Da "La camera 24" di Valerio Morucci, Edizioni Clandestine, 2003


L'ingannevole colore dei sogni

Il signor JT era in piedi davanti alla finestra della cucina. La sua piccola figura, nel liso vestito nero, si distingueva a malapena nel grigiore del primo mattino, non fosse stato che per la bianca macchia del colletto della camicia. Accanto a lui nel contrasto con lo scuro pavimento, risaltava la smaltata opacità dì una piccola cucina a gas, sormontata dalla macchia bruna della cappa metallica. Un piccolo tavolo era poggiato contro la parete e sul suo piano, ricoperto di una tovaglia cerata che restituiva parte della scarsa luce, si scorgevano una tazza bianca, una zuccheriera e una macchinetta da caffè, poste a formare un perfetto triangolo; come se la distanza che le separava fosse stata apprestata con cura nel lungo tempo dell'attesa. A poca distanza dalla cucina a gas s'intravedeva la nera sagoma della porta d'ingresso. Il breve corridoio portava ad un'altra camera più piccola, e nella camera c'era un letto in perfetto ordine, come se quella notte il signor JT, o forse come tutte le notti, fosse rimasto alzato a compiere i suoi meticolosi movimenti in attesa dell'alba.
Lui si teneva in disparte sul lato della finestra, non a nascondersi ma, forse, a non voler turbare con la sua intrusione il risveglio della città La mano che teneva scostata la tendina era leggermente aggrappata al cordolo del vetro, l'altra pendeva lungo il fianco, come bloccata in un moto frustrato dalla timidezza, o dalla vergogna. Guardava un piccolo terrazzino del palazzo di fronte, dove un gatto nero e bianco sedeva sulle terga vicino ad una pianta di azalea. Il gatto teneva il muso eretto e la coda dalla punta bianca a far da corona alle zampe. Sembrava in posa per una porcellana danese.
Ma non era il gatto l'oggetto dell'interesse del signor JT. Oltre i vetri della finestra si vedeva una giovane donna che stava eseguendo i suoi esercizi mattutini al pianoforte. La giovane era bionda ed esile, la carnagione pallida, quasi diafana, e le sue lunghe candide mani fluttuavano nell'aria muta. Il signor JT seguiva con gli occhi, animati da un sorriso attento e malinconico, l'elegante movimento di quelle mani, come cercasse dì far scaturire da quel movimento le note che non poteva udire.
Le mani della giovane si fermarono per un attimo a girare lo spartito e il signor JT portò, gli occhi sulla piccola strada in salita. I lampioni a gas erano ora spenti e sul selciato bagnato, che riluceva sotto la luce più viva, il vecchio postino, arrancava portando a fatica la sua borsa. Era tempo di andare al lavoro. La mano che sorreggeva la tendina si spostò lentamente, come chiudesse a malincuore il finestrino di un treno in partenza.
Il signor JT si girò e nel chiarore del giorno si sprigionò un bagliore dai suoi piccoli occhiali da vista cerchiati di metallo, poggiati su un naso fino ed adunco che contrastava con la rotondità delle guance. La sua carnagione era spenta, quasi grigia, e i suoi fondi occhi neri incorniciati, dal nero delle palpebre e delle profonde occhiaie. Soffriva, ormai non ricordava più da quanto, di un'inguaribile insonnia. Come se il suo corpo rifiutasse un sonno senza sogni. Non ricordava di aver mai sognato negli ultimi vent'anni. E i suoi sogni adolescenti erano offuscati nella memoria; e nella rabbia per non averli meglio custoditi.
Era minuto, e i bianchi polsini della camicia gli arrivavano fin quasi a metà delle mani. Piccole, curate e impacciate. La camicia era linda, e dal colletto inamidato pendeva una nera cravatta racchiusa dal panciotto. Tolto dall'attaccapanni il soprabito, lo infilò tenendo con le dita l'orlo delle maniche della giacca, poi calzò con cura meticolosa il cappello, si avviò verso la porta e l'aprì, dando prima uno sguardo d'attorno, come non dovesse più fare ritorno; come se la varcasse per andare al suo funerale.
La strada era bagnata, e il cielo grigio sembrava incalzare i comignoli dei camini che si affollavano sugli spioventi tetti d'ardesia come un esercito rassegnato alla resa, pronto a consegnare le case grigie e dimesse cui montava la guardia.
Si avviò, a piedi sull'acciottolato con passi brevi e veloci, attento a non inzaccherarsi le scarpe. Traversò il vociante mercato del rione, dove carretti trainati da imponenti cavalli dagli stinchi pelosi, stavano ancora scaricando cassette di frutta e ortaggi. Poi attraversò il ponte sul fiume che avanzava lento e grigio come una colata di piombo.
Giunto al lavoro fu rimproverato come ogni mattina dal suo capoufficio per il ritardo di cinque minuti. Passò oltre il gabbiotto a vetri dove sedeva il responsabile della compagnia di assicurazioni, senza rispondere e senza scusarsi, solo spostandosi un po' di lato. Come un lattaio davanti al cane alla catena che ogni mattina gli ringhia contro. Raggiunse la sua alta scrivania, rispondendo con un cenno del capo al saluto silenzioso degli altri impiegati, e poggiò il cappello sul corno alto dell'attaccapanni, dando prima uno sguardo fuori dalla finestra, nell'inutile speranza di vedere quel malinconico sole primaverile vincere la tenace resistenza delle nuvole. Appese anche il soprabito e la giacca e sedette sull'alto sgabello, poi prese dal primo cassetto le mezze maniche di tela nera e le infilò lentamente. Ridistese la stoffa delle maniche della camicia e sistemò gli elastici controllando che le mezze maniche fossero alla stessa altezza, alzò il ripiano e ne trasse un foglio di carta assorbente quasi completamente macchiato, poi prese dal bordo della scrivania un grande libro e un fascio di fogli, pose i fogli accanto al libro, intinse la penna nel calamaio per controllare che vi fosse inchiostro, la scosse leggermente e iniziò il suo lavoro.
Leggeva dal foglio per riportare le cifre nelle colonne del grande libro. Prima di scrivere, con la penna a mezz'aria, riandava con lo sguardo sul foglio, poneva l'indice sulla riga con le cifre, e la ripercorreva lentamente. Poi piegava la testa da un lato e poggiava delicatamente il pennino sulla pagina. I numeri che scriveva erano tondi e inclinati, e il loro incolonnamento preciso al millimetro. Appena scritta una cifra vi poneva sopra con delicatezza la carta assorbente e premeva per asciugare l'inchiostro, poi l'alzava e controllava il suo lavoro. Il suo ritmo era lento e uniforme, tanto che poteva sapere l'ora moltiplicando la quantità di cifre che aveva riportato sul grande libro.
Quando seppe così che era giunta l'ora della pausa, poggiò la penna accanto al calamaio, richiuse il librone apponendo il segnalibro e sfilò le mezze maniche. Solo a quel punto guardò il grande orologio dalle cifre romane che era posto sopra al gabbiotto del capoufficio. Erano le tredici, come già sapeva. Scese dallo sgabello, si infilò la giacca ed il soprabito, prese il cappello e si avviò verso l'uscita.
Quando passò sotto il gabbiotto del capoufficio questi controllò l' orologio, poi come indispettito, riportò l'occhio alle sue carte. Giunto in strada, il signor JT guardò di nuovo verso il cielo poi, sconsolato come per un appuntamento mancato, si calcò il cappello sulla testa. Percorse qualche centinaio di metri nelle piccole strade della città vecchia, fino ad un locale dove servivano pasti caldi agli impiegati degli uffici del centro. Guardò il fondo della sala, controllando che il suo posto abituale non fosse occupato, poi sì liberò del soprabito e del cappello. Sedette sbirciando distratto le pagine del giornale del suo vicino, poi prese il tovagliolo e se lo accomodò con cura sulle ginocchia, raddrizzò e avvicinò alla sua portata il sottobicchiere di cartoncino e attese. Dopo pochi minuti un anziano cameriere dagli stanchi occhi azzurri, gli pose davanti un piatto con wurstel alla senape e crauti e un boccale dì birra chiara.
Allontanò con gesti lenti e accurati i crauti, come spargesse colori su una tela, poi tagliò un pezzo di wurstel e lo portò alla bocca chinando leggermente la testa. Masticava lentamente, volgendo intorno gli occhi malinconici e se incontrava uno sguardo ritraeva subito il suo con un che di dispiaciuto per l'improntitudine. Tagliò un altro pezzo di salsicciotto esattamente uguale al primo, spostando con ponderazione la forchetta per trovare la giusta misura. Mangiati i wurstel bevve un sorso di birra, si pulì con cura le labbra con il tovagliolo, e si dedicò ai crauti.
Terminato il pasto trasse dal piccolo borsellino due banconote e le posò sul tavolo. Poi rovesciò nel palmo della mano delle monete, le rigirò tutte dalla parte della testa, e ne mise quattro ordinatamente impilate accanto ai biglietti, come mancia per l'anziano e silenzioso cameriere. Ripassando sul ponte si fermò a guardare una chiatta che discendeva lentamente la pigra corrente. Un cane dal pelo sporco si rigirava sul mucchio di carbone come una sentinella inquieta, alzò il muso verso di lui e prese ad abbaiargli contro ferocemente. Il signor JT si ritrasse intimorito, fino a che il fiume non si portò via i latrati del cane. In un'ansa sabbiosa, anatre verdi e marrone e cigni dal piumaggio grigio di fuliggine danzavano nei vorticosi mulinelli. Istintivamente il signor JT volse gli occhi alle alte ciminiere dell'industria chimica a ridosso del fiume che riversavano nel cielo e sulla città un ininterrotto flusso di fumo nero.
Era ora di andare. Rientrò nell'ufficio con un minuto dì anticipo. Gli scranni degli altri impiegati erano ancora vuoti ma il capoufficio era sempre lì, con la faccia rosea incorniciata dai neri favoriti e l'orologio in mano per controllare eventuali ritardi. Oltre il bordo del vetro si intravedeva il coperchio smaltato del porta pranzo preparatogli dalla moglie. Il signor JT riprese il suo posto davanti all'alta scrivania e continuò a compilare ordinatamente le inesauribili colonne di cifre. Quando seppe che anche quella giornata di lavoro era finita, richiuse il libro, si sfilò le mezze maniche, le piegò con cura e le ripose nel cassetto. Indossò la giacca ed il soprabito, prese il cappello con una mano e con l'altra il pesante libro, e si diresse verso il gabbiotto del capoufficio.
Come ogni giorno si avvicinò e alzò il libro per consegnarlo al capoufficio ma questi, come ogni giorno, prima dì prenderlo si sfilò lentamente dal taschino del panciotto la sua cipolla d'argento. Mancavano trenta secondi alle sette e l'uomo li attese concentrato e arcigno sul procedere della lancetta, senza degnare di uno sguardo il signor JT. Come ogni giorno gli altri impiegati, con la penna ancora in mano e gli occhi rivolti di sottecchi verso l'ingresso dell'ufficio, seguivano quel muto confronto con un misto di apprensione e d'invidia. Con un rumore secco la lancetta dei minuti del grande orologio da muro si assestò sulla tacca centrale, contemporaneamente a quella della cipolla d'argento. Il capoufficio ripose con soddisfazione la cipolla nel taschino e prese il libro.
Ripercorse a ritroso la strada verso casa e, giunto nella piccola stradina, si fermò in un piccolo negozio gestito da una coppia di vecchietti curvi e mezzi sordi che bisticciavano continuamente. Entrò e lì salutò a voce alta. Si fece mettere delle patate dentro una busta poi, sotto lo sguardo indispettito della donna, prese in mano dei cavolfiori ispezionandoli attentamente. Scelse quello con meno foglie e con protuberanze più regolari. Poi si avvicinò al bancone e ordinò un po' di formaggio molle.
Giunto nel suo appartamento poggiò le buste sul lavello, si tolse cappello, giacca e soprabito sistemandoli sull'attaccapanni, e mise a bollire il cavolo. Poi spense la luce e sì avvicinò alla finestra. La giovane donna dai capelli biondi era nella cucina dirimpetto e aiutava la madre nella preparazione del desinare. Si muoveva con grazia e leggerezza, come seguendo la musica che il signor JT non aveva mai udito; sembrava un valzer. Restò lì come al mattino con la mano mezza aggrappata alla cornice del vetro e un po' discosto su un lato, al limitare del cono di luce che saliva dai lampioni, seguendo ì movimenti della giovane, mentre cercava nella sua testa le giuste note di accompagnamento; fino a che l'odore acre del cavolo non si mischiò con la musica.
Dopo la frugale cena accese la radio e ascoltò la puntata dello sceneggiato radiofonico, muovendo gli occhi ad ogni cambio di voce, come a seguire gli avvenimenti immaginari che si svolgevano al di là della gracchiante scatola di legno. Le voci si spensero subito dopo l'annuncio di un ennesimo colpo di scena. Girò la manopola e si avviò verso la camera da letto. Prese dal comodino l'edizione economica del Candido di Voltaire e si sistemò sulla piccola poltrona accanto alla finestra, tolse il segnalibro e lo poggiò con delicatezza sul bracciolo della poltrona, stese con la destra le pagine del libro, se lo portò lentamente all'altezza degli occhi miopi e iniziò a leggere.
L'orologio del campanile batté la mezzanotte. Il signor JT depose il libro sulle gambe e guardò davanti a sé, come a cercare di capire se il sonno sì fosse deciso a fargli finalmente visita. I suoi occhi erano più disillusi che ansiosi come quelli di un capostazione di una linea secondaria in vana attesa del fischio di un treno.
Poi rimise con cura il segnalibro tra le pagine, si alzò, poggiò il libro sul comodino e si svestì con estrema lentezza, come a non voler spaventare il riluttante sonno con gesti troppo decisi. Infilò il pigiama, andò in bagno, spense le luci e sì sdraiò nel letto rimboccandosi la coperta fin sotto le ascelle. Restò immobile con le braccia stese sulla coperta lungo ì fianchi, come un malato in sconfortata attesa del responso del medico.

