Da "Lune" di Piero Meldini, Edizioni Adelphi, 1999



Qualche minuto prima delle nove un'infermiera serve la tisana. È giovane, paffuta e rosea, e i suoi capelli hanno lo stesso colore biondo scuro dell'infuso. Ne versa un bicchiere colmo da una teiera di ferro smaltato che ha la forma e le dimensioni di un annaffiatoio, e se ne va di corsa, contenta e trafelata come chi sta per recarsi a un appuntamento, dopo aver solfeggiato un «Gute Nacht» soave e allarmante. Nelle camere e nei corridoi si spengono allora le lampade, si accendono le piccole luci azzurrate ed è come se la giornata finisse prematuramente.
Ai rumori diurni subentrano quasi all'istante quelli della notte: uno schivo concerto di sussurri, ronfamenti, scalpiccii, grida strozzate, pianti a mezza bocca. Si direbbe che un pesante lenzuolo venga tirato sopra la clinica per ripararla dal freddo e conciliare il sonno ai suoi ospiti.
I pensieri di chi veglia prendono a girare in tondo sempre più rapidi quanto più ci si addentra nella notte. Sul fare dell'alba fuggono via come i pali della luce nei finestrini dei treni. Fuggono e riappaiono. Fuggono e riappaiono.
Ad Atene sono quasi le undici. Dimitra e le sue figlie staranno dormendo. Cerco di immaginarmi i letti in cui riposano e i sogni che le visitano. I miei, quando il sonno mi vince, sono popolati dai loro volti e risuonano delle loro voci. Rivedo il pallore di Olimpia e lo sguardo sprezzante di Aglaia. Più spesso di quanto non vorrei rivedo gli occhi spalancati di Fili.
L'intervento chirurgico, che era fissato per domani mattina, è stato rimandato di qualche giorno. Ci saranno casi più urgenti del mio, o magari meno disperati.
Ho completato gli esami, e il professor Baumann mi ha lasciato libero di scegliere se rimanere in clinica o trasferirmi temporaneamente in albergo. Gli ho detto che ci avrei riflettuto. In realtà avevo già deciso: so bene che una volta uscito di qui non vi rimetterei piede.
Non è della morte che ho paura. Temo di più i pietosi oltraggi, le violenze a fin di bene che dovrò subire. Temo soprattutto le reazioni impudiche del mio corpo: i brividi, i sudori, forse i lamenti. Quali smorfie distorceranno la mia faccia quando verrò anestetizzato? Quali parole sconnesse pronuncerò al risveglio? Al braccio di chi tenterò di aggrapparmi?
I quattro romanzi senza pretese che avevo messo in valigia li ho letti così in fretta, e così distrattamente, che non saprei nemmeno dire di che cosa parlino.
D'amore, credo. Di fughe immotivate, di ingiustificati ritorni. Li ho regalati a un giovane degente che parla un italiano sciolto e a tratti ricercato. Si chiama Martin, è stato operato per la terza volta in un anno, e il suo ottimismo non sembra arrendersi alla magrezza, al pallore e alla diagnosi infausta. È assistito da una ragazzetta silenziosa e scialba che mi è stata presentata come sua moglie. lo l'avrei presa piuttosto per una sorella minore, tanto è il ritegno con cui lo accudisce. Lo vado a trovare di mattina, quando il sollievo per la notte appena trascorsa e l'animazione delle corsie, che si ripopolano via via di inservienti, infermiere e medici, gli restituiscono la: fiducia e le forze. Lui mi domanda dell'ltalia, della famiglia, del lavoro. lo gli racconto quello che immagino gli faccia piacere.
Quando me ne vado, mi saluta con una lieve oscillazione della mano, come un patriarca benedicente. Un patriarca che deve ancora compiere trent'anni.
Mi sono procurato l'inchiostro per la stilografica e un grosso quaderno con la copertina nera e i tagli rossi che ricorda un messale. Scrivo per fare giorno. Di getto, senza rileggermi.
Là fuori, come una regina deposta che passi in rassegna le ultime schiere fedeli, una mezzaluna velata sorvola stancamente una fila di platani. La luna che sorgeva dietro il Palamidi mi apparve all'improvviso.
Avevo cenato nella piazza di Nauplia, in un posto alla buona, fra la mescita di vino e la trattoria. I tavoli, sparsi qua e là, erano occupati da piccoli gruppi di pescatori che aspettavano l'ora di prendere il mare alternando bicchierini di ouzo a bicchieri di retsina. I loro volti, cotti dal sole, sembravano intagliati nel legno. Gli occhi si nascondevano tra le palpebre pesanti e grinzose come molluschi tra le valve.
Anch'io avevo fatto onore al vino resinato, un po' per togliermi dalla bocca il sapore della cipolla soffritta, un po' per il refrigerio che mi procurava, nella sera soffocante, il vino fresco di cantina. Forse ne avevo bevuto troppo, perché ogni cosa mi pareva sorprendente e familiare a un tempo.
