"I girasoli di Grasse" di Emanuela Musso Fiorini

Mi dici sempre di radunarmi i capelli, che così sono disordinata; le ciocche lunghe e sciolte sulle spalle, come non si addice ad una donna della mia età. Dovrei raccoglierli in una treccia, oppure in una crocchia; ma detesto le acconciature, e poi non sono brava e non ho pazienza nel trovare la foggia più adatta.
Così stamani sono scesa in città e me li sono fatti accorciare; ora assomiglio a quell'attrice italiana che hai corteggiato da ragazzo; sono brevi, appena sotto il mento, e netti in un carré scomposto e noncurante.
Sistemo qualche mèche dietro le orecchie mentre mi guardo allo specchio e sento il tuo respiro che mi segue da dietro.
Mi rimproveri di essere troppo bella adesso, ed io sorrido. Mi volto ed allargo le braccia come per ribadire; vieni che ti coccolo, vieni che sono la tua bambina di nuovo.
E tu scuoti la testa; allunghi il bastone per saggiare il pavimento come se fosse terreno incolto di asperità, e mi giri le spalle e te ne vai. Canticchiando la Piaff.
E sono ancora la tua bambina.
Anche se gli anni si sono aggiunti nella conta, frettolosa e lentissima di pallottoliere, e sono già settanta; appena compiuti; io sono nata in maggio; la mia età fiorisce con i girasoli del prato davanti a casa, e si dischiude la mia età come il cuore di un papavero, si dilata senza sosta.
Insieme al mio corpo; in questa stagione.
Anche se non sono più giovane.
Ma che importanza ha?

Tu invecchi diversamente, invece, ami le donne come le hai sempre amate e mi tradisci ancora, di nascosto, lo so bene; ti circondi di profumo femminile come di uno scialle di organza, come farebbe davvero una donna; la donna che sei in parte; accesa e disperata, e furiosa di amore.
Ed io ti lascio fare. Ti ho sempre lasciato fare. Io che sono appartenuta a pochi altri, in tanti anni, e che continuo a cercarti in solitudine. E con più fatica, ora, quando non mi vuoi.
O mi vuoi solo sgarbatamente.

Abbiamo lasciato Parigi dopo la partenza di Tommaso per l'Inghilterra.
Hai scelto tu questo posto di Provenza, per esserci stato in gioventù; il casale lo abbiamo acquistato da Sophie, che è ritornata cittadina e snob, che stranezza, dopo secoli di campagna, e che adesso vive in quello che è stato il nostro appartamento. Al numero sette di Avenue Montaigne.
E mi domando ancora come abbia potuto trascurare i negozi e la frenesia della capitale; io che sono una citoyenne sino all'osso, e il mio lavoro in atelier.
Ma forse era davvero venuto il tempo.
Anche se io avrei preferito il mare. E chissà che non ti abbandoni, prima o poi, prima che non sia davvero tardi, che non ti abbandoni per un pescatore bretone, o per un intellettuale della Cote d'Azur bravo a letto e più giovane. Un po' bon chic-bon genre e molto ricco. Che ridere. Come non piacciono a me.
E oggi sono proprio bella. Bella come se avessi bevuto del buon vino.
Lo decido.
Infilo il kaftano verde acqua. Le mules nere senza tacco.
Che vuoi per cena, ti chiedo. E tu brontoli; un'insalata, che non hai fame.
Ed io preparerò una quiche; perché non ho voglia di verdura e basta, questa sera.

Mi appoggio allo stipite della porta-finestra della cucina; spalanco i battenti; ed il solito cigolio mi rassicura. Il tramonto è strano e inconsueto di una luce quasi passeggera; il vento è sottile e spettina il prato con allegria silente; i girasoli si torcono ma con lievità leggiadra; si stanno richiudendo in credito di luce e paiono, così assemblati e quasi indistinguibili, come un mare oscillante eppure fermo.
Forse è per questo che ti ho assecondato; perché qui la terra è terra ed è mare nello stesso tempo, e la gente è gente come di frontiera e arrota la erre senza scomporsi e senza giudicare; avvezza ai profumi più differenti e all'odore alternato dell'acqua di fiume, come una promessa di sabbia salata. E poi qui il ricordo si fa acuto.
Da quando vivo qui è divenuto familiare, il ricordo. Io che ho sempre detestato i retaggi della memoria.
Li ho sempre evitati con cura.
E le campane di Saint-Paul mi avvisano che è ora.

Che ora è?
Che ora?