Il rumore delle ruote di un carro sull'acciottolato lo ridestò nella notte - cosi gli parve, o forse era già sveglio? - cogliendolo nella stessa posizione in cui inconsapevolmente gli parve ora di essersi addormentato. Dalla finestra non filtrava alcuna luce, il rumore del carro si spense in lontananza e nella città tutto fu di nuovo silenzio. Tendeva le orecchie alla ricerca di un rumore, di un qualsiasi segno dì vita che lo accompagnasse nella veglia o che lo confortasse al pensiero di non essersi svegliato in piena notte. Nulla. Solo il vento che faceva cigolare la grondaia rotta fuori dalla sua finestra. Scostò la coperta e si alzò, infilò le pantofole di pezza e aprì un cassetto del comò. Ne trasse un blocco da disegno, matite e carboncini, poi si diresse in cucina, poggiò il tutto sul tavolo e, prima di accendere la luce, andò alla finestra. La stradina era deserta, l'acciottolato asciutto sotto la luce dei lampioni e le finestre del palazzo dì fronte prive di vita come lapidi. L'orologio del campanile, che svettava sopra ì tetti dalla collina della città vecchia, batté un quarto alle quattro.
Accese la luce, aprì il blocco da disegno e cominciò a disegnare in un angolo verso il basso. Sedeva eretto, con la sinistra dì traverso sul foglio e la destra appena poggiata sul piano dei tavolo. La mano scorreva leggera e con un tratto continuo, come se il disegno fosse già nel suo braccio. Disegnò un pianoforte e poi la giovane donna che ogni mattina faceva ì suoi esercizi. Una mano della giovane era poggiata sui tasti mentre l'altra se ne era appena distaccata con le dita sollevate e arcuate come la cresta di un pappagallo. Prestò molta cura al profilo della giovane, sorridente e concentrato. Poi disegnò i capelli molto più fluenti e mossi che nella realtà, come fossero sollevati dalla musica.
Contemplò il disegno fino a che, improvviso, il suo volto si scurì. Spostò la mano sull'altro angolo del foglio e disegnò il carro che era passato sferragliando nella notte. Il carro era tirato nella sua corsa da un cavallo nero, il ripiano di carico era coperto da un telone che fluttuava nella corsa, e l'uomo che protendeva la frusta sulla groppa del cavallo era impalandranato in un pesante giaccone e con la testa nascosta da un cappuccio. Tutto intorno mosse nervosamente il carboncino a tracciare un intenso chiaroscuro.
Scorse all'indietro i fogli del blocco a riguardare con scoraggiato interesse i disegni delle sue notti insonni. Ancora la giovane, al piano, e al mercato, quel giorno che l'aveva intravista mentre lui andava al lavoro. Poi lo scuro e tetro castello della città vecchia; poi il ponte superato dalle chiatte del carbone; poi cigni, alteri e bianchissimi sul fiume nero.
Chiuse il blocco e lo ripose nel comò, tornò in cucina. Terminata la colazione mise a scaldare un pentolino d'acqua per la barba, poi si lavò e si rase, Sì vestì e spazzolò con cura i consunti scarponcini neri, prima di calzarli. Si guardò nello specchio per allacciare il bottone del duro colletto inamidato e sistemarsi il nodo della cravatta. Ma le mani si fermarono incerte, come colte in fallo. Gli occhi che lo riguardavano dallo specchio erano dolorosamente infossati in un alone nero di scoramento e di insonnia che spiccava sulla pelle chiara. Si sentì guardato da uno spettro e si immaginò così, con quegli occhi e quello stesso vestito, sul suo letto di morte.
Erano le sei e un quarto. Tornò in cucina e si avvicinò alla finestra. A quell'ora dì domenica non c'era ancora molto movimento. Solo un vigile notturno, alla fine del suo turno, scendeva la strada in sella alla sua bicicletta, con la marziale divisa nera, il cinturone con la pistola e il cappello bombato. Stringeva ì freni per procedere lentamente, mentre i suoi occhi spazzolavano da sotto la visiera i due lati della strada, alla ricerca di una serranda o di un portone accostati in modo sospetto.
Sul tetto della casa di fronte il gatto bianco e nero si muoveva guardingo tra le tegole e i comignoli, in caccia di piccioni. Il cielo era finalmente chiaro e il signor JT sperò che quel giorno il sole avrebbe infine vinto la sua battaglia con le nuvole. Aspettò ancora.