Mi alzai dalla sedia, mi voltai e vidi la luna.
La piazza si apriva e le case, come le quinte di un teatro, inquadravano il colle che domina il paese. Rotonda, gialla, immensa, la luna lo abbracciava tutto, circoscrivendolo dalla base alla cima, e saliva in cielo con altera lentezza.
Può darsi che a dilatarla contribuissero anche il caldo che stagnava nella piazza e la retsina. Di sicuro mi si mostrava come non l'avevo mai veduta in vita mia. Era una luna dilagante e trionfale. Una luna, starei per dire, solare.
La sua luce scendeva dal Palamidi come una colata di miele: un placido fiume ambrato su cui galleggiavano le case, i tavoli, le sedie. E gli uomini, naufraghi felici.
Contemplavo la luna e per la prima volta, da mesi, mi sentivo in pace con me stesso.
Ero partito da Milano sei giorni prima, all'alba di un martedì. Avevo salutato Vera quando era andata a letto -da qualche tempo dormivamo in camere separate -e le avevo chiesto di risparmiarsi la levataccia. Aveva ubbidito, come sempre. Mi ero preparato in gran fretta e in silenzio. Ero però sicuro che non avesse chiuso occhio per tutta la notte e che ora, rannicchiata su un fianco, tenesse il fiato sospeso e sobbalzasse al più lieve rumore. La residua complicità ci faceva allestire quell 'ultima messa in scena: lei che fingeva di dormire e io che mi preoccupavo di non svegliarla.
A Vera non potevo rimproverare niente. Neanche di subire. Alla mia cupezza, ai miei silenzi, opponeva una crescente discrezione dei gesti e delle parole. Si faceva quasi trasparente. Sembrava ammonirmi che, se le cose non fossero cambiate, un giorno o l'altro sarebbe svanita nel nulla. Nel suo sguardo, però, si leggeva lo smarrimento. L'incredulità di chi, d'un tratto, si trovi a convivere con uno sconosciuto.
Le valigie erano già nel portabagagli. Tirai fuori l'Aurelia dal garage. La strada era deserta. Nell'alzare gli occhi alla palazzina per un fuggevole saluto, mi sembrò di scorgere dietro la finestra del soggiorno, un po' discosta, la figura slanciata di mia moglie.
Se avessi potuto prevedere ciò che il futuro mi riservava, sarei rimasto con lei. A custodire, insieme a lei, la nostra casa.
Avevo calcolato tre giorni di viaggio, guidando dalla mattina presto all'ora di cena; e anche di notte, se non mi fossi sentito troppo stanco. In altri tempi mi sarei fatto buona compagnia. Adesso no. La conversazione con quel passeggero che non avevo scelto, e che ero costretto a portarmi dietro, non sarebbe stata piacevole. I suoi tetri balbettii, la sua luttuosa petulanza, l'ostinazione con cui tornava sulle cose mi intristivano e mi annoiavano.
C'era aria bassa, quella mattina: una cappa di vapori palustri che l'alba tingeva di zolfo. Gli autotreni si muovevano a branchi, in file sempre più lunghe e sempre più lente. I fari, ancora tutti accesi, ballonzolavano come coppie di soli ubriachi: sdoppiati dallo sguardo di un ubriaco.
Tentai qualche sorpasso un po' avventato. Erano azzardi inutili. Trascinato dalla corrente dei camion, incapace di concentrarmi sulla guida, ripensavo all'ultimo, travagliatissimo anno: alla spossatezza, al disamore, alla desolazione di quei giorni; agli affetti che andavano languendo, al desiderio che d'un tratto si spegneva, alla vitalità che si disseccava come un torrente estivo.
La foschia cominciava a diradarsi. I camion avevano spento i fari. Un sole convalescente si affacciava sui campi e solleticava le spighe di grano, reclinate per le piogge e le nebbie di un giugno quasi marzolino. lo correvo incontro a un sole sfolgorante e a un cielo corrusco.
La mia destinazione era la Grecia, la terra promessa degli anni del ginnasio e del liceo. Era là che mi immaginavo quando da ragazzo pensavo al futuro. Là mi vedevo, incanutito e felice, mentre trascrivevo un' epigrafe frantumata e corrosa o mi rigiravo tra le mani, ancora impastato di terra, un volto femminile che sorrideva.
Era il sorriso l' espressione della Grecia, e la giovinezza la sua età. Giovani, intatti erano i corpi nudi scolpiti nel marmo o dipinti sui vasi. Giovani eroi popolavano i miti. Giovane e limpido zampillava il pensiero, e anche la natura esibiva i colori accesi e la fertilità della giovinezza. Sorridente e giovane: così continuavo a figurarmi la Grecia.

©
Piero Meldini 

 

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