|
Condannato a morte. Semplice, inequivocabile. L’aria diventa marmo, granito squadrato che ti schiaccia al suolo, la luce sfregio insistito nelle pupille. L’ammasso gelatinoso di ossa e tessuti si apre però in un respiro testardo. Particelle gassose, né calde né fredde, incolori, anodine, esilaranti a tratti. Un sussulto sconquassa le costole tumefatte della realtà. Un pensiero. O magari l’assenza di pensiero. La volontà di giocare d’anticipo lasciando al carnefice soltanto un contenitore vuoto. Un barattolo inerte di cartilagini ammaccate. O forse la voglia di giocare e basta, di dirsi che è troppo assurdo per essere vero, o che se è vero è troppo assurdo per prenderlo sul serio. Se Qualcuno o Qualcosa ama scherzare, beh, accetterà di sicuro anche il misero trucco di chi non ha altro che un cilindro lacero in cui cercare l’illusione che tutto sia chiaro, che tutto sia giusto.
Operazione numero uno: disporre i pezzi sulla scacchiera in modo da poter divorare d’emblée gli alfieri nemici. Concedersi il lusso di guardare negli occhi il re e la regina. La mèta. L’odio e l’amore. La consapevolezza dell’inutilità della rincorsa, la gioia di una sconfitta ineluttabile, il piacere dell’impegno senza altro costrutto che sentire il calore delle braccia e il sudore che cola lento sulle tempie.
Non ho alcuna colpa, potrei dire. Ma sarebbe come dare partita vinta all’avversario regalandogli anche il lusso di una colossale risata. Diciamo, allora, ciò che di sicuro non ho commesso e quello che di certo non è accaduto. Niente omicidi plurimi, niente stupri e niente rapine. Non ho trovato neppure giudici corrotti e avvocati incapaci. E’ molto più semplice e molto più complesso.
Nella linda Colonia Interstellare dei Programmatori-Legislatori tutto è ordinatamente predisposto. Persino il contatto periodico con le meretrici di stato. Tempi e modi del rapporto sono diligentemente codificati. Tra un discorso funebre, un’inaugurazione e un party ufficiale, i nostri sorridenti Leaders trovano il tempo di legiferare. E tengono un occhietto fisso sui monitor di controllo. Le medesime bocche spalancate in melliflue paresi sono pronte a tranciare di netto le membra dei trasgressori.
Questa non è una spiegazione né una novità, direte voi. Giustissimo, lampante; ma il fatto è che più di tanto io non so e non voglio dire. Faccio appello alla Convenzione di Ginevra, se ancora esiste, e rivelo solo l’essenziale: nome e grado.
Il mio nome è Versus. Mi ha sempre divertito molto immaginare le facce di coloro che ritengono si tratti di un omaggio ad un’antica marca di profumo. Vi assicuro che non è così. Non sono un nostalgico sponsorizzato. Io esisto senza e nonostante la pubblicità. Qualche secolo prima degli spot internettizzati il termine versus usciva da labbra vive e pulsanti che intendevano esprimere il concetto di opposizione, di contrasto.
Non sono contro la pubblicità in sé e per sé. Spesso è divertente, accattivante, persino bella. E' proprio questo il male. Io a volte sento la necessità di qualcosa di goffo, sgradevole, doloroso... Uno sbaglio... sì, uno di quelli per niente commerciabili. Uno sbaglio che nessuno acquisterebbe. Sgraziato, cencioso... Uno sbaglio e basta. Uno sbaglio mio! Tanto marchiano da volergli bene, dopotutto.
Il mio grado è quello di soldato semplice. O forse anche meno: sotto-soldato semplice degli hackers. Sì, sono uno degli schizzati che si intrufolano a tradimento nelle reti dei guardiani telematici. Non lo faccio per sentirmi più furbo o più bravo degli zelanti recintatori. Lo faccio perché ne ho bisogno. Ho bisogno di disegnare un enorme brufolo color pervinca sulla fronte spaziosa e serena del Delegato Intergalattico, oppure di far apparire sugli Schermi una scritta gialla a caratteri cubitali per dichiarare che la figlia del Presidente è una cozza terrificante e la moglie una ninfomane assatanata.
Una cosa innocente, in apparenza. Tutti possono vedere che in realtà la figlia del Presidente è bella e dolce e la moglie quasi una santa. Nonostante ciò la mia incursione non è stata gradita. Qualcuno potrebbe avere iniziato a pensare, a guardare le cose dal lato opposto, quello non illuminato dai riflettori, l’angolo accuratamente schivato dalle inquadrature canoniche. Un po’ come immaginare le attrici della pubblicità prima del loro ingresso nella sala-trucco.
No, le mie escursioni telematiche non sono state apprezzate. Perdonano molto più facilmente gli sporadici ritorni di fiamma dei sopravvissuti delle lotte ecologiste ed antinucleari. Quelli li hanno già sconfitti, sono neo-indiani già relegati in antiche riserve. Con coloro che osano violare i soavi lineamenti delle sacre icone sono inesorabili invece, non transigono.
Anni fa i condannati venivano fulminati con una scarica ad alta tensione: iperbolica sovrabbondanza di potenza. Oggi, nell’anno 2089, veniamo eliminati con il metodo opposto. Un black-out mirato. L’azzeramento energetico. Niente più corrente elettrica per i computer, i televisori, i microonde... Una volta si legava il prigioniero con lacci e bende, oggi non ce n’è bisogno, il calare del buio è la benda più efficace che si possa immaginare. Ma la mannaia, a volte, può essere carezzevole. Mi è sempre piaciuto il buio. Le pupille diventano leggere, impalpabili. Si può sognare, o, almeno, semplicemente dormire.
Nessuno saprà della mia morte. Meglio così. Niente caotici cortei di solidarietà, niente scritte di protesta inquadrate per qualche istante dall’immancabile telecamera. La gogna elettronica del riso e del pianto, del savio e del buffone, sbandierata senza sosta come prova inconfutabile di trasparenza, democrazia.
Quello che mi è accaduto è giusto, in fondo. Non ho rapinato nessuna banca e non ho girato nudo per le strade. Però ho provato deflorare la vergine verità, questo sì. Anzi, ho provato a crearne una. Una che fosse mia, mia soltanto. E forse ho ingannato anche te, hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère.
Non importa. Verrà la morte e non avrà occhi. Solo il clic impercettibile di uno schermo che si spegne. Silenzio e buio. Buio e silenzio. Ma a volte l’unico modo di far nascere il domani è uccidere l’oggi. Il momento più cupo della notte è quello più vicino all’alba.
|