Da "L'uomo scarlatto" di Paolo Maurensig,  Mondadori, 2001


Un'estate di alcuni anni fa, durante un giro di conferenze in America Latina, mi fermai per qualche giorno a Buenos Aires.
Una sera, alla vigilia della partenza, lasciai l'albergo per fare una breve passeggiata e, a una certa ora, entrai in una piola per mangiare qualcosa. Al momento di chiedere il conto, però, mi accorsi che non avevo più il portafogli. Pensai subito al peggio e a tutte le conseguenze che sarebbero derivate dal trovarmi all'estero senza denaro né documenti. Mi sosteneva la tenue speranza di averlo lasciato in camera. Prima di uscire, infatti, mi ero cambiato d'abito e il portafogli poteva essermi scivolato di tasca.
Spiegai al proprietario la mia situazione, ma questi mi rassicurò dicendo che, in ogni caso, la consumazione era offerta da lui, e mi consigliò di andare a vedere che non lo avessi lasciato da qualche parte. Corsi in albergo, distante pochi isolati, entrai nella mia stanza e, con grande sollievo, lo vidi lì, in bella mostra sul pavimento, ai piedi del letto. Con una certa euforia, tornai alla piola per saldare il conto, ma il proprietario non ne volle sapere. Per sdebitarmi in qualche modo, pensai di offrire da bere a quanti stavano seduti attorno al banco di mescita ed erano al corrente dell'accaduto. Fu così che conobbi José Maria Kokubu.
Figlio di un diplomatico giapponese e di una cantante argentina, era nato a Berlino e vi era rimasto fino al completamento degli studi. Subito dopo la laurea in medicina si era trasferito a Buenos Aires, dove aveva aperto uno studio dentistico. Non dimostrava più di cinquant'anni. Aveva gli occhi grigi, i capelli tagliati a spazzola, e sul suo volto i tratti orientali erano del tutto assenti. Oltre al giapponese, parlava correntemente una mezza dozzina di lingue, tra le quali l'italiano, che stava studiando in omaggio alla memoria della bisnonna materna. Dopo aver brindato alla mia salute, José Maria si accese un habana, offrendone uno anche a me.
Cominciammo a parlare di sigari, mi chiese se conoscevo i Maria Mancini, quelli prediletti da Castorp, nella Montagna incantata. Dal fumo alla letteratura, nel giro di tre o quattro bicchieri di whisky dissertavano con disinvoltura di religioni orientali e occidentali, dell'inadeguatezza della mente di fronte ai misteri dell'esistenza, nonché dell'ormai incontrastato dominio della scienza sulla natura. A questo proposito José Maria, buddista, sosteneva che il Dio della Bibbia non poteva essere infallibile e onnisciente poiché, nel concedere all'uomo di andarsene con il frutto della conoscenza, doveva prevedere che questi avrebbe trovato il modo di forzare i cancelli dell'Eden per impossessarsi anche del frutto dell'immortalità.
Si era fatto tardi. La conversazione e la compagnia erano stimolanti, ma l'indomani mi sarei dovuto alzare di buon'ora. José Maria insistette per accompagnarmi. Per strada mi pregò di seguirlo fino al suo studio, poco lontano da lì, perché aveva in mente di consegnarmi qualcosa. Percorremmo fino in fondo una traversa e arrivammo a una corte rotonda, sovrastata dalle fronde di una mangrovia secolare. Al chiarore della luna, sembrava un ventre femminile sotto gli artigli di un incubo immobile. Lo studio era situato al pianoterra di una vecchia palazzina. Mi fermai all'entrata. Lo sentii rovistare in una stanza lì accanto e subito dopo tornò porgendomi una grossa busta, con la preghiera di volerne disporre come meglio credevo. Accettai quello che pensavo fosse un dono, senza neppure chiedermi che cosa contenesse.


© 
Paolo Maurensig 


 

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