"Aldebaran" di Ivano Mugnaini


Mise nella valigia beige gli strumenti di lavoro e gli effetti personali. Al di sopra di tutto depose con cura un paio di magliette di cotone e un fazzoletto appena stirato. Richiuse la cerniera con un gesto meccanico, si sistemò sul naso gli occhiali da sole e si avviò verso la stazione. Le facce della gente che incrociava lungo il corso si frantumavano sulle lenti scure. Scivolavano via una dopo l'altra, dissolvendosi in fulminei riflessi iridescenti. Le più curiose tentavano vanamente di aggrapparsi agli esili solchi delle labbra, immobili, serrate.
Si sistemò sulla poltroncina turchese del vagone di prima classe. Depose delicatamente la valigia al suo fianco. Il cuoio pregiato sfiorava la pelle della coscia coperta da finissima gabardine. Infilò il braccio sinistro in uno dei manici, accavallò pigramente le gambe ed aprì il giornale.
Il treno lasciò la stazione di Catania alle dieci e ventotto. Si mise in moto docilmente, senza un sibilo, senza un cigolio. L'abbrivio iniziale spinse in avanti i busti dei passeggeri in modo pressoché impercettibile. Più che una spinta fu il gesto di una mano amorevole. Il colpetto delle dita sul legno della culla che dà il la ad una placida ninna nanna. Dopo alcuni istanti l'ombra della stazione lasciò il posto al sole caldo del mattino. I raggi infuocati attesero il convoglio all'esterno, sui prati venati dall'acciaio dei binari. Lo strinsero in un abbraccio di luce voluttuosa. Il tepore avvolse il pulviscolo che penetrava dai vetri e dischiuse gusci soffici di parole.
L'uomo dalla valigia beige tenne il giornale aperto sulle gambe e continuò a sfogliare qualche pagina con gesto plateale. Ma non lesse più una sola parola. La mente prese a zigzagare avanti e indietro, da un sedile all'altro, da una voce all'altra. Amava ascoltare la gente. Amava i bisbigli, i sussurri e le frasi pacate pronunciate senza fretta, senza tensione. Amava la cadenza regolare dei discorsi a cui facevano eco brusii divertiti di approvazione oppure silenzi nitidi, leggeri, spalancati su nuove parole.
Ma soprattutto amava nutrirsi di frasi colte, duetti raffinati, dialoghi che facevano rivivere esperienze passate o sigillavano il presente con il timbro autorevole di un commento o di una presa di posizione. Spalancava la bocca, estasiato, quando sentiva pronunciare vocaboli tecnici e formule complesse, da specialisti, da esperti nei più svariati campi del sapere. E restava immobile, come un bambino che teme di infrangere un incantesimo, quando aveva la fortuna di intercettare un gruppo di passeggeri intenti a parlare di ciò che più lo interessava. Le sue manie più grandi erano speculari e contrapposte. Era appassionato di archeologia e di astronomia. Era attratto dai segni misteriosi della vita sepolta dalla polvere del tempo, e allo stesso tempo si lasciava calamitare dal luccichio di potenzialità future, intatte. Il cuore gli batteva forte quando sentiva nominare le mura della mitica Petra, e le guance si coloravano di rosso quando qualcuno faceva cenno allo spicchio di cielo che si accende del chiarore opalescente di Orione.
Si accalorava e muoveva le labbra ad ogni frase stando bene attento a non farsi vedere. Ma a volte l'impeto del monologo muto con cui commentava le affermazioni dei passeggeri lo portava ad articolare suoni udibili che sgusciavano subdoli dal naso e dalla gola. Allora tratteneva il fiato e fingeva con indicibile impegno di essere completamente immerso nella lettura. Dopo attimi di silenzio angoloso la conversazione riprendeva, e con essa il macinio ininterrotto delle sue reazioni, delle opinioni e dei pensieri che avrebbe voluto pronunciare, che avrebbe voluto proporre, inserendosi con impeto tra un ragionamento e l'altro. Ma non c'era tempo né spazio. La forza di gravità incollava i suoi occhi alla carta stropicciata del giornale.
Quel giorno la sorte non era al suo fianco. Lo scompartimento ospitava gente stanca e taciturna. Le argomentazioni più interessanti erano quelle di una coppia di massaie che esaltavano le virtù di un detersivo per i piatti che non rovina le mani.
Il sole che faceva brillare le strisce di metallo al centro dei binari in quello stesso istante tentava vanamente di ricoprire con un consunto tappeto di luce la polvere della piazza di San Remigio. Le sedie di plastica bianca dell'unico bar del paese quel giorno si sollevavano e si abbassavano in continuazione rigando l'asfalto di scintillanti arabeschi. Qualcosa di vibrante le muoveva. Una scarica invisibile le faceva avanzare a scatti intermittenti come le macchinine di una pista elettrica. Una voce correva di bocca in bocca, di occhio in occhio, di gomito in gomito.
"Sta per arrivare. Prima di sera è qui".
"Sei sicuro? Chi te l'ha detto?"
"Ieri Michele ha visto un paio di forestieri che giravano per il paese. Facevano i turisti... Già, turisti quaggiù... ma quando mai?! Erano in perlustrazione, è evidente. Preparavano il terreno..."
Rosario non aveva sentito una sola sillaba del borbottio biascicato assieme a sigarette ingiallite. Appoggiato al bancone del bar sorseggiava un'orzata. Vicino a lui, dall'altra parte del bancone, un giovane barista che rigirava da un quarto d'ora lo stesso straccio nella stessa tazzina.
