Un'estate
di alcuni anni fa, durante un giro di conferenze in America Latina, mi
fermai per qualche giorno a Buenos Aires.
Una sera, alla vigilia della partenza, lasciai l'albergo per fare una
breve passeggiata e, a una certa ora, entrai in una piola per mangiare
qualcosa. Al momento di chiedere il conto, però, mi accorsi che non
avevo più il portafogli. Pensai subito al peggio e a tutte le
conseguenze che sarebbero derivate dal trovarmi all'estero senza denaro
né documenti. Mi sosteneva la tenue speranza di averlo lasciato in
camera. Prima di uscire, infatti, mi ero cambiato d'abito e il
portafogli poteva essermi scivolato di tasca.
Spiegai al proprietario la mia situazione, ma questi mi rassicurò
dicendo che, in ogni caso, la consumazione era offerta da lui, e mi
consigliò di andare a vedere che non lo avessi lasciato da qualche
parte. Corsi in albergo, distante pochi isolati, entrai nella mia stanza
e, con grande sollievo, lo vidi lì, in bella mostra sul pavimento, ai
piedi del letto. Con una certa euforia, tornai alla piola per
saldare il conto, ma il proprietario non ne volle sapere. Per sdebitarmi
in qualche modo, pensai di offrire da bere a quanti stavano seduti
attorno al banco di mescita ed erano al corrente dell'accaduto. Fu così
che conobbi José Maria Kokubu.
Figlio di un diplomatico giapponese e di una cantante argentina, era
nato a Berlino e vi era rimasto fino al completamento degli studi.
Subito dopo la laurea in medicina si era trasferito a Buenos Aires, dove
aveva aperto uno studio dentistico. Non dimostrava più di
cinquant'anni. Aveva gli occhi grigi, i capelli tagliati a spazzola, e
sul suo volto i tratti orientali erano del tutto assenti. Oltre al
giapponese, parlava correntemente una mezza dozzina di lingue, tra le
quali l'italiano, che stava studiando in omaggio alla memoria della
bisnonna materna. Dopo aver brindato alla mia salute, José Maria si
accese un habana, offrendone uno anche a me.
Cominciammo a parlare di sigari, mi chiese se conoscevo i Maria Mancini,
quelli prediletti da Castorp, nella Montagna incantata. Dal fumo
alla letteratura, nel giro di tre o quattro bicchieri di whisky
dissertavano con disinvoltura di religioni orientali e occidentali,
dell'inadeguatezza della mente di fronte ai misteri dell'esistenza,
nonché dell'ormai incontrastato dominio della scienza sulla natura. A
questo proposito José Maria, buddista, sosteneva che il Dio della
Bibbia non poteva essere infallibile e onnisciente poiché, nel
concedere all'uomo di andarsene con il frutto della conoscenza, doveva
prevedere che questi avrebbe trovato il modo di forzare i cancelli
dell'Eden per impossessarsi anche del frutto dell'immortalità.
Si era fatto tardi. La conversazione e la compagnia erano stimolanti, ma
l'indomani mi sarei dovuto alzare di buon'ora. José Maria insistette
per accompagnarmi. Per strada mi pregò di seguirlo fino al suo studio,
poco lontano da lì, perché aveva in mente di consegnarmi qualcosa.
Percorremmo fino in fondo una traversa e arrivammo a una corte rotonda,
sovrastata dalle fronde di una mangrovia secolare. Al chiarore della
luna, sembrava un ventre femminile sotto gli artigli di un incubo
immobile. Lo studio era situato al pianoterra di una vecchia palazzina.
Mi fermai all'entrata. Lo sentii rovistare in una stanza lì accanto e
subito dopo tornò porgendomi una grossa busta, con la preghiera di
volerne disporre come meglio credevo. Accettai quello che pensavo fosse
un dono, senza neppure chiedermi che cosa contenesse.
©
Paolo Maurensig
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