Mi svegliai, la stanza era avvolta da una luce chiara, intensa, come la prima luce del mattino.
Mi alzai, non mi rendevo conto di quanto avessi dormito, ero convinto che fosse mattino, uscii dalla stanza e, dopo aver notato che in casa non c'era nessuno, m'incamminai lungo il corridoio con la stessa luce del risveglio.
Arrivai in fondo alla finestra spostai le tende ed un sole immenso stava lentamente tramontando dietro la collina di fronte a me, solo allora mi ricordai che avevo dormito
un intero pomeriggio e che giorni addietro soffrii maledettamente per un molare precocemente cariato, cercando conforto un po' da tutti, anche dai cani Dik e Sirena, due pastori tedeschi compagni di giochi e fedeli guardiani.
Mentre ammiravo quell'immenso sole di primavera scomparire, dalla stradina di fronte casa passò
Paola con la bici, fresca e bella come sempre, mi salutò mandandomi un bacio, ed io risposi con un timido sorriso. Tutto sembrava come in un sogno, l'aria, la luce, il sonno ancora in agguato nei miei occhi.
Erano giorni quelli dove tutto era sospeso a qualcosa di invisibile, di impercettibile, qualcosa che ancora non capivo, e vivevo con la spensieratezza dei nove anni, tra campi di girasoli, stradine sterrate di campagna, e rovi di more, dove io, mio fratello e mia cugina ci fermavamo a farne incetta.
Girasoli altissimi, campi di grano, le dolci colline, i mattini con i suoi silenzi e profumi, il nonno con le sue bestemmie, la mamma con le sue raccomandazioni, i dolci della nonna, i litigi con mia cugina, le notti con gli ululati dei cani ed il vento tra gli alberi.
Quel piccolo pezzo d'Umbria era la mia prima infanzia.
Da quella finestra rividi attimi di vita di tutti i giorni, i soliti movimenti. Poi tutto cambiava.
Vedevo scorrere tutto lentamente in un modo innaturale, le facce diventavano tese, gli sguardi fugaci e silenziosi, un continuo andirivieni di gente, tra giochi d'ombre del sole fra le nuvole ancora minacciose di quell'inizio maggio "73.
Mi vennero in mente numerosi astanti, facce che che non avevo mai visto prima, divise grigie tra abiti civili, ed una vecchietta ricurva dal lavoro dei campi che io in quei giorni andavo a trovare. Il ricordo si fece più chiaro, come la luce attorno a me.
Entrai nella camera accanto con la finestra che dava sull'orto, ed accanto alla siepe, vicino l'aia e sotto il nido delle tortore, stavano sedute mia madre, mia nonna e mia zia.
Osservai la scena attentamente. Mia nonna guardava verso i campi di fronte a lei, lo sguardo perso nel vuoto, in un punto indefinito, dove non avrei potuto raggiungerla. Mi zia leggeva attentamente. Mia madre con il capo chino lavorava a maglia, sicuramente sarebbe stato
un indumento per me o per i miei fratelli. Ma quella posizione mi ricordò che la vita si era fermata nei giorni addietro.
Mia madre seduta accanto al corpo senza vita di mio padre, in silenzio, un lungo ed ininterrotto pianto di dolore, dignitose lacrime che le solcavano il viso ancora giovane.
Mi accorsi che erano vestite a lutto, ma il suo dolore era dentro e si leggeva negli occhi.
La chiamai, ed un sorriso schiarì il suo volto ed illuminò i miei occhi.
©
Mauro Monteverdi
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