| "La casa e Pedro" di Gianluca Matriciani |
Non ci avevo mai pensato, prima di allora.
La casa è grande, ricoperta di piante rampicanti, in modo da farla sembrare ancora più antica e malridotta. La prima volta che ci sono stata era settembre, prima dell'inizio della scuola, in una di quelle giornate in cui non si sa cosa fare e
perché si è qui. Aveva piovuto per tutto il pomeriggio. Io avevo accompagnato Carlo dalla nonna e già l'avevo notata passando, la casa,
così mi ero ripromessa di tornarci. Perché prima non l'avessi mai vista rimane un mistero, come ogni inizio. Il sole ne delineava i contorni, ma pareva non potersi infiltrare, e quello che mi era rimasto dentro è simile ad una polaroid, come ogni ricordo, credo, all'età di tredici anni.
Carlo ha cinque anni meno di me, ha iniziato la scuola quest'anno, su in collina dove l'aria è più rarefatta e le case signorili. L'avrò visto nudo non
so quante volte.
Mi ero allenata tante volte a dire una cosa pensandone un'altra, così avevo detto a Carlo" Stai con lei che poi vengo a giocare". Intanto pensavo" ora entro in quella casa ora entro in quella casa ora entro in quella casa". Non sapevo ancora che per quasi un mese il mio giocare si sarebbe circoscritto alle stanze della casa, e a un uomo. Il cancello è
arrugginito tanto da cadere a pezzi se tiri forte, è antico, e aveva un cartello con su scritto in rosso"vendesi". Questo lo ricordo
perché ora non c'è più, sembra che la vogliano mettere a posto, i politici. Un pezzo del mio vestito giallo si era strappato quando avevo scavalcato, ed era rimasto attaccato ad uno spunzone di ferro, vicino al cartello. L'ho levato solo quando sono uscita, e ormai era notte.
La prima cosa che ho notato è stato l'odore, di chiuso , ma anche di terra e fiori appassiti e piante. Tutto insieme racchiudeva decine, forse secoli di vita all'interno, e ne annunciava la morte, anzi la sottolineava. Cercavo segni di vita nelle stanze, tre al piano di sotto e quattro al piano superiore, senza alcun successo. Le stanze di sotto erano buie e rettangolari, con i muri incrostati e i rampicanti che erano arrivati fino a
lì, i pavimenti ancora in buona condizione , anche se la polvere li ricopriva per intero. Dove c'era stata la cucina, un grosso lavabo occupava metà di una parete e ancora c'erano dei rottami di piatti, usati da chissà chi in un'altra epoca. Al secondo piano le stanze erano più piccole e una , che doveva essere stata la stanza matrimoniale aveva ancora le tende, stropicciate e piene di buchi, alle finestre, sempre contornate di stucchi cadenti. Il bagno era una grossa vasca maleodorante, ed un buco, dal quale si poteva vedere di sotto. Tutto
lì era ricordo e fine e tenebra, la più buia che avevo mai incontrato, cosi mi sono decisa a sedermi, spalle al muro, e a sprofondare in questa tenebra. Questo per tutto il primo giorno.
Il secondo giorno sono tornata alla casa di mattina , dicendo di andare a scuola. Ricordo di essermi vestita di nero, per rendermi il meno visibile che potevo. La casa mi ha accolto luminosa e, all'apparenza, senza pericoli, non emanando quella sensazione di ostilità che il giorno prima era intensa. Ho socchiuso il portone di legno con cautela, e sono entrata. Credo che nemmeno allora qualcuno mi avesse potuto vedere. C'eravamo di nuovo solo io e quest'enormità di odori, luci, suoni, tutti rivolti al passato, un passato nel quale io non ero ancora al mondo; questo era eccitante e terrorizzante allo stesso tempo. Giravo per le stanze vuote correndo ; a volte inciampavo, mi fermavo, e ripartivo, in preda a qualcosa di estatico e ansioso, una febbre. Dopo un lungo corridoio, al primo piano, si apre un cortile, trascurato come il resto della costruzione , ma nel quale la luce entra morbida: qui ho visto i gatti e i topi mangiarsi. C'era una gatta con i suoi cuccioli, i cuccioli erano appena nati, ancora legati dal cordone, e imbrattati di liquido bianco e sangue. Vicino al muro dove la gatta aveva scelto il suo rifugio c'era un apertura di pochi centimetri; da qui uscivano topini, piccoli e grigi. In modo vorticoso gli animali entravano e uscivano dal buco, rosicchiando ogni volta un pezzo dei gattini , ancora ciechi. Mi sono fermata: non c'era magia in quel cortile, solo la vita, come avrei imparato a conoscere. La gatta era costretta a divorare i suoi piccoli, ormai resi zoppi o mutilati dai continui attacchi dei topi. E loro arrivavano veloci , e in continuazione.
