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 Lorenzo
Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Laureato in DAMS Cinema, attualmente laureando in Storia Contemporanea. Lavora come maschera in un cinema, dopo aver vissuto a Londra, Parigi, Hurghada, Sana’a e aver viaggiato in Vietnam, Laos, Nord Africa, Kurdistan, Yemen. I suoi racconti
'Il sicario', 'Impossibilitato ad agire' e 'Il racconto di
Danimarca' sono stati recensiti da Enzimi, Il Vascello di Carta e Storie. Vincitore dell’edizione del 1998 del concorso ‘Nuova Poesia Italiana’ indetto da La Repubblica e Libro Italiano Editore con il libro in versi
Lo scarafaggio sul comodino blu. Ha pubblicato il racconto 'La nonna cocalera dei desperados' sull’antologia Natale che palle! (Leconte Editore, Roma 2004). Collabora al sito www.viaggiatorionline.com per il quale ha scritto i reportage Quang Ngai e Makady Bay corredati dalle fotografie di Tommy Graziani; Quang Ngai è uscito anche in versione cartacea sul numero 56 di Storie. Ha pubblicato il racconto
'Eskimo Blu Day' in Spazio Autori, il contenitore virtuale di Stampa Alternativa; gli e-book
'Il sole sorge sul Vietnam' (insieme a Tommy Graziani e recensito da Francesca Mazzucato su La Repubblica del 3 maggio 2005 )
'Le bestie' e 'Privilegi', tutti e tre con Kult Virtual Press Editore
( www.kultvirtualpress.com
).
Guarda, va passando la processione,
si trascina come un cobra per terra,
e le persone che vanno passando
Credono alle cose del cielo.
Procissao (Gilberto Gil)
Dimitri entrò in casa. Si levò le scarpe. Si stiracchiò. Andò a farsi un tè al gelsomino. Mise sul piatto un disco di Toquino e iniziò a danzare per la stanza. Era il primo giorno di pensione e lo voleva festeggiare così: un po’ Lord e un po’ Saudade.
Guardò fuori dalla finestra e vide, seduti sui gradini della casa di fronte, due persone. Un uomo immerso dentro ad un logoro cappotto grigio e una donna avvolta in uno scialle colorato. Li salutò con la mano, loro non reagirono. Non ci fece caso, l’indifferenza era l’ultima moda in città. Si riempì una seconda tazza di tè e riprese a danzare. Adesso ne aveva di tempo per dimenarsi. Ne aveva quanto voleva di tempo. Avrebbe potuto prendersi un biglietto di sola andata per Rio de Janeiro e iscriversi ad un corso di samba. Piroettò verso il frigorifero, poi verso il tavolo ed infine incespicò e sbatté contro il vetro della finestra chiusa. Dopo aver imprecato si accorse che i due tizi seduti di fronte alla sua abitazione erano ancora lì, immobili, le facce spente, i muscoli rigidi. L’uomo assomigliava vagamente a Tolstoj, la barba lunga, il corpo possente; la donna non assomigliava a nessuno, i lineamenti del volto venivano cancellati da quello scialle colorato, talmente acceso da sembrare il quadro di un bambino in acido. Provò a salutarli ancora con la mano ma loro non risposero. Rassegnato, spense la luce, andò a farsi i gargarismi sul lavandino e si tuffò a letto.
Alle tre del mattino si svegliò per andare in bagno. Diede un occhiata fuori: illuminati da un lampione un po’ retrò i due erano ancora seduti. Iniziavano ad irritarlo. L’uomo assomigliava davvero a Tolstoj e Dimitri odiava Tolstoj perché lo trovava lungo ed estenuante. Meglio tornare a dormire e concentrasi sulle pecorelle bianche. Domani uno sguardo agli annunci sul giornale per iscriversi, finalmente, ad un corso di balli latino-americani, in attesa di una sempre più probabile partenza per il Brasile dei fondoschiena danzanti e dei pappagalli verdi.
Si svegliò verso le sette, ormai assuefatto ai ritmi che il lavoro gli aveva imposto per quasi quarant’anni. Un tè al ginepro, un disco di Airto Moreira e un saluto al mattino ancora tiepido. I due erano ancora lì, vestiti nello stesso modo, messi nello stesso modo. Forse erano dei manichini?
Bussarono alla porta. Aprì. Era la signora Ivana, la sclerotica del piano di sopra.
-li ha visti quei due?- chiese la signora Ivana sporgendo in fuori la dentiera.
-sì-
-devono essere dei drogati…-
-credo siano troppo vecchi per essere dei drogati…-
-e Burroughs dove lo mette?-
Era colta la signora Ivana.