Entrai nel tuo appartamento di mia spontanea volontà. Quella prima volta.
Sapevo che quel pomeriggio avremmo fatto l'amore; lo sentivo, ce l'avevo sotto la pelle, e sopra, come un guanto da sfilare.
Chiudesti la porta e ti addossasti ad essa.
Percepii il rumore della chiave. E le tue braccia che mi trattenevano; la fermezza ostinata delle dita, le tue, attorno ai miei polsi, il tuo petto, la mia schiena, e il tuo fiato che si dipanava, caldo, ripetitivo, lungo la mia gola; lungo il percorso dal collo alla gola. Scostasti i capelli per cercarmi meglio e poi mi facesti voltare; il minuetto dolce del mio seno contro di te. E addosso. E scrutasti il mio viso con circospezione; soffiando respiro e voglia sulle mie spalle e sul viso; vincesti la mia bocca senza chiedere, perché non ce n'era bisogno e mi baciasti con la pretesa irriverente di chi sa di poterlo fare.
Velluto di seta rosso.
Stagno liquido e denso.
Di resa.
Non mi spogliasti; non quel giorno; successe dopo, ma non quel giorno e mi prendesti sul divano; facendomi arretrare sino ad esso e continuando con la solita danza di labbra e di mani, su di me, la solita danza che conobbi allora e che utilizzi ancora, a volte, anche se ti riesce a fatica; sino al divano. Al divano. A gambe divaricate, come una bestia che ha fame, come una bestia disperata e ferita; misurasti le mie mutandine sino a farle scivolare e poi entrasti.
Come io ti aspettavo.
Come ti stavo aspettando da mesi.
E senza esitazioni.
Senza parole.
Gemiti e sussurri.
Sussurri.

Ora lo facciamo di rado l'amore. E non solo perché i nostri corpi si sono come ritratti ed addormentati in una negligenza arrendevole; ma perché sono distratti dal tempo e da altre cose; tu dalla giovinezza di nuovi volti ed io dalla mia scrittura.
Ma ci amiamo ancora.
Questo lo accetto.

E accetto il tuo riposo implacabile accanto a me, la notte, ed il tuo bisogno; e il tuo sogno grave e rotondo di bambino che rassicuro con le carezze e le gocce di ansiolitico. E con le mie gambe dentro le tue. Le tenaglie della vita. Accetto la tua debolezza. E le tue mancanze di rispetto. Il tuo brutto carattere. E la certezza di avermi sempre voluta a modo tuo; con dolore e con viltà e con esitazione imberbe. Con strafottenza. Con paura.
Ma io non mi sono mai mossa. Sono sempre rimasta. Perché ti ero destinata.
Ti ero destinata.
Oltre la carne.
Oltre lo spirito
Oltre lo Spirito Santo e Dio stesso. Nella tua vecchiaia dolce e irritante; nell'incanutire lento e lentissimo. E nel mio fascino che si ripiega su se stesso e riaffiora in modo imprevisto.
E sa di Shalimar.

Un trillo.
Il telefono e la minutiera del forno, insieme, si confondono.
Spengo ed estraggo la torta, e tu rispondi e mi gridi che è nostro figlio e gli parli e ridi, un attimo prima di chiamarmi; vieni, che ti vuole salutare.
Vieni.
Poso la teglia sul piano di marmo, sopra il reggipiatto; poi disfo il nodo del tablier, come se aspettassi un ospite, e chissà perché.
Guardo fuori prima di raggiungerti in salotto.
Il vento è calato.
L'oscurità è immobile e intonsa; si riversa pigra verso la notte ed io con lei; mentre cerco la mia nuca e la spettino ed affretto il passo sperando che la comunicazione non cada all'improvviso; e tu mi consegni la cornetta e mi baci sulla tempia prima di andare.
E mentre ascolto la voce di Tommaso e ti osservo, allontanarti fiacco; penso che non ho più desideri, né pretese da esplorare; ti avvolgo nell' incedere di vecchio e lascio che il mio pensiero ti sorregga.
Sicuro.
Indomito.
Dico.
Bonsoir, mon p'tit poussin, comment vas-tu?

E prego che questa nostra vita non finisca.
Non adesso.
Non stanotte. Non ancora.
E che finisca disfacendosi tra i girasoli di Grasse, sparpagliandosi come cenere tra i girasoli di Grasse.
E che divenga petalo.
Macero di fiore.
Profumo.

Per poi ritornare laddove è giusto che la si aspetti.
Dove la sto aspettando io.


©  Emanuela Musso Fiorini - 2002
 


 

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