L'orologio della torre segnava le sette e un quarto. Tre beghine risalivano la strada per recarsi a messa nella cattedrale, con i loro passi rapidi e timorati di Dio, la borsetta serrata con entrambe le mani al grembo. Altre aspettavano, ciascuna sulla soglia del proprio portone. Appena il gruppetto ne raggiungeva una, questa si metteva in coda dopo un breve saluto a mezza bocca, come stessero già tutte recitando il rosario. Quando il gruppo arrivò in cima alla salita, prima di risalire la scala che portava alla città vecchia, aveva già assunto l'aspetto di una processione silenziosa quanto risoluta; un pattuglione sacro che seguiva il ritmo delle campane che chiamavano alla messa e portava con sé, nello sguardo dritto e fermo, che nulla voleva vedere se non il proprio cammino illuminato dalla fede, nella decisione dei passi e dello sguardo cupo, nelle sottili labbra serrate, la condanna senza scampo dell'immoralità e della perdizione del mondo.
La madre della giovane pianista era in cucina a tirare sul tavolo una grande sfoglia di pasta. Finalmente la giovane la raggiunse e la baciò sulla guancia svolazzando nel suo vestito domenicale. Era un vestito a corpetto azzurro arricchito da una camicia bianca ricamata e con le maniche a sbuffo. I capelli erano raccolti in due code, trattenute da fiocchi dello stesso colore del vestito. Quando si avvicinò alla madre i suoi occhi azzurri erano rivolti, senza vederlo, verso di lui e il signor JT si scostò turbato. La madre indossava ancora una veste da casa e la giovane prese il suo posto, mentre lei si avviò a cambiarsi per la messa. La giovane rollava il matterello, dondolandosi avanti e indietro con leggerezza, come fosse sollevata sulla punta dei piedi. Le braccia si muovevano con decisione sulla sfoglia di pasta, ma il loro movimento non era continuo, si fermavano in un punto, poi proseguivano, per fermarsi in un altro, poi la giovane alzava il matterello in alto per tornare indietro, e anche nell'aria le braccia si bloccavano ancora per poi riprendere, descrivendo arcuate volute; sembravano animate da una melodia. Il signor JT rimase a guardare fino a che la madre raggiunse la giovane e le due donne si apprestarono ad uscire. Poi portò lo sguardo verso il portone e, di lì a poco, le due dorme lo superarono. La giovane guardò verso l'alto rovesciando la testa e tenendo con la mano il suo elegante cappellino, sorrise al sole che stava colorando il cielo d'azzurro e lo indicò felice alla madre. Il signor JT vedeva solo quella bocca sorridente e quegli occhi dello stesso colore del cielo.
Quando le due donne raggiunsero la scala in cima alla strada, si decise a lasciare la tendina, ristette pensieroso davanti alla finestra poi si apprestò ad uscire. Percorse qualche centinaio di metri e si fermò davanti alla vetrina della panetteria. Su vassoi argentati erano disposti krapfen, trecce di kranz e panetti dì pane dì segale appena sfornati. Aveva di nuovo fame. Prese un kranz e un pane di segale per il pranzo e sì avviò verso il parco sul fiume.

Passeri panciuti saltellavano sui prati in attesa di qualche briciola di cibo. Il chiosco dell'orchestra era ancora vuoto. Da lì a un'ora, attratta da quel primo sole primaverile, la folla domenicale si sarebbe riversata nei giardini e la banda avrebbe iniziato il suo concerto: gran parte del repertorio dì Strauss, figlìo, poi Strauss padre; infine, se il direttore della banda si sentiva particolarmente caritatevole, avrebbe timidamente accennato un po' di Brahms, un po' di Mozart.
Sedette su una panchina, prese il krapfen avvolto in un tovagliolo dì carta, e gli diede un morso. Le prime bambinaie già percorrevano il parco spingendo imponenti carrozzine, con un occhio al pargolo e l'altro ai soldati in grand'uniforme che passeggiavano maestosi e impettiti con una mano sull'elsa della spada. Uno stormo di passeri si avvicinò saltellando con sempre maggiore audacia alla panchina e il signor JT lasciò cadere delle briciole, per vedere se quell'audacia si sarebbe spinta fino a farli arrischiare tra le sue gambe. I passeri presero ad agitarsi guardando le briciole e poi tutto d'intorno, come temendo una qualche imboscata. Si avvicinavano e si ritraevano. Poi uno di loro avanzò coraggioso, saltellò fin sotto la panchina guardandolo negli occhi, afferrò una briciola con il becco e volò via come un fulmine a godersi il proprio bottino. Il signor JT sorrise, chiedendosi come fosse possibile che in esseri cosi piccoli, tutti all'apparenza perfettamente uguali e guidati soltanto dall'istinto, si potessero manifestare differenze di carattere e di ardimento. Anche loro avevano forse ciascuno la propria individualità, le proprie paure, il proprio coraggio, la propria felicità e tristezza?
Si allontanò dalla panchina e i passeri si avventarono in un attimo sulle briciole. Il signor JT rimase a guardarli con una stretta di fuggevole tristezza, come se in quel breve attimo fosse anche scomparsa ogni traccia della sua presenza.
Sull'argine pavimentato del fiume alcune persone passeggiavano con i propri cani che tiravano il guinzaglio verso le anatre che si rincorrevano a pelo d'acqua, sotto lo sguardo dì una coppia di cigni, aristocraticamente alteri e infastiditi; nonostante il colore grigiastro del piumaggio non fosse all'altezza del loro sdegno. Si avviò verso la scala che scendeva all'argine mettendo mano al panetto di segale che aveva nella busta. Attese dì essere solo poi gettò dei pezzetti di pane in acqua. Le anatre smisero di rincorrersi starnazzando e si avventarono, urtandosi l'un l'altra, sul pane. I cigni decisero di averne avuto abbastanza di tutto quel chiasso e si allontanarono maestosi lasciandosi portare dalla corrente.
Il signor JT li guardò affascinato mentre, con le ali e la coda rialzate, veleggiavano ondeggiando come navi senza ciurma. Poi prese la stessa direzione, rimanendo sul bordo dell'argine e seguito in acqua da una piccola anatra che non era riuscita a ghermire neanche un pezzetto di pane. Il sole era più alto ora, e le due navi grigie di cui seguiva la scia scomparvero come inghiottite dall'ombra del ponte. Appena oltre il limitare della linea d'ombra, scorse un gruppo di barboni stesi sulla pietra. In terra una macchia scura con al suo centro residui di legna carbonizzata e una vecchia casseruola ammaccata e annerita dal fumo. Erano infagottati in grigi cappotti militari e calzavano pesanti scarponi mezzi sfondati. Accucciati accanto a loro, su luride pezze di stoffa, c'erano dei cani, malmessi e sporchi come i loro compagni dì vagabondaggio. Tutto intorno un cumulo di bottiglie e di barattoli vuoti. Le teste dei barboni, poggiate su zaini rigonfi, erano un ammasso di capelli lunghi e arricciati, ciocche inestricabili e stoppose di polvere e cenere, e le loro facce indistinguibili sotto un groviglio di peluria ispida che arrivava fin sotto gli occhi. La pelle delle mani e del viso era scura e chiazzata di sporcizia sovrapposta in più strati. Gli occhi erano chiusi. Dormivano. Erano ormai quasi le dieci e dormivano. Le rughe sulla fronte e attorno agli occhi aprivano una raggiera di strisce più chiare, e le labbra, per quel che lui riusciva a distinguerne, erano tirate, come se un rilassato sorriso distendesse il loro volto.
Si avvicinò cautamente, incuriosito da quella magia della natura. I cani si svegliarono drizzando le orecchie ma, anziché latrare, lo guardarono con occhi supplichevoli muovendo lentamente la coda. Lui gettò loro dei tozzi di pane e i cani si alzarono avvicinandosi timorosamente, scodinzolando con vigore ma tenendo il muso basso. I barboni continuavano a dormire. Il signor JT era meravigliato dal loro stato di appagata beatitudine.

La mattina successiva giunse in ufficio in perfetto orario. Il capoufficio guardò dubbioso la sua cipolla, poi sporse il busto oltre il vetro, e con la testa rovesciata, controllò il grande orologio a parete e poi di nuovo la cipolla. Il signor JT si preparò con solerzia alla sua giornata di lavoro: infilò le mezze maniche senza aggiustarsele, tirò giù il grande libro e gli mise accanto i fogli con le cifre, poi intinse la penna nel calamaio e si accinse a scrivere. La penna gli restò a mezz'aria mentre volgeva la testa alla finestra. I raggi del sole, con la scarsa energia del primo mattino, stavano ancora faticando ad aprirsi un varco tra le nuvole. Rimase così a scrutare gli esiti dell'incerta battaglia, come se da quella potesse dipendere la sua vita, poi tornò ai suoi numeri.
Riempite le prime due colonne i suoi occhi andarono al grande orologio sulla parete. Era passata appena un'ora. Guardò di malanimo verso il capo-ufficio, come pensando che dietro la parte del gabbiotto potesse nascondere un meccanismo per rallentare la corsa dell'orologio.
All`ora di pranzo era già vestito di tutto punto prima ancora che la lancetta dei minuti raggiungesse il suo apice. Uscì e sì avviò a passo svelto, rasentando i muri per non farsi intralciare dai passanti. Superò il mercato, senza vedere nulla attorno a sé, e raggiunse il locale dove era solito consumare il pranzo. La proprietaria stava parlando con un cliente. Il signor JT si avvicinò al banco e cominciò a gesticolare impacciato per richiamare la sua attenzione. Attratta dall'insolito comportamento, lei lo rassicurò che gli avrebbero preparato subito il suo solito pranzo, ma lui, scusandosi, le rispose che avrebbe preso soltanto uno di quei panini con speck e formaggio. La donna lo guardò con malcelata meraviglia, prese il panino e glielo mise davanti su un piatto. Lui avvolse il panino in un pezzo dì carta, contò in fretta il denaro e usci sotto lo sguardo ancora incredulo della donna.
Uscì camminando svelto a testa bassa, come per sfuggire agli sguardi dì riprovazione dei passanti. Ritornò verso il lungofiume e sì avviò verso il ponte. Giunto al parapetto si affacciò con sguardo trepido e timoroso. I barboni erano ancora lì. Stavano mangiando accucciati contro il muro dell'argine, scacciando i cani che gli ronzavano intorno e concedendogli ogni tanto un tozzo dì pane. Il signor JT diede un morso al suo panino e percorse il ponte tenendo la testa rivolta oltre il parapetto. Arrivò alla scala e da lì continuò ad osservare il gruppo dì barboni. Uno dì loro si alzò con un barattolo di latta in mano, si avvicinò al fiume e lo immerse nell'acqua, mentre quello che gli era seduto accanto si attaccò con mossa lesta alla bottiglia di vino rimasta incustodita. Il primo si girò, corse indietro e si avventò addosso all'altro tentando di strappargli la bottiglia. Nella colluttazione la bottiglia sfuggì dì mano ad entrambi e si infranse al suolo tra i cani che, prima scapparono intimoriti, poi tornarono indietro annusando e leccando il liquido tra ì vetri rotti.