-in ogni caso se non sono drogati sono sicuramente comunisti-
-lei dice?-
-solo i rossi si vestono in quel modo-
Dimitri si guardò i vestiti. No, era troppo sobrio per apparire un comunista agli occhi della signora Ivana.
-dice?- chiese, un po’ a disagio
-sono l’avanguardia di un qualcosa di marcio che sta arrivando fino a qui… da lontano… molto lontano…-
La signora Ivana fece il saluto romano e poi scese le scale.
Dimitri guardò fuori dalla finestra. I due non sembravano né comunisti, né drogati… il loro nichilismo appariva estraneo ad ogni classificazione.
Suonarono di nuovo al campanello. La signora Ivana, il signor Willer con consorte e Suor Sabrina, la religiosa dell’ultimo piano, guardarono con facce serie Dimitri.
-ci siamo consultati, lei deve andare a parlare con quei due- disse il signor Willer.
-io?-
-sì, lei è il più giovane, in caso quei due reagiscano avrà abbastanza forza per fermarne almeno uno- disse la signora Ivana.
-prenda questo- disse il signor Willer allungandogli un pugno di ferro.
-magari sono mansueti- ribatté Dimitri a disagio.
-allora non ha capito? Quelli sono sovversivi…. i sovversivi non sono mai mansueti… dietro l’apparenza si nasconde l’odio verso noi brava gente- lo ammonì immediatamente la signora Ivana.
-forse sono arabi!- disse inorridita la suora facendosi il segno della croce. Gli altri si inginocchiarono a pregare. Dimitri li guardò sconcertato.
-ok… ci vado- disse, sospirando.
Scese le scale, attraversò la strada e si avvicinò ai due. Puzzavano come una fogna africana a cielo aperto. Erano pallidi e nodosi. Potevano avere un età indefinibile che andava dagli ottanta ai centotrenta anni. Tolstoj sulla mano aveva tatuata un’ancora, la donna portava orecchini argentati a forma di mezza luna.
-buongiorno… serve aiuto?- chiese Dimitri.
Non risposero.
-io e l’altra gente del vicinato ci chiedevamo se avevate bisogno di qualcosa… sono due giorni che ve ne state qui…-
I due non risposero. Osservavano il vuoto alle spalle di Dimitri.
-è per la casa, vero?- chiese lui, indicando l’abitazione –anche voi senza una casa… se volete io posso aiutarvi… lavoravo nel sindacato…-
I due non risposero.
Dimitri sospirò e tornò in casa.
-non mi hanno detto nulla… forse non parlano la nostra lingua…-
-lo avevo detto… sono terroristi!- disse il signor Willer.
-dobbiamo chiamare la polizia!- squittì la sua rinsecchita consorte.
-ma no… non è il caso…- disse Dimitri.
Il vetusto club dei condomini ebbe un collettivo sussulto di sorpresa: il signor Dimitri collaborava coi sovversivi?!? Qualcuno si inchinò a pregare per la sua anima, qualcun altro se ne andò disgustato.
Gli sbirri arrivarono dopo mezz’ora. Parlottarono coi due, poi li trascinarono sulla volante.
-abbiamo fatto la nostra parte per debellare il terrorismo… avevano senz’altro dell’esplosivo sotto quei vestiti laceri…- disse il signor Willer con soddisfazione mentre se ne stava con gli altri sul marciapiede ad assistere all’arresto.
-magari erano solo dei barboni…- disse amaramente Dimitri.
-e i barboni non sono forse potenziali terroristi?- chiese la signora Ivana.
Se ne andarono tutti. Scese il tramonto. Dimitri tornò in casa, si fece un tè all’ortica verde e pensò che era arrivato il momento di lasciare quel quartiere di reazionari fanatici, aveva la possibilità di andarsene a Rio e vivere come un nababbo, non avrebbe più aspettato… far arrestare così dei poveracci. Guardò fuori e, incredibilmente, i due sconosciuti erano davanti alla casa, al freddo. Non erano stati trattenuti dalla polizia. Dimitri, in quel momento, si dimenticò di Copacabana, di culetti sodi e roteanti, di balli sfrenati e di noci di cocco. Non aveva nessun diritto di andarsela a spassare mentre ancora le gente moriva al freddo, senza un posto dove andare. Si mise il cappotto e tornò dai due.
-vi aiuterò io a trovare casa!- disse con decisione –ho lavorato nel sindacato tutta la vita e so come si mettono in piedi le battaglie!-
I due non lo guardarono nemmeno. Dimitri interpretò la cosa come una disperazione lancinante che non permetteva nemmeno di annuire a quei due poveri cristi.
