"Il treno" di Daniele Merlini

Quello era il giorno dell'arrivo del treno. La gente già si accalcava sulla banchina in attesa di vederlo sfrecciare. Passava una volta alla settimana, non si fermava mai nella loro stazione, ma si dirigeva dritto nella scura galleria che sprofondava nelle viscere dell'inferno. Da quando era arrivato, il signor Veri l'aveva visto passare decine di volte, con i vetri neri, attraverso i quali non si distingueva alcunché. Correva a gran velocità, come volesse schiantarsi con tutta furia contro la montagna che si trovava poche miglia più a nord, dove c'era la galleria. Passava sempre alla stessa ora, senza mai sgarrare di un minuto. Mancava quasi un'ora al suo transito che già la gente ghignava e teneva fra le mani le grosse pietre da lanciargli contro. La gente fischiava, urlava.
"Dritti all'inferno, dannati!" gridavano, maledicendoli.
"Nel nero più profondo, giù nel tunnel della perdizione!"
Il signor Veri quando era arrivato e aveva ricevuto il suo alloggio, era venuto subito a conoscenza del treno dei cattivi e di tutta quella gente che si accalcava nelle stazioni e lungo la ferrovia per beffeggiare quelle stolte creature. Per i primi periodi non ci aveva badato. Preferiva restarsene nella sua dimora senza badare agli altri. Il signor Veri passava le giornate in silenzio a guardare il cielo azzurro sopra di lui e il sole raggiante che ardeva sempre d'estate. La sera ascoltava musica e leggeva libri di grande impegno, assaporando l'aria fresca che giungeva dal mare. Non aveva mai pensato che vivere tra i buoni potesse essere così strano. Era sempre stato convinto che il mondo in cui si trovano i buoni dopo la morte fosse una specie di cielo, dove tutti si conoscono e tutti si vogliono bene. Il posto dov'era finito non era per niente male. Non gli mancava nulla e viveva in assoluta tranquillità. Ma gli capitava di rado di incrociare persone disposte a scambiare due parole, o qualcuno che strappasse anche il più breve saluto. Passava silenzioso fra la folla senza che nessuno si accorgesse di lui. Non conosceva neppure i suoi vicini di casa. Poco male. Non doveva essere finito proprio fra i più buoni. In verità qualche marachella nella sua vita l'aveva combinata e forse per quello non lo avevano mandato in un posto simile a un cielo. Non che questo l'avesse spinto a dubitare di essere finito fra i cattivi. Stava bene, anche se si sentiva un po' solo. Una cosa però lo turbava: il rumore. Non c'era silenzio in quel luogo nemmeno nelle ore più fonde della notte. La gente si muoveva in continuazione, parlava senza sosta, rideva e scherzava, organizzava ogni giorno sfavillanti feste nei posti più disparati della città; i buoni amavano stare insieme. Il rumore non lo faceva sentire tranquillo e lo infastidiva.
Un giorno, l'inquilino al piano sotto di lui, aveva invitato il signor Veri a vedere passare il treno dei dannati. "Venga - gli aveva detto - venga anche lei a vedere il treno che porta i dimenticati da Dio nel tunnel profondo. E' uno spasso unico".
"Sto bene dove sto. Non mi interessa guardare quelle deprecate creature..." gli aveva risposto il signor Veri.
"Andiamo, non si tiri indietro. E' un vero diletto prendersi beffa di chi si merita il peggio. Siamo noi buoni che dobbiamo punire i cattivi".
Così si era fatto convincere ad andare a vedere. Il treno l'aveva scorto da lontano. Aveva visto i vetri scuri come la notte e aveva udito il sinistro sferragliare sulle rotaie. Quel fastidioso suono gli aveva rintronato la testa e gli aveva ricordato qualcosa di remoto, come un'immagine tetra sepolta nella memoria. Lo spettacolo non gli era piaciuto, soprattutto vedere tutta quella gente tirare sassi e verdura marcia contro il treno che passava veloce, diretto verso la montagna.
Un'altra volta aveva seguito la scena da una finestra del suo alloggio. I buoni accalcati lungo la ferrovia era milioni e si perdevano all'orizzonte. Una volta alla settimana, sempre lo stesso giorno e alla stessa ora. Nonostante fosse disinteressato al treno, ogni volta che lo sentiva fremere in lontananza e le grida della gente turbinare assordanti, sospendeva le sue attività e si metteva in ascolto. Non riusciva a distrarsi, a pensare ad altro che a quel treno che si andava ad infilare dritto nell'inferno. E per un attimo, sentiva dentro di sé un innato sentimento di superiorità, che lo portava a disprezzare quelle anime perdute. Una volta che il treno si era allontanato, tornava ai suoi interessi. Infine si era accorto di aver voglia anche lui di burlarsi dei dannati e di tirar loro i sassi. Quello si meritavano per aver sprecato la loro vita da vivi. Quel treno li portava nell'unico posto dove potevano scontare la giusta punizione. Anche lui era arrivato con un treno ed era sceso proprio in quella stazione dove, per abitudine, adesso andava a tirare i sassi contro quello dei cattivi.