Dalla torre del municipio giunsero fino a lui i rintocchi che avevano scandito per secoli la vita della città. Guardò incredulo il suo orologio d'acciaio e si avviò in tutta fretta sulla via del ritorno. Giunse in ufficio con un sorriso sulle labbra, e si scusò con il capoufficio, prima ancora che questi facesse in tempo a distogliere gli occhi dalla sua cipolla per rimproverarlo del ritardo. Riprese il suo lavoro alternando momenti di estrema sollecitudine ad altri in cui, la penna a mezz'aria, gli occhi vagavano ansiosi sul grande libro.

Quella notte riuscì a dormire ancor meno del solito. Si immerse nella lettura delle avventure dì Candido e poi disegnò ancora. Disegnò cigni bianchi; il sole che si rifrangeva sugli ottoni della banda, illuminando la giovane pianista che accompagnava sorridente l'orchestra, tra lo stupore della folla per la sua bellezza e la sua bravura.
Al mattino era lì davanti alla finestra, la figura discosta di lato e la mano a sorreggere timida e premurosa la tendina. Eppure, sul suo volto si era fatto strada un gracile fiducioso sorriso. Uscì di casa prima che l'arrivo del vecchio postino gli ricordasse che era in ritardo. Lavorò di buona lena, e all'ora di pranzo schizzò via per avere il tempo di arrivare al ponte dei barboni. Continuò così fino al giovedì, prestando attenzione a non rientrare in ritardo.
Il venerdì mattina era fuori dell'ufficio prima ancora che venisse aperto. Il capoufficio, vedendolo da lontano, riuscì a malapena a celare il suo stupore, e lo guardò con sospetto quando lui si offerse di alzare la serranda e aprire la porta. Non si era ancora ripreso dallo stupore che il signor JT gli chiese un permesso di mezz'ora per sbrigare un'urgente faccenda. Ma non doveva preoccuparsi, avrebbe recuperato la mezz'ora trattenendosi dopo l'orario.
Il capoufficio borbottò qualcosa sulle regole dell'ufficio, sui pericoli insiti nella deroga da quelle regole. E se ogni impiegato avesse avanzato la stessa richiesta? Prima un giorno poi un altro, fino ad arrivare alla più completa anarchia. Lui lo rassicurò che non avrebbe mai più avanzato una simile richiesta. Alla fine, manifestando tutta la sua malavoglia, il capoufficio cedette; mise mano alla cipolla e gli ribadì che non avrebbe dovuto tardare oltre la mezz'ora, pena il licenziamento. Il signor JT lo ringraziò e si avviò a passo spedito verso il centro della città. Attraversò la grande piazza costruita sull' antico vallo romano, girò attorno alla statua equestre dell'arcigno imperatore, superò l'angolo dove era posto come un cimelio il ceppo in legno su cui, fin dal seicento, tutti ì fabbri che passavano in città piantavano un chiodo, percorse il lungofiume e attraversò il ponte che portava alla grande piazza dove era diretto.
Salì intimorito la scala dell'antico monastero dominicano dove avevano sede gli uffici della Posta Centrale, entrò nel grande e tetro salone d'ingresso e si diresse allo sportello dei libretti postali. C'erano alcune persone in fila, si portò davanti agli occhi il libretto di risparmio, controllò ancora una volta l'ammontare del suo deposito e guardò nervosamente verso il grande orologio che dominava la sala. Giunto il suo turno infilò il libretto sotto le grate dello sportello e disse tutto d'un fiato all'impiegato il suo nome e la somma che voleva ritirare: l'equivalente di un mese dì stipendio. L'impiegato lo guardò con sospetto; era lo sguardo che rivolgeva a tutti quelli che prelevavano soldi dalle casse della posta, come se li togliessero dalle sue tasche. Sfogliò con attenzione le pagine del libretto, controllando ad uno ad uno tutti i versamenti, riguardò in faccia un sempre più intimorito signor JT, poi, con una smorfia di sfida, gli chiese un documento di riconoscimento. Sfogliò con attenzione anche il documento, controllando timbri, date e firme, si soffermò meditabondo sulla vecchia fotografia, che ritraeva un uomo con la faccia distesa e senza quei segni neri attorno agli occhi, poi richiuse il documento ed il libretto, si alzò dal suo seggiolone e si avviò verso una porta chiusa. Il signor JT allungò un braccio oltre le maglie dell'inferriata come per fermarlo, per dirgli che aveva fretta; ma l'uomo aveva già la mano sulla maniglia. Guardò afflitto il grande orologio. Erano trascorsi venti minuti da quando aveva lasciato l'ufficio.
L'impiegato tornò di lì a poco, si risedette con calma sul seggiolone e lo guardò con disapprovazione porgendogli un modulo da firmare. Dopodiché aprì finalmente il cassetto, ne contò all'interno le banconote e poi le ripose una ad una, sfogliandole con attenzione, sul ripiano dello sportello. Poi le ricontò un'altra volta prima dì avvicinargliele. Il signor JT prese le banconote in fretta, ringraziò come se gli fosse stato concesso un insperato prestito, e si avviò all'uscita. Arrivò trafelato in ufficio allo scoccare della mezz'ora concessagli.

