Fu partorito in un bosco, ai piedi di un albero. Lei gli tagliò il cordone, ci fece un nodo e se ne andò. Lo ritrovò un contadino, in una notte fredda d'autunno. E il piccino gridava, gridava impaurito. Una leggera coperta di foglie ne vestiva il corpicino, lasciando nuda solo la testolina rosata. Il contadino sorrise e lo prese con sé. La moglie vi si affezionò subito, tanto era dolce e minuto. Gli diedero nome Andrea, perché il giorno in cui lo trovarono era il giorno di sant'Andrea.
Andrea cresceva veloce, mangiando la frutta degli alberi e il pane che la sua mamma adottiva ogni giorno preparava, la carne che il padre cacciava fra i boschi e le radure. Correva, urlando felice, nei campi fra i filari di vite, nelle calde giornate estive, rincorrendo lepri selvatiche e uccellini dorati; giocava con gli amici, ruzzolando a destra e sinistra. Sguazzava nelle acque dei fossi, passando intere giornate a nuotare, a cercare rane e lucciole fra i giunchi. La sera si addormentava presto, sul dondolo vicino alla casa, sotto il cielo stellato, quando il vento portava con sé dolci melodie lontane.
Andrea amava le colline più di ogni altra cosa. Quando il tramonto calava dietro gli alberi, proiettando le lunghe ombre lungo i fianchi scoscesi, stava a guardare assorto i colori del cielo e le tinte che le nubi magicamente cangiavano, gli stormi di uccelli neri che volavano silenziosi verso il sole. S'immaginava d'essere anche lui una nube e di poter volare trasportato dal vento verso luoghi lontani, verso gli oceani, i deserti e le pianure, le vette innevate e lunghi fiumi che solcano le valli come nastri d'argento. Andrea guardava i colori imbrunire, la sera avanzare silente fra i cipressi e i casolari, le prime luci accendersi, le stelle iniziare a brillare in cielo. Appena il sole era scomparso, inforcava la bicicletta e di gran lena rientrava a casa, ascoltando i rumori che andavano affievolendosi, i latrati dei cani, il borbottare lontano dell'acqua nei canali, il frusciare delle foglie nei boschi, fra le stradine. Scendeva veloce dalla cima delle basse colline, respirando a grandi boccate l'aria dolciastra, il profumo degli alberi fioriti a primavera.
La madre lo attendeva sempre sull'uscio di casa; nel vederlo arrivare a tutta velocità con i capelli rabbuffati, rientrava in casa tranquilla e sorridente. Andrea le raccontava delle sue ultime avventure, delle sue scoperte nei boschi, degli animali che aveva rincorso fino a non avere più fiato.
"Non dimenticare mai di fare i compiti, però" lo rimproverava.
"Certo, mamma! Non posso però stare in casa quando fuori brilla un sole caldo e magnifico" ribatteva, e sgattaiolava in camera sua.
Andrea passava le giornate d'estate a leggere libri sdraiato fra le vigne, o all'ombra di una quercia. Leggeva avventure che lo trasportavano in luoghi sperduti, remoti, nelle situazioni più strane, fra i personaggi più ardimentosi. Si dimenticava di essere in collina, a due passi da casa. Un giorno era nella giungla, un giorno su una nave che faceva rotta verso l'ignoto. Gli capitava di trovarsi nelle profondità abissali del mare. Poi in Africa, a caccia di leoni.
A scuola amava ascoltare le poesie. Quando tornava a casa, le leggeva e le rileggeva, ne imparava parole ed espressioni, e le ripeteva, nel suo cuore, ogni volta che da solo guardava i tramonti, ogni volta che masticava un filo d'erba seduto in un prato, ogni volta che la sera andava a dormire e ascoltava i grilli trillare, le rane gracidare, i boschi fremere in lontananza.
Andrea era solito andare al boschetto vicino a casa, quando desiderava stare da solo. Lì c'era un piccolo spiazzo pianeggiante tra i faggi e i noccioli. Si accoccolava sempre fra le grandi e nodose radici di un albero. Leggeva, studiava, pensava, sognava, scriveva poesie, nascosto sotto i suoi rami. Guardava l'albero stando seduto, appoggiando la nuca al possente tronco. L'albero fremeva al vento, riempiendogli il viso di foglie, sfiorando con i rami i suoi capelli scuri, le rosee gote paffute. Quello divenne il suo albero e un giorno, preso un temperino, incise sulla dura e scura corteccia la sua iniziale. Quando si allontanava, per rincasare, lo guardava da lontano ergersi fra le fronde e sorrideva; gli capitava di alzare la mano in segno di saluto, sussurrando: "A domani". Le sue più belle poesie le compose appoggiato a quel tronco, fra quelle radici e le tremule foglie. Le sentiva come salire dalla terra, in un brivido silenzioso, pensieri, parole e sentimenti. E scriveva, scriveva fiumi di parole, una dopo l'altra, magicamente. Di nascosto sua madre le leggeva e ne restava incantata.
