| "Da un bianco e nero" di Emanuela Musso Fiorini |
Sua Madre era stata bella di una bellezza inconsueta e senza tempo, troppo moderna per i suoi anni - era magrissima quando andavano di moda le maggiorate - e che esibiva senza quasi rendersene conto, con l'inconsapevolezza giovanile che posseggono gli spiriti liberi ed accesi, e forti di una passione sotterranea ed inscalfibile. Era stata bellissima per lei. Nei ricordi nitidi che le appartengono. Si chiamava Marcella. E da ragazza assomigliava a Lucia Bosé. Di lei Virginia conserva molte fotografie, ma una in particolare le è cara. E' piccola, in bianco e nero. Lei la tiene in braccio, Virginia avrà avuto poco più di tre anni, durante un'estate in Sardegna, sul retro c'è scritto; Santa Margherita di Pula, maggio1966, e la osserva; ha un'espressione dolce, il viso di profilo, struccato e abbronzato di sole, ed il corpo esile, stretto in un abitino di cotone tricot, chiaro, a foglie stilizzate. Virginia guarda l'obiettivo con un sorriso sdentato e buffo e sbavato di pappa, e ha un faccia allibita di stupore indefinito, quasi che la macchina le avesse colte di sorpresa, nella stretta di quell'abbraccio, e che suo padre l'avesse chiamata d'un tratto, per poter scattare. Era lui il fotografo. Virginia ha i capelli bruni, e cortissimi e le braccia rotonde e carnose che spuntano da un prendisole bianco con ricami e brevi maniche a sbuffo. E' l'immagine di loro due che più agilmente la riporta ad allora. Ora che lei non è più qui. A quei tempi vivevano vicino a Sinalunga, in un casale isolato che affacciava su di un prato immenso che Virginia considerava come una specie di lago. L'erba alta si scompigliava nel vento che spesso agitava quei posti, e lei si divertiva a nascondersi e a strisciare tra i ciuffi inesplorati come una animale esperto e randagio, e a lasciarsi solleticare il corpo e il viso dai fili sottili che la facevano starnutire. Poi ascoltava sua madre strillare, in un richiamo ostinato e stridulo. Accadeva sempre alla stessa ora. Chiudeva gli occhi. Rimaneva immobile. Aspettava. Ritornava soltanto più tardi e quando lo decideva lei, e la trovava sulla porta della cucina, in collera e in affanno, in un andirivieni scomposto e nervoso; il grembiule stretto attorno ai fianchi, spettinata e pallida in volto; ma dove sei stata, e sbrigati che è pronto. Suo padre non c'era quasi mai. E quando c'era, era come se fosse altrove. Passava la settimana in città per affari, diceva, e Virginia non ne sentiva la mancanza; solo considerava strani i suoi ritorni imprevisti, e sgarbati, e quell'atmosfera che di colpo si faceva tesa e ruvida. Spiava sua madre piangere e litigare con lui. Allora correva nel prato anche di notte. La strada sterrata che portava in paese si dipanava lunghissima e lenta proprio a fianco del campo, e si ammorbidiva a tratti in lievi curve ed anfratti, come una lingua di terra a se stante e ibrida. Virginia conosceva quasi a memoria il rumore dei motori di passaggio, ma tirava lo stesso ad indovinare; trattore o lambretta, macchina o pulmino, e sbatteva forte le ciglia quando la ghiaia si sollevava come una pioggia dura che schizzava ovunque e che avrebbe di certo raggiunto anche lei, e se faceva buio davvero, rincorreva le cicale e le lucciole e parlava al cielo a pancia sotto. Il viso imprigionato tra le braccia conserte. Come una nenia e una preghiera sottile. Non sentiva freddo. Non lo sentiva quasi mai il freddo. Che era un'ipotesi e una geometria dell'anima che lei era in grado di controllare e di ricondurre a forme meno dolorose. Perché il suo vestito era sotto la pelle. E la rifocillava. E le cullava il cuore. Il suo segreto. Un tempo erano stati ricchi, loro. Poi le cose erano andate male, o erano cambiate semplicemente; avevano abbandonato la città e si erano trasferiti nella fattoria del nonno a coltivare olive e a vendere olio. Erano diventati contadini, diceva sua madre, e lo diceva scandendo bene le parole, con asprezza e risentimento