Le campane avevano già suonato per la prima messa domenicale. Il signor JT aveva risciacquato la tazza e la caffettiera ed ora le stava riponendo nello stípetto sopra il lavello. Chiuse lo sportello ma la mano gli restò sulla maniglia, mentre il suo sguardo vagava come alla ricerca di un frammento perduto di memoria. Riaprì lo sportello e capovolse la tazza sul piattino, poi spostò anche la caffettiera e la zuccheriera rimettendole nel punto esatto da cui le aveva tolte. Poi riaprì il cassetto delle posate e si mise a riordinarle meticolosamente. Andò al tavolo e si accertò che fosse pulito passandoci sopra una mano e portando poi la mano vicino agli occhi per controllare la presenza di residui. Si guardò intorno, ma non trovò null'altro da fare. Allora andò nella camera e sistemò il rimbocco delle lenzuola sulla coperta, prima da un lato del letto, poi dall'altro, misurando ad occhio che il risvolto fosse d'uguale lunghezza. Spostandosi dal letto vide che la coperta aveva una piega proprio nel centro, vi portò sopra una mano e la lisciò come fosse la groppa dì un purosangue. Rialzatosi si vide riflesso nello specchio, si avvicinò e sistemò il nodo della cravatta e il risvolto della giace. Poi infilò una mano nella tasca interna e ne trasse il mazzetto delle banconote, le dispose sul ripiano del comò e le contò di nuovo ad una ad una, spiegandole con il taglio della mano. Le ripose accuratamente nella tasca e guardò l'orologio. Ancora le sette.
Tornò in cucina e si avvicinò alla finestra. Come ogni domenica la madre della giovane pianista stava tirando sul tavolo una sfoglia di pasta. La giovane la raggiunse, la carezzò sulla nuca poi la prese per le spalle e la guidò verso il corridoio. La madre sembrò protestare, si pulì le mani sporche di farina sul grembiule e si avviò a prepararsi per la messa.
Un'aItra domenica con poche nuvole che galleggiavano ricciolute nell'aria e il sole che distendeva pigramente i suoi raggi sulla città ancora umida. Sembrava proprio che il buon Dio avesse trovato ii tempo di dedicargli un po' dì buona sorte. Le due donne uscirono, la madre nelle sue scure vesti da vedova, la giovane con un ridente vestito a fiori. La giovane guardò il cielo e sorrise, poi prese a saltellare come volesse andare incontro al sole danzando. Tentò di trascinare la madre nella sua euforia ma l'anziana donna si schermì con un sorriso, inclinando la testa di lato, felice per la felicità della figlia.
Giunsero alla scala e la giovane salì i gradini volteggiando tenendosi al corrimano centrale di ferro. Poi si fermò e si girò verso la madre, indicando dabbasso verso il fiume, che stava rimescolando i suoi colori per comporre l'azzurro del cielo. Il signor JT avvicinò la faccia al vetro, come a voler superare i limiti del proprio angolo visuale, poi fu tentato di aprire la finestra e sporgersi. Ma rimase una tentazione.
Uscì e si avviò con passi leggeri verso la panetteria. Guardò le lastre di pietra grigia del marciapiede e gettò dietro dì sé uno sguardo malizioso, poi riprese a camminare allungando e accorciando il passo per saltare le giunture delle lastre; come faceva da bambino, quando la madre lo rimproverava di tenere la testa dritta. Poi il suo volto si rabbuiò d'improvviso, le spalle si riabbassarono e lui riprese il suo passo normale. Acquistò due kranz e il panetto domenicale e riprese la sua strada verso il centro della città e il lungofiume. I palazzi della piazza del mercato gli sembrarono nudi e intristiti per l'assenza delle bancarelle, dei colori e del formicolante vociare che facevano loro compagnia negli altri giorni della settimana. Solo poche persone attraversavano la piazza come camminando su gusci d'uova, tenendo alto davanti agli occhi il giornale appena acquistato nell'edicola all'angolo.
Attraversò il ponte e giunto alla spalletta si affacciò. Cani e barboni dormivano tranquillamente. Percorse il parco fino all'orologio ad acqua, risultato dell'ingegno meccanico di un orologiaio vissuto nella prima metà dell'ottocento in un paesino vicino alla città. Così era scritto sulla rugginosa lapide di ferro posta sotto il grande quadrante. Erano le otto. I militari in libera uscita affluivano nel parco, provenienti dal lungo viale dove avevano sede il Parlamento e la caserma della guardia. Un poliziotto stava zelantemente controllando un involto di carta di giornale che aveva rinvenuto ai piedi di un cestino dei rifiutì. Un venditore di palloncini aveva piazzato in un angolo il suo multicolore armamentario. Il signor JT si avvicinò e sedette su una panchina osservando affascinato i rapidi e indifferentì movimenti con i quali l'uomo dava forma alla gomma. Ne venivano fuori cani, giraffe, papere, che avrebbero affascinato i bambini e costernato le mamme. Era lì seduto da pochi minuti quando si accorse che i passeri, come se lo avessero riconosciuto, avevano già circondato la sua panchina. Si guardò il pacchetto tra le mani e si accorse di avere la bocca dello stomaco serrata e la gola secca. Tirò fuori il panetto, ne sbriciolò un pezzo e lo gettò ai passeri. Poi si alzò per raggiungere la fontanella. Gli parve che la gente affluisse nel parco più lentamente del solito, come partecipe di un complotto per rallentare il tempo. Aveva appena bevuto una sorsata d'acqua e già goccioline di sudore freddo glì ìmperlavano la fronte; e la bocca dello stomaco gli si strinse ancora di più.
Torrnò alla spalletta del lungoflume e sbirciò sotto l'arcata del ponte. I barboni dormivano ancora. Il suo sguardo si fece impaziente. Alcuni orchestrali erano arrivati e stavano tirando fuori i loro strumenti dalle custodie. Una tromba balenò i suoi riflessi dorati. L'uorno che la teneva la rigirò tra le mani, come per controllare che non si fosse rotta nel trasporto, poi si tolse di tasca il bocchino, lo fissò alla tromba e vi soffiò dentro senza che lo strumento emettesse alcun suono. Un uomo piccolo e minuto, impacciato nella sua marsina, stava armeggiando con difficoltà attorno all'enorme custodia di un contrabbasso. Riusci ad estrarlo, ma a quel punto un altro orchestrale, vedendolo in difficoltà, dovette aiutarlo. Poi l'uomo, liberato dal voluminoso ingombro, trasse dalla custodia anche il puntale, si avvicinò ondeggiando ai gradini del chiosco, vi si sedette mantenendo a stento l'equilibrio per non urtare lo strumento, e infilò il puntale alla sua base. Si rialzò come sfibrato dalla dura prova e, tenendo il contrabbasso con una mano, si riassettò la giacca.
Le bambinaie chiacchieravano con i soldati, nascondendo il sorriso dietro una mano e cullando ritmicamente le carrozzine con l'altra. Le mamme chiacchieravano tra loro con la bocca che sembrava emettere soltanto larghe vocali, cercando inutilmente di resistere ai figli che le trascinavano verso il venditore di palloncini o verso il piccolo palco da cui i burattini li chiamavano con voci strozzate e nasali. Coppie dì anziani si aggiravano tra le sedie attorno al chiosco dell'orchestra, scuotendone alcune come fossero malferme e salutando con un leggero cenno del capo i conoscenti. Gli orchestrali si erano disposti nel chiosco e nell'aria si levarono le stridenti note d'accordo degli strumenti.
Il signor JT riuscì a seguire soltanto metà del concerto. Poi guardò con nervosismo l'orologìo, si alzò scusandosi impacciato con i vicini e sì avviò al lungofiume. Erano le dieci e i barboni dormivano ancora. Scese la scala per essere lì non appena si fossero svegliati. Un uomo sull'argine camminava proteso all'indietro, trascinato da un grande alano grigio. Giunto in prossirnità del gruppo di barboni, l'alano cominciò ad abbaiare ai cani accucciati nel bivacco. Ne nacque un pandemonio che fece svegliare i barboni. I loro cani malconci erano avanzati verso l'alano latrando, ma non avevano osato avvicinarsi all'imponente animale che gli abbaiava contro. I barboni urlarono ai cani di accucciarsi lancìandoglì contro i barattolí vuoti che avevano a portata di mano, mente il padrone dell' alano lo tirò con tutte le sue forze per riuscire a riportarlo indietro. Le bestie sì acquietarono e i barboni, ormai svegIi, iniziarono di controvoglia la loro giornata. Come seguendo un preciso ordine gerarchico, presero ad avvicinarsi ad uno ad uno al fiume, v'infilavano la mano a coppa e si passavano l'acqua sul viso; con la stessa delicatezza che avrebbe usato una dama per cospargersi la pelle d'acqua di rose.
Poi tirarono fuori dalle loro sacche dei pezzi di pane e dei salamini. Il signor JT era rimasto al fondo della scala e s'accorse solo allora che non aveva ancora mangiato il suo kranz. Per darsi un contegno, e attendere il momento in cui avrebbe trovato il coraggio di avvicinarsi, ne staccò un paio di bocconi. Terminata la loro colazione i barboni si spostarono da sotto il ponte, si tolsero i pesanti cappotti e sì sistemarono con le spalle all'argine per godersi i raggi del sole. Mantenevano tra loro una distanza fissa e si muovevano con circospezione per non ridurla, come se rispettassero delle regole territoriali ferree e istintive.
Lui si fece coraggio e s'incamminò sull'argine. Li guardava beati godersi il sole e cercava di intuire dalle loro facce, per quel poco che riusciva a scorgerne, quale tra loro fosse il più adatto da avvicinare, ma quei volti cupi e ispidi gl'incutevano un'ìndomabile soggezione.
Ce n'era uno più discosto che, invece di tenere, come gli aItri, gli occhi chiusi sotto i raggi, guardava sorridendo un gruppo d'anatre che si rincorreva starnazzando a pochi metri dalla riva. Accanto a lui, se ne stava accucciato un cane bianco e nero, anche se il bianco in realtà era impregnato di sporcizia. Un occhio del cane era pezzato di nero e l'altro dì bianco, così da dare l'impressione di portare una benda. Al signor JT la bestia parve identica a quello che sarebbe diventato il cane che aveva da bambino; se non fosse finito ancora cuocioIo sotto il carro del birraio. Si avvicinò timidamente.
Il cane, drizzatosi sulle zampe scodinzolando con la bocca aperta, gli si fece incontro strofinando la testa sulla sua mano protesa, poi si riaccucciò accanto al barbone, con il muso appiattito sulla pìetra, continuando però a guardare il nuovo venuto, nella speranza dì un'altra carezza, o che aprisse la promettente busta che teneva in mano.
Il signor JT si appoggiò al muro, con imbarazzata disinvoltura, e dìsse qualcosa sulla primavera che era finalmente arrivata. Il barbone gli rispose sullo stesso tono, senza manifestare alcuna contrarietà per la sua vicinanza. Questo, pensò Iui, era già un buon segno; per quello che aveva visto nel comportamento deglì altri. Il barbone aveva un'età indefinibile sotto la sporcizia e la folta peluria, ma la sua voce era piacevole e modulata, gentile. Lui cercò dì riordinare i discorsì che si era preparato in tutti quei giorni, ma ora che era lì lo assalì la paura della loro assurdità; le parole si rincorrevano accavallandosì nella testa prive di senso. Il barbone alzò gli occhi grandì e neri verso di lui indirizzandogli un sorrìso amichevole, poi gli chiese se era della città o di qualche altro posto. Lui rispose che era nato nella città e che non se n'era mai mosso. Il barbone lo guardò stupito e gli disse che lui aveva traversato più volte tutto il continente. Era partito giovane dal suo paese imbarcandosi su una nave, poi, dopo una violenta tempesta, si era preso la polmonite, ci aveva rimesso un polmone e non aveva più trovato un imbarco. Da allora viveva così, senza casa, senza soldi; e senza padroni. Il signor JT pensò al suo capoufficio, e commentò che era bello vivere senza padroni, ma che occorreva molto coraggio per vivere anche senza tutto il resto. Poi non seppe bene cosa elencare come 'tutto il resto'. Una casa, la sua casa, un lavoro, il suo lavoro, e poi...
Il barbone attese che finisse la frase, poì, visto che l'altro era rimasto lì così, a fissare muto l'acqua, s'infilò una mano nel cespuglio dei capelli neri, grattò energicamente e controllò cosa avesse pescato, poi sorrise di nuovo con i denti gialli e disse che forse ci voleva più coraggio a vìvere sotto un padrone, guadagnare poco e risparmiare sul mangiare per pagare l'affitto.
Il signor JT mise mano al suo sacchetto per tirarne fuori il secondo kranz e il cane si drizzò subito avvicinandosi con la bocca aperta e la lingua penzoloni. Offrì il kranz al barbone che l'accettò meravigliato, maneggiando impacciato con le sue mani sporche il dolce nel bianco tovagliolo di carta, poi commentò che forse era così, forse la vìta poteva essere migliore senza tutti quegli inutili affanni, ma ognuno aveva il proprio destino segnato. Il suo era quello dì fare un lavoro noioso sei giorni su sette, ingoiare i continui rabbuffi del capoufficio, tornare in una casa vuota e non avere neanche la consolazione di poter sognare, visto che soffriva d'insonnia.
Il barbone, diede un morso soddisfatto al kranz e ne staccò un pezzo per gettarlo al cane, poi disse masticando che l'insonnìa era terribile. Ne aveva sofferto anche lui, soprattutto quando era imbarcato. Non glì piacevano le navi, e tanto meno il mare, ma era stato l'unico modo per andarsene. Passava gran parte delle notti a fumare sul ponte, guardando il mare nero che scaglìava senza posa la sua inesauribile voracità sulle fiancate della nave. Sì, era terribile l'insonnia. Poi, una volta smessa quella vita, era scomparsa com'era arrivata. Aveva passato le sue notti nei fossi, in case diroccate, sotto i ponti, in prigione, ma aveva sempre dormito.
"Già, l'ho visto", disse il signor JT lisciandosi una guancia, e con la mano che ancora copriva la bocca, aggiunse: "Pensavo, Jacob - così aveva detto di chiamarsi il barbone- pensavo che forse potremmo fare uno scambio conveniente per entrambi."
Il barbone lo guardò sorpreso. "Uno scambio dì cosa; ìo non ho nulla."
"No, Jacob, non è cosí lei possiede una cosa che è per me molto preziosa. Il suo sonno."
"Il mio sonno?", disse Jacob incredulo.
"Sì, pensavo che potremmo scambiarci ciò che abbiamo in più. lo ho dei soldi che risparrnio da anni ma non saprei come spendere, lei ha probabilmente più sonno di quello che le occorre. A me basterebbero un paio delle sue ore di sonno. Dovrebbe solo svegliarsi prima o addormentarsi più tardì, non credo sia importante."