Quando i compaesani lo misero al corrente della tetra notizia che lo riguardava Rosario rimase col bicchiere a mezz'aria. Non gridò e non pianse. Si mise a pensare. Non provò neppure per un momento ad immaginare una fuga. In qualunque parte del pianeta, quelli, prima o poi, l'avrebbero raggiunto.
Ed inoltre non era mai uscito dai confini della provincia. L'idea di un viaggio frettoloso verso un posto sconosciuto era più gelida di una pallottola.
Quanto a chiamare i carabinieri, beh... cosa avrebbe raccontato? Poteva chiedere una scorta per mesi, anni forse, senza uno straccio di prova, una qualche certezza che provasse che il pericolo di cui parlava era reale?
Riuscì a concentrarsi solo su un istante della sua vita. L'attimo in cui gli era uscito dalla bocca un piccolo diniego. Un minuscolo e granitico "No". Un prolungato scuotimento di testa rivolto all'onnipotente latifondista che voleva comprare il suo terreno.
Gli venne da ridere. Uscì lentamente, attraversò la piazza martellata dal sole, e andò a rannicchiarsi sotto le lenzuola del suo letto.
Il dondolante convoglio raggiunse la stazioncina di San Remigio alle tre e ventiquattro. L'uomo dalla valigia beige scese con tutta calma. Era in notevole anticipo. Si avviò a piedi verso la pensione che qualcuno aveva prenotato per lui.
Pulì con cura con il fazzoletto le manopole del bagno prima di servirsene. La sporcizia lo inorridiva.
Chiese della frutta fresca. Un ragazzo bussò sommessamente alla porta della camera e depose il vassoio sul comodino. Il forestiero assaggiò un'albicocca. La trovò aspra, insipida. Ingerì il boccone con espressione disgustata e rimuginò a lungo tra i denti un aggettivo, "adamantina". Era talmente affascinato dai termini ricercati, soprattutto da quelli del cui significato era tutt'altro che sicuro, che la gioia di poterne ripetere uno per una decina di volte cancellò del tutto il gusto agro del frutto.
Le lenzuola riarse dall'afa pesavano come piombo sulle gambe rannicchiate di Rosario. Si era rigirato e rivoltato un'infinità di volte senza riuscire a chiudere occhio. Sudava. Sudava e sorrideva.
Hanno mandato "lo scienziato". Nientemeno che lo scienziato per uno come me. Quale onore! Non pensavo di valere tanto! E' tutto chiaro, adesso. Ho capito che per anni ho sbagliato tutto credendo di essere un disgraziato come tanti. Eh sì, ho aperto gli occhi adesso. Peccato che sia un po' tardi.
Alle otto e un quarto Rosario gettò le lenzuola più lontano che poté e si alzò in piedi. Mentre si infilava i pantaloni si guardava le gambe. Si chiedeva se Irene avrebbe riso vedendole. Irene ne aveva viste parecchie di gambe di uomo, questo era certo, ma di sicuro non si era mai imbattuta in un paio di stinchi lunghi e ossuti come i suoi. O forse sì. Non restava che provare. La casa di Irene, per fortuna, era sempre aperta.
Quando le prime ombre della sera dipinsero di grigio i vetri lo scienziato mandò a chiamare il padrone della pensione. Lo convocò in camera per avere informazioni riservate. Gli chiese se nel paese c'era una "donna pubblica", una "mondana". Mentre lo zelante albergatore gli indicava l'indirizzo della casa di Irene, lo scienziato ripeteva con orgoglio a se stesso che quelli che aveva appena usato si chiamavano "eufemismi". Di questo era certo.
L'anticamera della villetta candida di Irene era stretta ma a suo modo accogliente. Rosario, adagiato sui cuscini color cobalto di una poltroncina, aspettava il suo turno. Quando vide entrare un signore distinto con un completo scuro di gabardine e una valigia beige di pelle pregiata si tirò su con le spalle e lo salutò con deferenza.
"Buonasera a vossia" - scandì con cura.
Il forestiero rispose con un cenno della testa. Si sedette al suo fianco e depose la valigia sul vicino sgabello. Rimase immobile, in silenzio. D'un tratto si voltò, guardò la fronte tesa e corrugata del giovanotto che gli sedeva accanto e fece sentire la sua voce.
"Com'è questa vostra Irene? Cosa mi sa dire di lei?".
Rosario cercò vanamente di respingere il sangue che gli ustionava la pelle. Dovette confessare che era la prima volta che metteva piede in quella casa.
"Il padrone della pensione mi ha assicurato che è piuttosto brava. Finge mediamente bene, ecco sì, diciamo così" - ridacchiò l'uomo con la valigia. Osservò ancora per qualche istante il rossore delle guance di Rosario, e si scoprì a provare per lui una profonda, istintiva simpatia. Di lui mi posso fidare - pensò.
"Anch'io è la prima volta che vengo qui, sai. Non sono di queste parti. Vengo in posti come questi quando devo portare a termine un lavoro. Mi aiuta a scaricare i nervi per poi essere più preciso e concentrato".
Lo scienziato cercò di nuovo gli occhi di Rosario. Erano limpidi. No, non si era sbagliato. Di quel ragazzo si poteva fidare. Anzi, poteva osare persino di più.
"E' davvero una bella serata, non credi? Il cielo è splendido dalle vostre parti. Non c'è un velo di fumo né di inquinamento. E' nitido, trasparente".
La porta si aprì e i due uomini uscirono, fianco a fianco. Lo scienziato condusse Rosario a vedere Aldebaran, una spilla luminosa e tagliente incastonata nel velluto soffice della notte.


 

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