puntuto, quasi che fosse un'onta, e che la colpa non fosse stata sua, e ancora che quell'infelicità sommessa e dimessa eppure tagliente che si era addestrata ad incarnare, fosse uno scotto da pagare. Per aver sbagliato. Per aver sbagliato compagno e destino. Lei che era sempre stata una donna di città. Quando erano partiti da Firenze, Virginia era nata da poco; e non rammentava nulla, è ovvio, di quei tempi. La memoria salì a fiotti e in singulti irregolari e divenne vivida al sopraggiungere degli anni della scuola, quando il ricamo della sua vita le apparve più chiaro e soprattutto sensato. Il passato era circostanza scomoda e inusitata in quella casa, e obbligo era procedere senza ricordi; chini verso i giorni a seguire, che sarebbero stati duri e aridi di gioia e di parole. Così era stato stabilito da una legge non scritta e presto eretta a consuetudine. Ma il passato esisteva. Virginia lo sapeva. Era tutto racchiuso in qualche baule e in poche scatole. In una di queste c'erano vecchie cose lise e distratte; lettere che ancora non poteva decifrare con giudizio, e ninnoli che forse erano appartenuti a sua madre, da ragazzina. Ma soprattutto tante fotografie. Quando il tempo era cattivo, Virginia si rifugiava in solaio ed iniziava a sfogliare, album e figure sparse, e a ricomporre gli incastri con la certezza goffa di bambina, e con la sola intuizione che le era concessa e che la guidava silenziosamente. Quel battito. Leggero. Quel battito. Tra molte, un'immagine le stava più a cuore. Allora. Come ora. Ora il clima si è trasformato. Piove di rado e quando succede è acqua rabbiosa e sfuggente di temporali che fanno assomigliare l'inverno ad una giornata di luglio, e il vento quando soffia, soffia in maniera più gentile. Quasi composta. L'erba è diventata pigra e disciplinata e corta di tagli sapienti. Il prato davanti a casa si è infittito di alberi da frutto ancora in un ordine puntuale, e la strada che lo corteggia è stata asfaltata da anni oramai. C'è un piccolo viale che conduce al casale. Arrivano a tratti grida di bambini che giocano da qualche parte, e sotto il porticato, di lato rispetto all'entrata, se ti capita di passare di lì verso le cinque del pomeriggio, puoi notare una giovane donna che legge allungata su di una chaise-longue di vimini. E' carina. Il viso minuto senza trucco, i tratti delicati, e i capelli scuri tagliati corti corti, alla maschietta; il corpo snello dentro vestiti casuali e di campagna, pantaloni larghi o gonnelloni e maglie piccole che le ritagliano il seno e la vita; la sola vanità che si concede. Ma senza fatica. Ogni tanto alza gli occhi, sembra guardare lontano; rimane immobile un istante quindi riprende a leggere, a volte si alza, scompare nell'aia dietro casa e poi ritorna. Sembra inquieta. Ma non lo è. Lo è solo un po'. Se hai tempo e ti fermi, facci caso. Non s'incammina mai sul viale; scende verso il prato e affronta la discesa lasciandosi quasi scivolare. Si sdraia bocconi, le braccia ripiegate, i palmi che sorreggono la faccia. Scruta laggiù, chissà dove. E sorride; se sei vicino abbastanza per vederla, la vedi sorridere, e magari ti fa pure un cenno con la mano, e rimane così per ore. Per ore. A volte. Sino a quando non si sentono le stesse grida di bambini risuonare come un eco, rotolare fuori dalla casa, incrociandosi e mescolandosi l'una nell'altra, aggrappandosi ad un'altra voce più grave e di uomo. Ma lei torna solo quando lo decide. Quando il suo cuore è pieno abbastanza e quando le forme nella sua testa si sono fatte piane, ancora. E tranquille. Quando è riuscita a ritrovarla. Sua Madre. Sua Madre. Sul cancello che precede il viale puoi scorgere un targa con su scritto Villa Virginia. Gli uliveti sono poco distante; e se glielo chiedi, ti ci condurrà volentieri. E prenderà a raccontare. Magari ti mostrerà una fotografia; così, nel valzer circolare e denso del discorso. Inizierà da lì. Se glielo chiedi. Da un bianco e nero. © Emanuela Musso Fiorini - 2002 |