Glielo dissero la prima volta il giorno del suo quindicesimo compleanno. Stette immobile, attonito, per quasi mezz'ora, con lo sguardo fisso allo scuro tavolo della cucina. Il buio l'aveva circondato, e il silenzio gravoso. Non ci voleva credere, nemmeno nel vedere il viso computo di suo padre e le lacrime di sua madre. Lo avevano lasciato solo, mentre tentava di capire, smarrito, nel profondo del suo cuore, quanto tutto ciò che raccontavano fosse vero e assurdo: ma il solo specchiarsi, i lineamenti del viso, il colore dei capelli, la forma delle mani lo rendevano conscio di essere diverso. Lo avevano trovato ai piedi di un albero, raccontavano, accoccolato come un gattino. Piangeva, piangeva, tutto infreddolito, e così solo.
Andrea fissava da molto, oltre la finestra, gli alberi che già ingrigivano nella sera avanzata, quando si alzò da tavola e si recò dal padre.
"Dov'è?" gli domandò.
"Cosa, Andrea?"
"L'albero dove mi hai trovato. Mi ci devi portare!" Il suo sguardo era fisso e deciso.
"Già scurisce, faremo tardi..." ribatté il padre, passandosi una mano fra i brizzolati capelli, senza voler incrociare gli occhi del figlio
"Non m'importa. Voglio andarci ora!"
Il padre uscì con lui, mentre la madre li guardava dalla finestra. Attraversarono alcuni campi, una scoscesa radura incolta e si inoltrarono nel bosco. Risalirono per la strada sterrata e giunsero alla radura. L'albero era là, con i possenti rami ormai spogli, che lo aspettava. Un lieve manto di foglie ingiallite ricopriva il sottobosco, e tutt'attorno s'erano formati dei piccoli funghi. Andrea lo guardò e sorrise.
"Lasciami solo, ti prego" chiese al padre. Cercò di dire qualcosa, ma se ne andò silenzioso, a passi lenti.
"Non preoccupatevi. Tornerò" gli disse, e il padre annuì.
Andrea stette con i piedi fissi a terra, a pochi centimetri dall'albero, mentre le luci del giorno si allontanavano. Gli occhi gli bruciavano, il respiro era affannoso. Tese una mano e sfiorò la sua iniziale incisa nella scura corteccia, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. 'E così tu sei proprio il mio albero' pensava, mentre si strofinava la mano sotto il naso e la manica sugli occhi. 'Tu mi hai protetto, cullato, scaldato. Ti mi hai raccontato tutto ciò di cui avevo bisogno. Dei tramonti e dei uccelli che volano solitari in cielo. Delle vigne e dei sapori dell'estate. Della musica e della poesia. Dell'amore e dei viaggi lontani.' Lo guardò ancora: i rami, il possente tronco, la dura corteccia. "Grazie" disse alla fine, con un filo di voce.
Riprese la strada di casa che già un freddo vento spirava da nord. Dai nuvoli che coprivano da giorni il cielo iniziò a cadere la neve, a grandi fiocchi. Andrea corse, tutto infreddolito, attraversando i campi deserti, nel più totale silenzio. Si infilò in casa e corse a scaldarsi al camino.
Sua madre gli si fece vicino e lo baciò fra i capelli arruffati. "Tutto bene, cuccioletto mio?" gli disse, appoggiandogli le mani sulle spalle.
"Sì, credo di sì" rispose Andrea, fissando i bagliori del fuoco crepitante.
"Nevicava sai, anche il giorno che tuo padre ti ha portato qui. E quanta neve cadde dal cielo, ricoprì i campi, le chiome degli alberi, i fienili... Quanto freddo, piccolo mio" disse ancora sua madre. Andrea sorrise, pensando al suo albero che, con le sue foglie, lo aveva tenuto al caldo.
© Daniele
Merlini - 2003
|