| "Similitudini" di Emanuela Musso Fiorini |
La trattoria è a Cherasco. Vicino alla stazione. Posteggi la macchina davanti all'entrata. Scendi tu per primo e mi fai cenno di aspettare; apri la portiera, mi tendi la mano e mi accompagni come un vero signore d'altri tempi. Mentre mi lascio guidare e il tuo braccio mi sostiene, appena sotto i fianchi, penso che non ci sono abituata. Che non sono abituata a tutto questo. E che mi piace. Scegli un tavolo un po' isolato nel dehors ricavato dentro una sorta di patio; se alzo gli occhi vedo un ricamo fitto di tralci di vite intrecciati, e poi il cielo nitido, limpido; e se li chiudo invece, per un attimo, per un attimo, respiro l'odore della Langa, che si ostina a raggiungerci sin qui. E l'aria tersa e sottile di questa fine mattina estiva. Imprevista. Incalcolata. E bellissima, mi pare. Sto per sedermi ma mi dici no, non ancora; non so come hai potuto e quando ci sei riuscito; ma hai fatto scivolare quella cosa per me sotto il cuscino della mia sedia; mi ci sono quasi accasciata sopra ed ora disfo il pacchetto, ridendo, strappo la carta con urgenza curiosa, arrossendo come una ragazzina impacciata. Un libro. Museo Salvatore Ferragamo. La storia di Audrey Hepburn. Come un rimando all'inizio di tutto, e di ogni singola cosa; e sorrido, e il tuo modo elegante di farmelo capire. Di farmi capire in silenzio. Cerco la tua mano; come l'hai cercata tu, poco prima, durante il viaggio. La stringo e rifletto, in un istante lunghissimo e svelto che non dimentico, che sono felice. E che vorrei che il resto si fermasse qui. Che non ci fossero altre stazioni, né altri giorni da consumare. Come invece ci saranno. Inevitabilmente. Dopo. Solo le tue dita. E le mie dita. Tra le tue. Levigandoci la premura addosso. La mia casa è su due livelli. Al piano terreno la camera da letto; il mio studio, piccolo e stracolmo di libri e di riviste; la scrivania, quella appartenuta a mia Madre, nell'angolo dinanzi alla finestra, perché amo guardare fuori mentre scrivo. E poi la sala da bagno. Sopra; il salotto, una piccola camera da pranzo, la cucina, e ancora un bagno di servizio. Poche porte; lui l'ha voluta così; poche porte e l'odore del mio brasato al Barolo che si disperdeva ovunque. Un tempo. L'ha disegnata lui; lo rammento; rammento tutte quelle linee sul suo tecnigrafo, ed io piegata dietro le sue spalle; appoggiata e persa in quel mare fitto di idee che avrebbero dovuto essere il nostro futuro prossimo e la nostra vita. E l'eternità che ci eravamo scelti, quando ci eravamo scelti l'un l'altro senza sapere. Annuivo per ogni dettaglio; ricordo anche questo, e spazzavo macerie e immaginavo la mia esistenza tra quelle mura, e tra la polvere che mi entrava in gola come una promessa di felicità. Forse siamo stati felici. Lo siamo stati davvero. Molto prima di adesso. Non lo so. Adesso è tutto finito, e sgualcito dalla rabbia e dalla collera, e non esiste più amore qui, ma solo storia da nascondere e da confondere, e magari nemmeno quella. Nemmeno quella. Solo dolore. Come quando comprendi in un attimo che tutto avrebbe dovuto essere diverso. E che tutto è diverso. Sprecato. Finto e truffato. Adesso. Non domani. Adesso. E che ci stai sguazzando dentro. Ordini tu per me. Io non ho appetito. Ne ho poco poco. Non smetti di fissarmi e mi sorridi; cerchi qualcosa che non capisco e mi accarezzi di continuo, nella certezza buffa che io rimanga, che non me ne vada. Che non sia solo un sogno. Le tue dita risalgono il mio braccio; e poi quasi sotto l'ascella; hai la capacità oscura e torrida, e morbida, di toccare parti di me che non mi erano note e che considero banali. Le rendi nobili ed innervate di desiderio. Ma questo sei tu. Sei tu e basta. E poi mi baci ogni tanto, ricami le tue labbra sulla fronte, oppure sulle spalle che reciti belle; parli del mio fascino ed io lo scopro con te; non ci avevo fatto caso prima, non in questo modo. E mi bevi come se io fossi l'unica sulla terra; come se io fossi divenuta la tua sete, e la tua fame, ed ogni margine distinto che sei in grado di riconoscere. Riconosci me. Vuoi un dolce? Rispondo di no. No. Non mi va. Scuoto la testa. Allora andiamo. Sì. Andiamo, andiamo. L'ho capito quando ho smesso di fare l'amore. Di spogliarmi davanti a lui. Ed è accaduto prima. Secoli fa. Quando il suo profilo mi è diventato estraneo e non restava nemmeno più la voglia ed il bisogno fisico. L'ho capito allora. E senza un movente. Soltanto più tardi sei arrivato tu, e già avevo smesso di essere una donna. E viaggiavo senza quasi una meta, e con questo mio corpo inutile e stanco che ringiovaniva con crudeltà femmina, e si schiudeva