Quella notte il signor JT si stese sul letto e attese inquieto. Restò con glì occhi aperti per ore, poi crollò per risvegliarsi al rumore del carro che sferragliava ogni notte, implacabile come una maledizione. Arrivò al lavoro più stanco e più cupo del solito, con la cravatta storta e i capelli arruffati. Passando sotto ìl gabbiotto del capoufficio sentì che questi si stava schiarendo la gola rumorosamente. Si girò, si passò una mano tra i capellì, poi si allontanò con lo sguardo di un condannato che va al patibolo.

Un altro giorno, un'altra notte. Alle undici, con i gesti lenti e trascinati di chi ha rinunciato alla speranza, sì sedette sulla poltrona e apri il suo Candido.
Si svegliò la mattina alle sei completamente indolenzito, il libro aperto sulle ginocchia. Volse attorno lo sguardo, stupito, poi guardò la poltrona, il libro e la luce che già filtrava dalla finestra. Si strofinò la guancia, come a sincerarsi d'essere vivo, di essere davvero lì, di essersi veramente addormentato senza accorgersene sulla poltrona. Poi sorrise.
Si svestì, si rase la barba, si rivestì e fece colazione. Andò alla finestra scostando la tendina dal basso, senza aggrapparsì questa volta al cordolo del vetro. Vide la giovane pianista e un largo sorriso gli attraversò la faccia riposata. Non stava più dìscosto, ma sembrava anzi protendersì verso il vetro, verso dì leì, come avesse voluto parlarle, comunicarle la sua contentezza.
Giunse al lavoro che gli altri impiegati non erano ancor arrivati. Solo il capoufficio troneggiava dall'alto del suo gabbiotto. Lui lo salutò cordialmente, gli chiese se la famiglia stava bene e poi rivolse a quella faccia tonda e con gli occhi sgranati un ringraziamento per il permesso che glì aveva concesso la settimana precedente. Era stato per lui molto importante, e lo ringrazìava di tutto cuore. Il capoufficio borbottò la sua magnanimità lisciandosi i baffi ímbrillantinati, poi gli fece capire con lo sguardo che era ora dì mettersi al lavoro.
Il signor JT prese il libro dal bordo del tavolo come fosse uno scrigno di tesori e i fogli con i conti del giorno lettere damore. Lavorò di buona lena: leggeva e riportava le cifre, intingeva la penna senza neanche guardare il calarnaio, e si accorse che era arrivata l'ora del pranzo dalla lenta processione degli altri impiegati che sfilavano perplessi accanto al suo scranno.
Camminò per le strade della città vecchia sentendo le gambe che si muovevano da sole, leggere, audaci, i suoi dolori miracolosamente scomparsì. Arrìvò in anticipo all'osteria e salutò gioviale la proprietana che lo guardò meravigliata, per poi spostare angustiata lo sguardo al tavolo che lui era solito occupare. Vi era seduta una coppia che doveva ancora terminare il pasto, ma il sìgnor JT, come niente fosse, si dìresse verso un altro tavolo libero, attese il cameriere con un largo sorriso sulle labbra, poi, mentre questi passava il tovagliolo sul ripiano e, con lo sguardo annacquato, si apprestava a ricevere la solita ordinazione, ordinò una cotoletta con dell'insalata e vino bianco.
Alla sera acquistò verdura, speck, formaggio e una bottiglia di vino. Apparecchiò la tavola con una tovaglia, immacolata di lino, trovò nell'armadietto un bicchiere di cristallo, un piatto di ceramica e le posate argentate lasciatigli dalla madre. Erano annerite e le pulì con cura usando del bicarbonato. Dopo cena ascoltò con la testa vicina all'altoparlante la puntata dello sceneggiato radiofonico, abbassandola e portandosi una mano alla faccia nel momento in cui c'era da temere che il figlio del ricco banchiere potesse scoprire le umili origini dell'eroina.
Alle dieci si avvicinò alla finestra senza spegnere la luce, guardò nell'appartamento di fronte, dove la giovane pianista stava conversando con la madre, e mosse la testa come a mandarle un saluto. Si svestì, infilò il pigiama, prese il suo libro e si mise a leggerlo sotto le coperte.
Dopo un lungo peregrinare, Candido era arrivato nella città d'oro dell'Eldorado, e guardava tutto con occhi meravigliati: le pietre preziose, la ridente vallata, gli abitanti saggi e sorridenti. Candido era felice. Le parole scorrevano nella mente fino a confondersi, e ora anche lui si sentiva feììce. Lui, JT, felice.
Era in un prato arrossato dai papaverì e digradante verso un fiume argentato che scorreva lento e limpido tra verdì argìnì. Cerano deglì alberì dalla corteccìa grigia e dalle grandi fronde che, nel contrasto con l'accecante luce estiva, creavano scuri spazi d'ombra. Lui scendeva verso il fiume, ma non camminava, non stava camminando, né correndo. No, era come se volasse, e tutto sotto a lui scorreva veloce. Stava volando. Il corpo obliquo e le braccìa spalancate come aerei timoni.
Il suo nome. Qualcuno stava chiamando il suo nome. La voce sembrava provenire dal fiume. No, non dal fiume. Dall'ombra di un albero vicino alla riva. Puntò ìn quella direzione, e si ritrovò ora a camminare sull'erba, ma non la stava calpestando, la sentiva frusciare sotto i suoi piedì, come se fosse comunque sollevato. Nell'ombra dell'albero cominciò a dìstinguere una massa scura e, accanto a questa, una figura chiara. Giunto a poca distanza. dall'albero vide che la massa scura era un pìanoforte e la figura chiara una donna bionda. Si sentì chiamare di nuovo. Quella donna chiamava il suo nome. Mise una mano a riparare gli occhi dalla luce e vide la giovane pianista che alzava un braccio nella sua direzione. Le mani di lei danzavano sulla tastiera e lui, da quelle mani, vedeva ora uscire nere note che si lìbravano nell'aria e che, raggiunti i raggi del sole, carnbìavano colore generando una musica dolce e melodiosa. Poi le note si trasformavano in farfalle che volteggiavano intorno alla giovane, seguendo il suono delle altre note che continuavano a uscire dalle sue mani. Lui sentiva le note e guardava le farfalle; era felice come maì era stato. Sentiva il corpo completamente vuoto; e il vuoto colmato di felìcìtà. Era leggero, leggero. Le note gli andarono incontro sollevandolo e lui riprese a volare. Ora era assieme alle farfalle che volteggiavano al suono della musica. La giovane sorrideva. Lui sì guardò le braccia e vide che erano ora gialle ali di farfalla. E danzava nell'aria, danzava sostenuto dalla musica e dal sorriso della giovane. Poi dagli altri alberi arrivò uno stormo di passen che si unì alla danza cinguettarido. La gìovane si alzò e avanzò danzando verso dì loro. Le sue mani si muovevano leggere nell'aria e dalle manì continuavano a uscire altre note. Il cinguettio degli uccelli e la musica si fusero; poi sentì solo il cinguettio che riprendeva la melodia.
Gli uccelli cinguettavano nel sottotetto. La luce del sole filtrava nella stanza. Aprì gli occhi sentendo ancora la musica. Si guardò intorno per qualche attimo, poi gli occhi gli caddero sul libro ancora aperto sul suo grembo. Le mani lo sostenevano a coppa con i pollici aperti, come quelle di un prete le Sacre Scritture. Sorrise. Sorrise al sole e al cinguettio degli uccelli, sorrise al Iibro, che era stato il tramite magico del suo sogno.
Si rase canticchiando sommessamente la melodia. La sua faccia nello specchio non lo spaventava più. Era distesa, le occhiaie, scure e livide, un lontano ricordo. E gli occhi, i suoi occhi, gli sorridevano beffardi. Dopo la colazione andò alla finestra. Il gatto bianco e nero sul terrazzino di fronte stava dando la caccia a un insetto che si aggirava tra i fiori di azalea. Guardò il cielo di nuovo azzurro dove piccole nuvole bianche rincorrevano nembi più grandi che si spostavano velocemente sospinti dal vento, e gli sembrò che le piccole nuvole danzassero nell'aria al suono della sua musica. Di là dal vetro la giovane pianista era intenta nei suoi esercizi. Seguì il movimento delle sue mani sulla tastiera, fino a che se ne liberarono altre note che si fusero con le sue.
Ristette un po' con la mano a sorreggere la tendina, poi, come spinta da un ìmpulso insopprimibile, la mano si portò alla maniglia e l'aprì. Sì appoggiò al davanzale e guardò in strada, aspettandosi di vedere i passanti danzare al suono della musica. Ma i passanti passavano indifferenti. Il gatto, forse sorpreso dall'ìnsolita visione della finestra finalmente animata, miagolò nella sua direzione e la giovane pianista distolse glì occhi dalla tastiera. I loro sguardì s'incrociarono tra le note che lui vedeva fluttuare nell'aria; meravigliato quello di lei, sorridente quello di Iui.
La musica lo accompagnò in sottofondo per tutto il giorno. A sera, rientrando nel portone, salutò con un sorriso la portinaia che, dietro il vetro della guardiola, riservava a tutti lo stesso sguardo. Sospettoso e pronto a cogliere un intruso, prima di riconoscerIì, e infastidito poi, come se entrassero non invitati in casa sua.
Seguendo il suono della musica che lo guidava verso casa, come un topo il pifferaio magico, aveva dimenticato di comprare da mangìare. Trovò delle patate dall'armadietto e le bollì condendole poi con olio e aromi secchi.

