Non avrai altro Dio all'infuori di me
Quante volte, mossi dall'ira o da profonda delusione, ci è capitato di lasciarci andare ad espressioni esagerate. "Nessuno potrà mai amarti come ti avrei amato io", abbiamo detto a una donna rimasta non troppo colpita dai nostri sentimenti. Probabilmente lo credevamo veramente. Ciò non toglie che la nostra affermazione si riducesse a un bluff o giù di lì. Nulla sappiamo delle capacità amatorie degli altri, e per quanto le nostre in quel momento ci siano apparse smisurate, in tanti saranno stati capaci di amarla più e meglio di noi. Lo stesso si può dire del primo comandamento: un bluff o qualcosa di simile. Basta ricordare il momento in cui le Tavole della Legge vengono consegnate, per capirlo. Dio vede il suo popolo accingersi a preferirgli un vitello d'oro, e quanto un episodio di questo tipo possa risultare traumatico mi pare evidente. Come una donna che viene lasciata dal suo uomo per una bambola gonfiabile. E Lui l'aveva detto chiaramente di essere un Dio geloso. Ecco allora "non avrai altro Dio all'infuori di me". Grande la delusione, esagerata la risposta. Non che abbia voluto coscientemente condurre il suo popolo verso una falsa credenza, ma in quel momento gli sarà sembrato che Lui soltanto potesse essere il vero Dio di quella gente.
Ora, che Dio sia uno solo è idea alquanto balzana. L'uomo è stato creato a sua immagine e somiglianza. Ma quale somiglianza ci sarebbe con un Dio condannato alla solitudine e che ignora cosa sia la socievolezza? Un Dio solitario avrebbe assegnato il titolo di animale principe del creato all'orso o al rinoceronte nero. Se, invece, i destini del pianeta sono stati affidati all'uomo, che con milioni di suoi simili ama riunirsi in confortevoli agglomerati, come Bombay o Mexico City, significa che anche Dio deve condividere quei valori di socialità. È legittimo supporre che la sua eternità trascorra in una comunità celeste, a stretto contatto con altre divinità, e che con esse mantenga rapporti di scambio e proficua collaborazione. Possiamo immaginare una società di liberi imprenditori, ognuno dei quali si occupa della contabilità delle proprie anime, sistemandole secondo lo statuto dell'impresa. Ugualmente logico supporre che in tale comunità possano di tanto in tanto intervenire diversità di vedute o piccole diatribe, episodi che spiegherebbero di maniera più plausibile quelle guerre di religione che noi vediamo in questo mondo, e che altrimenti non avrebbero alcun senso.
L'idea che Dio possa essere uno solo è soprattutto irragionevole. Soli non si sta bene nemmeno in paradiso, recita l'adagio. Soltanto chi è reduce da tristi esperienze spenderà qualche parola in favore della solitudine. La maggior parte di noi, invece, se pensa alla felicità, si immagina in compagnia della persona amata e coi propri cari vicino. E quando un'anima è riconosciuta beata, viene naturale pensarla mentre accede in una comunità di eletti, insieme ai quali gode delle gioie più sublimi. Riservare a Dio una condizione di isolamento è palesemente inconciliabile con quella somma beatitudine che in quanto essere perfettissimo gli spetta per definizione. Va da sé che da un Dio solitario non sarebbe lecito attendersi nulla di buono. Già colui che trascorre qualche anno in isolamento, come succede ai topi in laboratorio, mostra comportamenti bizzarri e va più facilmente incontro a disturbi della personalità. Figuriamoci un essere superiore trascorrere un'eternità senza scambiare parola con nessuno. Sarebbe sull'orlo del collasso psicologico. Capacissimo di tempestarci di meteoriti e palle infuocate e di trasformare la nostra vita in un inferno. Se questo non accade, dev'essere perché conduce un'esistenza equilibrata come la maggior parte di noi.
Sostenere, come hanno fatto molti teologi, che tragga la propria beatitudine dalla contemplazione di se stesso, mi sembra un'autentica eresia. È veramente curioso come gli uomini abbiano potuto prestare fede ad affermazioni tanto inverosimili. Da che mondo è mondo sappiamo bene che sono proprio le creature dotate di animo più nobile quelle che sanno meglio gustare i piaceri della compagnia e dell'amicizia.
A sostegno del buon senso, come sempre succede, interviene anche l'esperienza. Non è necessario essere dei grandi fisionomisti per rendersi conto che il Dio del Vecchio Testamento e quello del Nuovo sono due persone diverse. Vendicativo, capriccioso e in quanto a sacrifici insaziabile, il primo; aperto, comprensivo e tendenzialmente ecumenico, l'altro. Li unirà sicuramente un legame di parentela, e probabilmente in certi periodi operano in società, come dimostra la comunanza di alcuni testi, a cominciare da quello di cui trattiamo, ma che siano due, distinti e separati, non ci piove. Un altro ancora sarà Allah, e ancor prima di vederlo lo si intuisce dalla generosità con cui ricompensa i suoi soldati. Ad altre famiglie apparterranno gli dei colorati dei Maya e le suggestive divinità induiste. E basta averli visti anche di spalle, per escludere qualsiasi parentela tra Buddha e Cristo.
Ulteriore conferma ci viene dalla rigida separazione del loro campo d'azione. Ognuno assicura i suoi servizi esclusivamente ai propri fedeli. Non si vedrà mai la Madonna apparire a La Mecca, né padre Pio concedere una grazia a uno shintoista, come, d'altro lato, Visnù non verrà a operare in Italia per trasformare i componenti del collegio cardinalizio in vitelli o qualche pio onorevole in porco.
Nella storia della civiltà ci sono state migliaia di religioni. Alcune di esse si sono estinte, come succede alle imprese meno competitive; altre sono diventate delle vere e proprie multinazionali. L'aldilà funziona un po' come la borsa. Religioni a conduzione familiare dopo grandi proseliti vi trovano la loro consacrazione; ditte più blasonate conoscono un lento e inarrestabile declino. E proprio come la borsa, il creato non esiste per merito esclusivo di uno di loro, ma grazie alla cooperazione della collettività. È vero che ogni religione sostiene di assicurare il pacchetto migliore, anzi l'unico buono, e accusa le altre di falsità e scorrettezza, ma questo rientra nella normale logica del marketing, secondo cui bisogna gonfiare in tutti i modi il proprio prodotto a scapito di quelli dei concorrenti.
In conclusione, dunque, il primo comandamento non va preso sul serio. Dio l'ha emanato in un momento di nervosismo, e io sono sicuro che a distanza di qualche tempo se ne sarà pure rammaricato. Se l'anno dopo Mosè fosse risalito sul monte Sinai, Dio gli avrebbe certamente detto: avrai tutti gli dei che vuoi.
© Giovanni Messina - 2003
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