-governo ladro!- imprecò Dimitri tornandosene in casa per progettare la lotta.
Organizzò le cose per bene. Un presidio settimanale, con due, tre compagni del sindacato, davanti ai due sconosciuti. Una manifestazione il primo sabato di ogni mese con i soliti due, tre compagni del sindacato. Il signore e la signora X vogliono una casa era il nome della campagna pubblicitaria messa in piedi da Dimitri.
La gente della strada aveva iniziato a ipotizzare che fossero davvero una coppia di mansueti senzatetto. Le persone iniziarono a lasciare, davanti ai gradini, piatti di pasta, bottiglie di latte, frutta. Oltre ai signori X si creò un’immensa colonia felina. Il signor Willer si convertì all’islam e, in un delirio allucinante di credi, miti, usanze, portava ai due, tutti i giorni, petali di rosa e incenso.
–Buddah è grande!- diceva, per confermare la sua confusione mistica. La sua rinsecchita consorte preparava lasagne e spezzatino e, prima di cenare, ne portava ai signori X abbondanti porzioni; non si dimenticava mai di baciargli i piedi prima di tornarsene in casa. La signora Ivana non aveva smesso di fare il saluto romano ma lo indirizzava ai due, erano diventati la sua icona. Suor Sabrina si limitava a pregare in ginocchio. I signori X non la guardavano nemmeno quando la religiosa sussurrava ‘benedici queste povere anime’.
Passarono parecchi anni. Dimitri per stare in piedi aveva ormai bisogno del suo bastone da passeggio, gli amici del sindacato riposavano in pace, i signori X erano ancora al loro posto.
Dimitri, una mattina, guardò fuori, i due erano là, invecchiati certo, ma in splendida forma. La signora Ivana gli aveva appena portato dei biscotti e il signor Willer stava accendendo l’incenso. Dimitri sorrise. Stava per mettere su un disco di Gilberto Gil quando cadde fulminato dalla vecchiaia. Poche ore dopo, il comune fece sapere, attraverso due sbirri, che quella cosa, adesso che il mattatore era morto stecchito, doveva finire… quei due dovevano andarsene, quel santuario all’aria aperta doveva essere smantellato e i gatti dell’oasi felina annegati nel fiume o dati come cavie alla Facoltà di Medicina.
Gli abitanti ascoltarono indifferenti. Poi presero la bara di Dimitri e la trasportarono in giro per il quartiere fino a che al tramonto non concessero di seppellirlo nel cimitero comunale. Il quartiere ormai era ingestibile, un delirio di mistici e gatti. Fu un furbo assessore che propose di dare la casa ai due, nessuno avrebbe più potuto fare nulla, fine delle mistiche esaltazioni estatiche, dei miagolii, della puzza di latte rancido e di cibo andato a male. L’assessore, accompagnato dai due soliti sbirri, si presentò una mattina di sole davanti ai signori X.
-questa casa è vostra- disse, mentre un gatto gli pisciava sui pantaloni.
I signori X si alzarono.
-ma perché proprio questa?- chiese l’assessore incuriosito.
I signori X all’unisono allargarono le braccia e poi indicarono il cielo, dimora di qualche sconosciuta divinità.
Quando gli abitanti del quartiere si accorsero che i due avevano preso possesso della casa, caddero nello sconforto più nero. In un delirio collettivo intitolarono la casa Tempio Popolare Dimitri, accesero incenso e zampironi, cosparsero di latte le pareti interne, depositarono i signori X al centro di una grande stanza con i muri aggrediti dalla muffa, dalle ragnatele, dalla polvere grigia.
Era giunta voce che in città, altri senzatetto si erano messi davanti alle case. Il club dei coinquilini si mise in marcia e si unì all’esercito di cittadini in cerca dei propri santuari. Gente normale deponeva davanti a coppie di sconosciuti rose, incensi, giocattoli, mutandine. Si creò una completa esaltazione mistica. Il folle carnevale degli invasati durò nove giorni e otto notti. Si concluse davanti alla tomba di Dimitri. Migliaia di persone deposero fiori. Un’orchestrina di profughi cileni intonò un requiem disperato.
Intanto, in città, sui gradini delle case, non c’era più nessuno.
Dietro al vetro di una finestra, nascosto dalla penombra, un uomo che assomigliava vagamente a Tolstoj osservava la strada deserta. Lontano, verso il cimitero, provenivano canzoni e pianti. Invocavano Dimitri, il ballerino di samba, stroncato inesorabilmente a metà dell’opera.
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