"Bastardi! Avete goduto delle vostre malefatte: adesso patite fra le fiamme e il fumo!" gridava la gente e imbrattava i fianchi del treno tirando verdura e uova.
Il signor Veri ci provava ormai gusto a schernire i cattivi. Aveva avuto a che fare con molti di loro in vita, persone di cui ora non si ricordava né nome né volto, ma che era sicuro di aver conosciuto. Vili mentitori, ciarlatani dai soldi facili, venditori di fumo, assassini di anime che lo aveva truffato e ingannato con meschini raggiri e false promesse. Era il giusto prezzo da pagare! Essere puniti dai buoni, da chi avevano gettato nel fango senza alcun ritegno. E i buoni ghignavano, felici del loro operato. Ogni settimana tornavano a casa soddisfatti e facevano festa fino all'alba ringraziando chiunque potesse averli accolti nel mondo dei buoni.
Il signor Veri non aveva mai partecipato ad alcuna festa. Preferiva starsene nella sua casa, in solitudine, in attesa del nuovo giorno.
I mesi passavano e il treno continuava a portare sempre più cattivi nelle viscere dell'inferno. Il signor Veri si era abituato alla vita in quel nuovo mondo, con quella routine che non gli dispiaceva affatto. Amava stare ore a contemplare l'azzurro del cielo che brillava di splendida luce; e di notte le stelle che doravano il firmamento. Ma man mano che passavano i giorni, il signor Veri iniziò a sentire dentro di sé nascere una nuova, inspiegabile sensazione, che si accresceva ogni volta che rincasava dopo aver gettato con rabbia i sassi contro il treno. Era una sensazione che non riusciva a descrivere, simile alla solitudine. Gli sembrava che mancasse qualcosa o qualcuno, senza comprenderne la natura. E quel che è più, era convinto di averlo sempre saputo, insito nel suo cuore. Guardava il sole tramontare dietro le basse colline, il cielo tingersi di rosso e si sentiva solo. Quel mondo pullulava di miliardi di persone ma lui si sentiva come nel deserto. Forse era lui che si era troppo chiuso in sé stesso. Avrebbe fatto bene a stringere amicizia con qualcuno, avrebbe così passato anche lui allegre serate in compagnia. Sarebbe stato più divertente andare a vedere passare il treno con gli amici, ridere e scherzare. Una cosa lo rincuorava: la certezza che anche gli altri erano buoni e vivevano tutti in un mondo stupendo.
Il treno ormai si scorgeva all'orizzonte. E la gente ghignava, pronto ad accoglierlo. Veloce percorreva le rotaie, sporco e impolverato. Arrivò alla stazione e rallentò un po'. La gente quel giorno era veramente tanta e tutti urlavano: "Dannati, dritti all'inferno!" La gente si allontanava dai binari, facendo pernacchie e gestacci verso gli scuri finestrini. Il signor Veri attendeva con i suoi sassi in mano, pronto a lanciarli. La gente fischiava e urlava.
Un finestrino quel giorno era abbassato. Il signor Veri lo notò ed emozionato allungò il collo per poter vedere. Era terribilmente curioso di scorgere anche solo per un istante il volto di uno dei dannati. Fu un attimo ma il signor Veri lo vide. Al finestrino c'era un uomo. Lo stupì il suo sorriso sereno; lo vide solo per un istante, prima che sfrecciasse via. Gli occhi di quell'uomo erano dolci come il mare a sera, lieti e felici. Il signor Veri seguì il treno con lo sguardo; abbassando le mani, lasciò cadere i sassi. Si fece largo fra la folla, con lo sguardo fisso ai piedi, mentre ancora gli altri gridavano e urlavano al treno che fuggiva da quel luogo rumoroso.
Il signor Veri guardò ancora il cielo azzurro che brillava sopra di lui, mentre si dirigeva intristito verso casa. Fissò per un istante la montagna dove si dirigeva veloce il treno, e scorse a fatica il tunnel che ormai, ne era certo, non sprofondava in alcun abisso.

©  Daniele Merlini - 2002
 
 

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