di mani.
Poi.
Silenzio in sala, per favore.
Silenzio in sala.


 

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