Quella notte sognò ancora. Sognò di seguire il suono della musica nei giardini, negli infiniti corridoi e nelle mille stanze del palazzo imperiale. Le note rimbalzavano sugli zampilli delle fontane, sugli stucchi dorati e sugli specchi delle gallerie, impedendogli di scoprirne la provenienza. Lui saltava in alto per afferrarle e farsi guìdare, ma le note sfuggivano come spore portate da un vento malizioso. Quando credeva d'essere vicino alla loro fonte, le note, tutte assieme, come seguendo i comandi di un invisibile direttore d'orchestra, cambiavano direzione. Ora sembravano di nuovo sospinte verso i giardini e lui si affacciò ad una finestra. Illumínata dalla luce di una luna fasciata d'azzurro; vide una bionda e ridente figura femminile correre scalza sull'erba, superare la serra delle orchidee e addentrarsi nel labirinto di siepi di bosso, seguita dal nugolo delle note come da uno scìarne d'api in festa per l'abbondanza di fiori. Tentò di inseguirla ma non riusciva a districarsi nel labirinto in cui per secoli avevano giocato i rampolli della dinastia imperiale. Correva e sorrideva ansimando, e solo allora si accorse che anche i suoi piedi erano nudi. La musica si faceva pìù lontana. Si fermò e tese le orecchie, poi riprese a correre. Ora il suono della musica era flebìle e lui correva tenendo avanti a sé le braccia, come un rabdomante la sua forcella magica. Vide le sue mani che si erano fatte più piccole, e anche le sue braccia, mentre le siepi erano ora diventate molto più alte. Era bambino e qualcuno stava chiamando il suo nome. Seguì la direzione della voce e si ritrovò in un vicolo cieco di siepi. S'infilò allora nelle fronde per aprirsi un varco, ma erano troppo folte. Era lì in mezzo alla siepe con le foglie che lo ricacciavano indietro. Lui spingeva con le braccia per liberarsi. Stavano per togliergli il respiro.
Aprì gli occhi spingendo via le coperte che lo stavano soffocando. Poi si accorse di quello che stava facendo, fermò le braccia e sorrise.
Quella notte e ancora altre notti sognò; come se tutti i sogni perdutì fossero restati in attesa di quei giorni. Era felice.

Il tempo si era guastato. Grigiore e pioggia avevano di nuovo rattrappito la città. Le finestre sì erano chiuse e i palazzi avevano perso i loro colori. Il signor JT tornava dal lavoro camminando sotto i cornicioni. Le sue gambe si muovevano controvoglia, irrigidite. Avvertiva un sordo e crescente malessere invadergli il petto. Aveva cucinato controvoglia e controvoglia mangiato. Lo stomaco ostinato come un bambino capriccioso.
A letto attese ansioso il sonno come una donna il marito in guerra. Si rialzò aggirandosi per la casa come uno spettro, disegnò cupi disegni, poi, con un'ultima risorsa d'avvilita speranza andò alla finestra. Le gocce dì pioggia brillavano come dorate stelle filanti passando sotto la luce gialla dei lampioni. Il sonno lo colse mentre la sua mente vagava annebbiata su lontani e inaspettati ricordi.
I suoi giorni nel collegio dei salesiani. L'insegnante di geografia, un prete alto e lungo con le mani artritiche, che ruotava il mappamondo per poi fermarlo puntando un dito a caso e chiederglí che paese fosse, la capitale, i fiumi, se la popolazione era credente o pagana. E quella volta che, il secondo giorno che era arrivato, fu mandato a chiamare dal preside e si ritrovò da solo in un lungo corridoio, sul cui pavimento tirato a cera si rifletteva la luce ovattata d'alti lampadari di ferro e vetro, che a lui parvero gigantesche lanterne, controllato con severo cipiglio dai busti di marmo degli illustri benefattori, e poi, una volta al cospetto di quel prete arcigno e dagli occhi crudeli, che troneggiava su di lui da dietro un'enorme scrivania, aveva a malapena spiccicato il proprio nome, la gola bloccata dal panico, senza riuscire a rispondere alle domande sullo stato precedente dei suoi studi, e se n'era uscito umiliato, non per la severità del prete, ma per la sua paura, e aveva ripercorso quel corridoio a testa bassa per sfuggire alla muta condanna di marmo, gli occhi fissi sugli scarponcini alti fino alla caviglia. Perché aveva avuto paura? Perchè aveva sempre paura?
Ma cos'era ora questa musìca? Non era la stessa musica. Era più fonda e intensa. Un notturno, sembrava. Alzò la testa e si ritrovò di un metro più in alto, ì suoi piedi erano nudi e nel corridoio c'erano specchi, tappeti e arazzi multicolori. La musica rimbalzava sugli specchi illuminandoli come al passaggio d'una fiaccola. Dalla soglia di una porta sul fondo filtrava una lama dì luce e le note sembravano uscire da lì, trasportate dal giallo bagliore. Corse a perdifiato suì soffici tappeti, ma prima di arrivare al fondo la luce si spense e con essa la musica. Si girò intorno confuso, le braccia protese nel buio. Poì, note dalla coda illuminata come lucciole, rientrarono dalle finestre aperte sul giardino, girandogli sulla testa ìrridenti come spiritelli della foresta.
Uscì e corse verso la serra delle orcIndee e vide la bionda figura immergersi di nuovo nel fitto labirinto di bosso. A mano a mano che avanzava, la musica si faceva più cupa. Riuscì a scorgere la bionda figura che superava un angolo e corse per raggiungerla. Ma era come scomparsa ingoiata dalle fronde. La luna era avvolta in un manto nero e la sua luce funerea. Proseguì tentoni, le braccia protese nell'ombra. Sentì un rumore e scorse di nuovo gli scuri contorni dì una figura che procedeva lentamente. Girò un angolo e intravide sul fondo un riflesso d'acqua, mentre un odore rancido di rifiuti gli aggrediva le narici. Si appoggiò istintivamente di lato e la sua mano trovò una parete in muratura, umida e frastagliata. La figura procedeva ondeggiando e lui distingueva ora il rumore di passi irregolari sul selciato. La chiamò, le disse di fermarsi; aveva paura. La figura affrettò il passo e lui la rincorse fino a riuscire a porle una mano sulla spalla. La figura si volse ed emerse dal buio il volto rugoso e incartapeconto di un vecchio marmaio con in testa un logoro berrettaccio ornato di un'ancora dorata. Il vecchio alzò il bastone su cui si poggiava e lo colpì gridandogli: 'vattene via, brutto ubriacone, vattene via o ti ammazzo`, e continuava a colpirlo, a colpirlo.

Si svegliò come percorso da una scarica elettrica, la faccia madida di sudore, le braccia raccolte a riparare la testa. Dalla finestra penetrava la luce infida di un'altra alba grigia che continuava ad animare nella stanza le ombre minacciose del suo incubo. Portò le braccia sul letto come per fermare una caduta, rincuorandosi al familiare contatto con la coperta. Restò così finché le immagini non scomparvero, poi si alzò, aprì la finestra, si appoggiò ancora malfermo al davanzale e trasse un profondo respiro dell'aria umida e fresca, che sentiva ora unica come non mai.
Si preparò in fretta e, altrettanto di fretta, consumò la colazione. Guardò verso l'orologio della torre e poi la finestra di fronte ancora chiusa. Uscì prima del solito e si avviò verso il centro della città, camminando lentamente e guardando prima con timore e subito dopo con sollievo ogni persona che incontrava. Si fermò al mercato seguendo con apprensivo interesse il movimento della folla; come a voler scacciare, con un accumulo d'immagini di vita ordinaria, quelle spaventose della notte.
Entrò in ufficio senza salutare e si avviò al suo scranno, come fosse il suo posto dì rematore in una galera, il battito delle lancette del grande orologio a sostituire il rullio del tamburo del capovoga. Con la testa rannicchiata nelle spalle si gettò nei suoi fogli e nel grande libro, indugiando con la penna ogni volta che intingeva nel calamaìo. Procedeva lentamente, come a voler rallentare l'avanzare del tempo, come a voler ritardare la fine del giorno. Ma la sera arrivò e dovette lasciare lo scranno che era la sua condanna e la sua protezione dalle onde della notte.
Giunto a casa si aggirò inquieto nelle stanze, come nell'ultimo approssimarsi di un incontro che tramuta in timore l'ansioso desiderio. Dopo cena cercò di ascoltare lo sceneggiato radiofonico, ma le sue mani continuavano a strusciarsi sulle cosce e la testa girare da una parte e dall'altra, richiamata da inesistenti rumori. Alla fine spense la radio, girando la manopola con forza, come a rifiutare l'ìnganno dell'attesa. Prese in mano il libro ma si sorprese a rileggere più volte la stessa frase, senza ricavarne alcun senso. Andò alla finestra, ma tutte le luci del palazzo di fronte erano già spente e la strada, chiazzata di giallo e di nero, sembrava rimandargli la sua fredda indìfferenza. Sulla stradina in salita comparve in sella alla sua bicicletta il vigile notturno, ma avrebbe tirato oltre, e lui sarebbe rimasto solo nella notte. Alla fine, come fosse un'ultima razione di cibo durante la carestia, tirò fuori dal comò il blocco da disegno.
Disegnava velocemente, come avesse timore di soffermarsi sulle immagini che gli uscivano dalla mente. Disegnava e girava i fogli in preda all'ansia di rincorrere la notte fino alla luce dell'alba. Giunse quasi alla fine dei fogli ed ora la sua mano procedeva sulla carta a fatica, come se, consumato il coraggio della disperazione, dovesse ora trascinarsi dietro tutto il peso della paura. Il tratto s'infittiva, e sempre più il carboncino anneriva la pagina. Disegnò ancora il castello, il ponte levatoio e le grate minacciose come fauci voraci. Poi la sua mano si spinse fin dentro le segrete, con le strette scale, le porte pesanti serrate da imponenti serrature e i minacciosi anelli fissati nella pietra. A mano a mano che scendeva nelle viscere del castello, il foglio si anneriva, e laggiù, come in un pozzo senza fondo, dominava il buio.