a necessità imbarazzanti. Ma sono stata brava. E mi sono inflitta malvagità degne da manuale, l'ho tenuto a bada con una furia severa, il desiderio. Sino a te. Sino a te. La prima cosa che ho sentito è stata la tua voce; no, è una bugia; è stato il tuo modo di scrivere un po' pagliaccio, e quella testardaggine screanzata che utilizzavi nel prendermi in giro. Ci parlavamo per telefono; con falsa distrazione, incaponendoci in quello che avrebbe dovuto rimanere soltanto svago. E banale conversazione. Poi un giorno ti ho richiamato. E due secondi prima mi avevi salutata. Ma è stata un'impellenza che non avrei potuto tramortire; perché stavo cambiando. E non trovavo più catene brevi e strette a sufficienza. Mi hai domandato; che cosa c'è? Ho risposto nulla. Nulla. Volevo te. Hai soffiato nel mio orecchio; stavo per farlo. Stavo per farlo anch'io. Credo di essermi innamorata allora. Qui la nebbia è nebbia torinese. Avvolge le cose, le confonde. Sbiadisce i confini che ci si pone; è nebbia del nord. Umida e tagliente. Perché questa è una città senza vento; immobile nella sua fissità borghese, nel suo mutare sommesso e sotterraneo. Qui le cose non debbono apparire; succedono, sì, ma con discrezione sabauda. E lui mi scruta, mentre ingoia l'ultimo boccone e sibila; ami qualcun altro. Scopi qualcun altro. Non gli rispondo. Tormento il mio piatto con la forchetta, e immagino che faccia farebbe se sapesse che ci siamo solo baciati; toccati e per ipotesi, nell'affanno di quei pochi minuti, di ritorno da quel pranzo. E che non abbiamo scopato, no, e che se mai scoperemo non sarà scopare. Sarà fare l'amore. Sarà raggiungersi, infine, e pretendersi. Ottenersi dopo una lunga prigionia. Sarà libertà; ecco che cosa. Null'altro. Sposto gli occhi altrove. E le mani anche. Navigo nel silenzio fitto di questa domenica che odio; simile a tante altre vissute e tollerate, e percepisco la necessità di sparire; la sento salire ed ostruirmi la gola. Mi alzo. Vuoi la frutta? Me la prendo da me. Ringhia. Senza ringraziarmi. Non abbiamo tanto tempo. Devo ritornare per le quattro a casa e tu guidi più serio, ora. Prima, mentre facevi manovra, davanti alla locanda, hai mormorato che avevi voglia di baciarmi la bocca. Poi hai sterzato; hai cambiato marcia, ti sei allontanato. E quella frase è rimasta lì, a mezz'aria sospesa come un lampadario. Ora la strada è selciato e ghiaia; volgo appena il viso e lo appoggio contro il tuo collo, ti soffio sulla pelle la mia intenzione. Tu freni di colpo. Sembri sbalordito. Se non trovi un posto non mi bacerai mai. Ti dico. E allora lo fai. Lo fai. Mi racchiudi nel tuo abbraccio improvviso, aspetti che la mia bocca si avvicini e ti fai cercare, e tutto il sale del mondo scompare, e scompaiono le attese e i supplizi; e le cose non dette e trattenute. Ti bacio. Baci me. Mi trovi addosso e vorrei lasciarti andare e fare l'amore in questa macchina, accanto a questo prato, e invece ti fermo. Sto tremando. Tremo. Ho il fiato corto. Ti fermi tu e sei sconvolto. Quand'è che hai capito di amarmi? Non te l'ho mai domandato. Quando arrivo a casa non c'è nessuno ancora. Ho male ovunque, fuori e dentro e sulla pelle, e mi sdraio sul letto e incomincio a piangere e maledico me stessa e la distanza tra di noi e la tua assenza che durerà, che si moltiplicherà, lo so, in giorni come ieri, e oggi, in partenze e arrivi e in altre fughe ancora. Penso che non esistono amori pianeggianti; oppure se esistono poi si ottenebrano in rese incondizionate. Esistono similitudini di vite irrisolte; vite che riprendono da dove non lo so; latitanze, certezze strane e dispettose. Come la mia di amarti. Adesso. Domani. Contro ogni sano giudizio e senza sensi di colpa. Mi raggomitolo contro di me come per giocare a nascondino. Avvicino il telefono; premo i tasti a memoria. La tua voce confusa nel rumore dell'autostrada. Ciao Amore Mio. Il nulla verrà dopo. Più tardi. Decido. Saprò affrontarlo. Per ora parlami, parla tu; per ora fallo e dimmi che non mi lascerai in tutto questo tempo, che non ti lascerò io. E ci sarà una nuova casa e cose nuove da costruire. Lo penso. Mentre chiudo gli occhi e permetto al torpore di occuparmi come mi occuperebbe il tuo sesso; e dimentico chi sono e la chiave nella toppa. E lui che entra. E tutta la mia vita. Senza più similitudini ma solo verità, e sogni compiuti e barche di carta che sfidano la corrente. E te. Me. Non avverto altro. Soltanto il rumore che facciamo camminando, e camminando. Camminando. Riesci a sentirlo? Lo senti? Rumore. Rumore. Passi. Noi due. Che siamo due per questa strada. Che lo siamo davvero. Davvero. © Emanuela Musso Fiorini - 2002 |