| "Storia dei tre" di Gianluca Matriciani, 2002 |
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Quella settimana c'erano le interrogazioni. A matematica avevo un quattro, a filosofia e storia un sette stiracchiato; la professoressa di inglese era riuscita a iniziare un nuovo giro tagliagole. Con i classici. Avrei dovuto studiare tutta la settimana per presentarmi preparato, non uscire, perdere biglietti gratis e bevute nei locali. Pensavo. E pensavo. La serata a pensare e a guardare lo stereo spento, una sigaretta dietro l'altra: la soluzione c'era, naturalmente. Ho risolto il problema passando la notte da Mattia. Quando sono arrivato a casa sua era già stato avvertito di procurarsi qualsiasi cosa: fumo per inizio e poi giù di birra. Il resto era un tema da improvvisare, ma gli strumenti non mancavano. Mattia era alto e riusciva a tenere un fisico da giocatore di rugby nonostante tutte le albe trascorse per strada. In quel momento aveva già stampato in faccia un ghigno demente; ha acceso lo stereo, ha tirato le tende e mi ha detto di girarne una. Intanto che prendevo le Rizla lui apriva e chiudeva cassetti, tirava fuori bustine e scatolette di legno, nominandole una per una. Hashish. Ganja. Anfetamine da pillole dimagranti. Tavor. Speed. Metedrina. Ecstasy di vari tipi e colori. Mezzo grammo di coca. E, gran finale, due supposte di eroina. Ho annuito. Ci guardavamo. Ho iniziato a scaldare il fumo. Con Mattia parlavamo del più e del meno: mi faceva una lista delle ragazze che si voleva fare. Silvia e Anna e Simona e Ester. Poi gli tornava in mente di essere quasi fregato con Ava, da circa un anno e mezzo. Ma lui non desisteva. Aveva le sue fantasie. Intanto venivo a sapere che Simona voleva farsi Antonio che ci provava con Ester che era innamorata di Paolo che scopava con Anna che pensava a me che ero amico di Silvia che stava con Carlo, e a Carlo non gliene fregava niente. Dopo le dieci decidevamo di uscire, brindavamo con una birra e due anfetamine; quella sera avevamo iniziato prima, una scala surreale con due pasticche come primo gradino, continuata passando un po' per tutti i tipi di sostanze. Dei suoi genitori rientrati in casa mezz'ora prima, non avevo parlato; presto si sarebbe accorto anche dei pipistrelli neri che planavano nella stanza. Da solo. Il locale era una birreria ampliata demolendo muri e comprando due stanze a una coppia di marocchini, che ora vivevano accanto in un monolocale; comunque c'erano anche loro due, tutte le sere. Restavamo fuori, saltellando sul posto per il freddo, pur di continuare a fumare. Chi girava canne all'interno era considerato un bullo, o uno sfigato. Poi è che mi sentivo i suoi occhi addosso da un bel pezzo. Aveva la pelle olivastra. Occhi neri, di quelli che non riesci a capire nulla di cosa ci sia dietro. E' che doveva essere convinta di avere a che fare con Jonny Rotten in persona: per l'andatura barcollante e la pelle bianchissima arida; penso ci credesse veramente. E io non facevo nulla per farle cambiare idea. Eravamo un branco di ragazzi nel pieno delle loro turbolenze ormonali, stretti in cerchio, in piedi con le mani in tasca, guardandoci negli occhi. Se decidevo di entrare ci sarebbe stata musica e luce, aria satura, sudore. Ho deciso di entrare. Alcuni erano davanti al bancone, gomiti appoggiati: c'era Laiko del centro sociale, muso imbronciato. C'era Feso con lui, a lamentarsi dell'ultimo torto subito. E poi c'era lei, in pantaloni larghi e maglietta bianca, labbrucce increspate, si guardava intorno nervosa, a scatti. In realtà il suo tipo (Chiodi) era più nervoso di lei. Aveva suonato con quello che chiamava gruppo: quattro ragazzini che si riunivano a fumare. Poi gli venivano le musiche nelle testine. Il chitarrista aveva appena sboccato sul palco. Io me li ero persi. Io seduto, con Mattia accanto. Luce e ombra. Mattia mi faceva facce strane con la birra in mano. Luce e ombra. Mattia cercava di accendersi una sigaretta con in mano, alternativamente, un chilum, un pacchetto di Rizla, uno specchietto. Luce e ombra. Mattia stava bevendo. Luce e ombra. Un bar fottuto, ho deciso. La tipa del cantante si è avvicinata. Chiodi immaginava prima un duello western, a base di occhiate e prontezza di riflessi, poi una bevuta in compagnia; la ragazza resta sempre dalla stessa parte. Io... Mattia si era avvicinato a Chiodi, iniziava un lungo scambio di opinioni, si conoscevano, tastavano ognuno il terreno dell'altro, ognuno a suo modo; nessuno si toccava, Mattia muoveva le mani in modo concitato, Chiodi alzava le spalle, buttava la testa all'indietro. Per me tutto era chiaro: Chiodi avrebbe cercato la ragazza, ma dopo aver subito troppe parole. Mattia sapeva sempre instillare quel dubbio, lentamente, fino a che il culo non ti bruciava e Chiodi avrebbe iniziato a sbandare per il locale, la vista appannata in mezzo a tanti indiani. Io ascoltavo la musica. Un rullio di tamburi introduceva un giro di basso rotolante che portava alle chitarre-gracidio, per un bel po'. All'improvviso si era aperto uno squarcio di violini, tanto da farmi vedere chiaro dove finiva la voce di Kim Gordon: rantoli e sospiri d'angelo. La ragazza si chiamava Livia, si era seduta sulla sedia di fianco alla mia, aveva acceso una sigaretta all'incontrario; la mia birra si è allungata verso di lei, e le sedie iniziavano ad avvicinarsi. Mattia e Chiodi erano sempre un bello spettacolo, per me. -Non gliene frega niente- diceva Livia. -Di me non gliene frega niente- diceva, e ha iniziato a sbottonarmi i pantaloni. -Lui è uno stronzo, c'ha altre- diceva Livia e me lo ha preso, sotto il tavolino. -Ti conosco io a te, ti conosco?- mi urlava nelle orecchie, e si è abbassata, come per piangere. Io ho provato a chiudere gli occhi, mi girava la testa, iniziavo a stringerle il collo. Ho pensato che Chiodi si stesse per avvicinare, senza aprire gli occhi, e in quel momento ho avuto un piacere più intenso; ma lui si stava dimenando in pista come Travolta, alzando le gambe, dribblando dei doppi passi senza senso. Accarezzava le ragazze che gli ballavano intorno. Poi Livia ha alzato la testa, ha dato due strattoni più forte e io sono venuto. Le tenevo la mano sempre sulla nuca, ho dato una leggera stretta anch'io. Ho cercato di sorridere. -Io vado a ballare, che questa canzone mi piace- mi ha detto. © Gianluca Matriciani 2002 - Tutti i diritti riservati |