Sentì un colpo nello stomaco e le narici furono aggredite da un puzzo nauseabondo, frammisto a odore di muffa e di terra. Nella piccola stanza buia si udiva soltanto l'ansimare di un respiro e il tintinnio di un mazzo di pesanti chiavi. Poi la voce di un uomo che rimbombò sulle pareti di pietra. 'Alzati ubriacone, alzati o ti ammazzo'. Portò una mano a terra e se la ritrovò impiastricciata del proprio vomito. Ancora stordito si passò la mano sul pesante cappotto e poi sulla faccia, ricoperta di una fitta e maleodorante barba. Il secondino gli diede un altro calcio. Lui cercava dì alzarsi ma la testa gli girava e i muscoli erano molli come pane bagnato. Gemeva e pregava l'uomo di non colpirlo, ce l'avrebbe fatta, si sarebbe alzato. Riuscì a mettersi a fatica sulle ginocchia. L'uomo prese a colpirlo con una mazza di legno sulle gambe e lui ricadde di schianto a terra, mentre una risata cavernosa si perdeva echeggiando fino in fondo al buco della notte. Il dolore gli arrivò al cervello come un'ondata di luce e si sentì come avesse soltanto la testa, una testa senza corpo.

Aprì gli occhi e si ritrovò in terra, vicino ad una sedia, raggomitolato su se stesso con le braccia che cercavano disperatamente di parare i colpi e di tappare le orecchie. Cercava intomo nelle ombre della stanza l'uomo che lo stava colpendo. Poi vide le zampe del tavolo e, a terra, il suo carboncino. Un gemito gli si strozzò in gola, e in un attimo tutta la paura nascosta nel buio dell'universo invase il suo corpo, svuotandolo come il bozzolo di una crisalide.

Giorno dopo giorno si riallargava. come una chiazza di catrame il cerchio scuro attorno ai suoi occhi sempre più spenti. Non mangiava quasi più e la sua scrittura sul grande libro si era fatta vacillante come quella di un vecchio artritico. Rientrava a casa strascicando i piedi, come un forzato che rientri nella baracca dove lo attende un'altra notte senza speranza, sapendo inutile ogni tentativo di sottrarsi alla condanna. La mattina, incurvato dal dolore, compiva mestamente i suoi riti, senza avvicinarsi alla finestra, cui ogni tanto gettava uno sguardo dolente, come ormai consapevole che al di là non avrebbe trovato altro che il proprio rimpianto.

La domenica arrivò di soppiatto vestita di grigio a rischiarare misericordiosa un'altra notte di incubi. Si rase la barba con mano indecisa, gli occhi vacui del vinto. Usci al primo rintocco delle carnpane della cattedrale, come fosse quello il segnale per un suo ultimo viaggio. Sul marciapiede di fronte le beghine avanzavano nella loro cantilenante processione domenicale e lui le seguì con lo sguardo fino a che raggiunsero la scalinata. Poi si avviò nella stessa direzione. Le beghine erano quasi giunte alla sommità della scala quando l'ultima della fila, un'anziana curva e rinsecchita, si girò poggiandosi al corrimano e, attraverso la nera veletta che pendeva dal cappellino, lo guardò con occhi fulminanti; forse intesi a dissuadere da una peccaminosa aggressione quell'uorno dallo sguardo vagabondo.
Raggiunse la piazza della cattedrale, s'incamminò costeggiando l'antico pozzo di pietra e volgendo lo sguardo alle imponenti guglie che scagliavano nel cielo la loro vana superbia, verso quel Dio da sempre muto e impietoso.
Non erano ancora le otto. Ridiscese lentamente la collina dalla cui sommità si riusciva a malapena a distinguere il grande fiume che, sotto il grigiore della bruma, pareva immoto come una lastra di marmo.
I barboni dormivano raggomitolati sotto l'arcata del ponte, riscaldati dai cani accucciati dietro le loro schiene. Da lì sembravano tutti uguali e il signor JT cercò con gli occhi il cane pezzato dì Jacob. Scese la scala che portava all'argine poggiandosi al corrimano di pietra, per sporgere ansioso la testa verso il bivacco dei barboni. E ad ogni gradino, si soffermava più a lungo, gli occhi a frugare smarriti nella foschia.
Si avvicinò scrutando quei corpi ad uno ad uno, cercando il cane e un particolare che gli facesse riconoscere il barbone di cui, assieme al sonno, aveva acquistato glì incubi. Percorse il bivacco più e più volte, inutilmente. Poi s'avvicinò circospetto. I cani tirarono su la testa ed uno, impaurito da quella nera figura uscita dalla nebbia, si mise a latrare, subito seguito dagli altri. Un barbone sì girò e diede un calcio al cane che gli era vìcino. Il cane si spostò e prese ad abbaiare. Il barbone aprì glì occhi e trasalì alla vista di quell'uomo dalla faccia pesta che lo scrutava con sguardo bramoso.
"Che c'è, che vuoi?", bìascicò con la bocca impastata di vino e di sonno.
"Scusatemi - gli disse il signor JT - sto cercando Jacob, era qui la scorsa domenica, con un cane pezzato bianco e nero."
"Qui non c'è nessun Jacob, di che stai parlando, sei un poliziotto? Perché lo stai cercando?"
"No. Assolutamente. Sono ... un amico dì Jacob e lo sto cercando per una questione urgente."
Nel frattempo un altro barbone aveva aperto gli occhi e alzato il cappello che gli copriva la faccia. La poca pelle non coperta dalla peluria scavata dai buchi del vaiolo.
Il barbone si rivolse al compagno appena svegliato e aprì la bocca in uno sgangherato sorriso dei denti gialli e grìgí di piombo.
"Hai sentito? Il 'signore' sta cercando un certo Jacob, per una 'questione urgente. Forse gli vuole dire che ha ereditato una fortuna, o gli deve proporre un matrimonio con la figíìa di un banchiere. Si. Forse, se non è uno sbirro, è un impiegato di banca." PoI nel tempo che si volgeva verso il signor JT, il suo sguardo si fece minaccioso.
"Qui non c'è nessun Jacob, né c'è mai stato. E' un mese che siamo qui e non si è visto nessun Jacob. E nessun cane bianco e nero. Te lo devi essere sognato amico, e ora lasciaci in pace se non cerchi guai." Nel dire questo portò la mano sotto il cappotto e il signor JT si ritrasse terrorizzato incalzato dal latrare dei cani.

Percorse angosciato l'argine fino all'arcata del ponte successivo, e poi l'altra ancora. Ma sotto le scure volte risuonò solo I'eco ovattata dei suoi passi, accompagnata dal lento e apatico sciabordio della corrente. Rìsalì la scalinata sentendo le gambe ribellarsì come animali portati al macello. Attraversò i giardini, frugando con gli occhi dietro ogni siepe e ogni panchina. Poi i suoi passi disillusi lo portarono alla stazione centrale. Guardò in ogni anfratto che offriva riparo dalla notte, poi si spinse fino ai binari dove erano parcheggiate, come enormi scatoloni senza valore, i vagoni merci in disuso. Stava aggirandosi tra ì vagoni, sbirciando in quelli aperti e cercando di aprire quelli chiusi, quando si trovò di fronte la faccia spugnosa e i mustacchi neri di un guardiano delle ferrovie che lo cacciò via in malo modo.
Tornò verso il centro della città camminando con la testa incassata nelle spalle e la schiena curva. Stava percorrendo il bordo di un canale, quando vide davanti a sé un capannello di persone accalcate attorno al lucente copricapo di un poliziotto. Un cane pezzato bianco e nero girava intorno al capannello mugolando, cercando un varco tra la folla. Le gambe gli si piegarono come in una resa estrema. Il cane lo vide e si fermò puntando sulle zampe, piegando il muso di lato, come perplesso. Poi gli si fece incontro trotterellando e scuotendo la coda e, quando gli fu dappresso, cominciò a leccare la mano che lui aveva istintivamente proteso. Poi, come rassicurato, il cane gli si mise di fianco seguendo il suo passo e continuando a cercare con il muso la sua mano.
Arrivò al capannello e, con una voce flebile che egli stesso stentò a riconoscere, chiese cosa fosse successo ad un uomo vestito con un giubbotto da lavoro e un berretto a visiera, le mani nere dì carbone. A quanto l'uomo era riuscito a capire, era stato ripescato un cadavere dall'acqua. Sembrava lo avesse trovato il guardiano di un magazzino, attirato dal lamento di un cane che aveva uggiolato tutta la notte sul bordo del canale. E detto questo rivolse uno sguardo interrogativo al cane che ora era tranquillo al fianco del signor JT.
Lui cercò di farsi largo tra la folla. Una donna, con la testa coperta da un fazzoletto nero e uno scialle di lana sulle spalle, stava dicendo al suo vicino che sicuramente il morto era caduto in acqua ubriaco. Quando finalmente arrivò al margine del circolo, intravide in terra, dietro l'ampio pastrano del poliziotto, un paio di scarponi rivolti all'infuori e due gambe abbandonate in quella spenta immobilità che raggela lo sguardo. Si spostò di lato mentre il poliziotto agitava le braccia e la voce per sgombrare il passaggio al carro della morgue.
L'uomo giaceva supino con le braccia lungo il corpo minuto, il pesante cappotto militare aperto sul selciato come le ali di un uccello morto. L'acqua della notte e le lunghe braccia delle piante del canale avevano rimosso ogni traccia di sporcizia dal suo viso e dalle sue piccole mani, come per ricomporlo pietosamente allo sguardo della folla. La grande matassa di capelli neri era ora liscia e fluente e contornava la testa come la lunga capigliatura di un angelo caduto, e le sottili labbra, tumefatte e raggrinzite, avevano trovato la strada del gìorno attraverso l'ormai ammansita villosità che aveva nascosto il suo volto. Un naso fino ed adunco si stagliava ora nella faccia rotonda. La pelle era pallida e distesa, ogni ruga scomparsa, e l'espressione del viso, che misteriosamente rimandava al sospiro da cui aveva ricevuto la vita, sembrava rasserenata dal passaggio riconciliante verso l'ultimo sonno. Solo i grandi occhi chiusi erano contornati da un nero alone.
Intorno a lui era silenzio, come se d'improvviso la folla accalcata parlasse e si muovesse sotto una campana di vetro, e un alone luminescente sembrò promanare dal corpo esanime. Il signor JT si piegò su un ginocchio e mosse una mano esitante verso la luce, nell'estremo saluto al proprio cadavere.


©  Valerio Morucci - 2003 


 

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