E' che non l'ho sentito arrivare; ero di nuovo chiusa nei miei pensieri , il terzo giorno, di sera. I passi erano riconoscibili nel vuoto della casa, ma forse il mio cuore andava già abbastanza spedito; io non l'ho sentito arrivare, quell'uomo. Mi divertivo a vestirmi nel modo più stravagante possibile, quei giorni. Avevo il vestitino a fiori, le calze a buchini della mamma, un sciarpa di pelo che non
so neanche ora bene come si chiama. E il cappello di paglia, che ancora adoro. Il vestito fasciava il mio corpo come avrebbero fatto le mani dell'uomo , grandi e forti; mi sarebbe caduto il cappello e il bianco del vestito sarebbe stato sporcato dal sudicio del pavimento, ma le calze sarebbero rimaste al loro posto, la prima volta che l'uomo mi afferrò. Il sogno e la tenebra e il calore della sera di settembre erano troppo grandi per fare qualcosa, ero diventata una cosa sua in pochi attimi; e lui mi aveva dato in mano il suo sesso ,
perché imparassi e gli dessi piacere. All'inizio mi guidava lui, poi ho continuato da sola. Le mie mani sono diventate calde, all'improvviso, io tenevo gli occhi chiusi e sentivo l'uomo molto vicino a me , lo vedevo con gli occhi chiusi, oltre alla luce che il suo sesso aveva riversato su di
me. L'uomo era alto, magro e biondo , per me. Lui mi aveva detto il suo nome, subito dopo; Pietro. E se ne era andato. Allora il liquido era diventato sangue di gatto, e l'odore del mio corpo e della casa, puzza.
Non può essere successo a me, non posso essere stata io.
Continua a succedere ogni giorno ,da settimane, io con gli occhi chiusi, lui con i pantaloni appena slacciati.Le rose e le viole sono i miei fiori preferiti. Mi piace il colore, rosso rosso o rosso più spento e triste, ma
sopratutto il loro profumo, chiaro ,fresco, pulito...
Qui alla casa posso trovare molte rose e viole, adornarmi il cappello di paglia ogni giorno in modo diverso. Le colgo per lui, poi le lascio nei corridoi,
così coprono l'odore del giorno prima e ogni volta è bello.
Quando mi ha presa del tutto, volevo anch'io che fosse così. Settimane passate ad aspettare un gesto, minimo, il frusciare di un lampo, e poi un calore, che era presto spento. Lo volevo anch'io
perché le sue mani mi erano entrate dentro diverse volte, ed ora non c'era più nessun segreto tra di noi., se non il suo aspetto.
Così mi sono spogliata, ho tolto i jeans che avevo visto su un giornale il giorno prima , subito comperati da mamma, e l'ho aspettato nella penombra, aspettato che lui arrivasse da dietro e mi costringesse a fare. I suoi passi, i suoi respiri, le mani , il sesso. Avevo una canzone che mi girava continuamente in testa, io facevo
-dooo dooo, la la la-, e lui è arrivato con dei passi più pesanti del solito, come se barcollasse. Il mio corpo fragile si è aperto a forza, senza nessuna fiducia , ricordo che è stato tutto molto diverso da come me l'ero immaginato per tutta la notte , alla fine mi veniva da vomitare; ho trattenuto la pasta della mamma e il pollo, non l'avrei mai fatto...
Ancora non una parola, ma ora mi giro e lo guardo. L'odore di alcol. La casa.
Ricordo di essermi girata di scatto, come per stizza. Il suo viso era angelico , gli occhi grandi e verdi, i lineamenti puri, il corpo snello ;barcollava come un animale ferito ma sazio dopo la caccia. Dopo è tutto cambiato.
Il suo viso deformato, gli artigli ,il mio angelo si è trasformato in un animale.
Ho visto il suo corpo trasformarsi in mille forme, prima un leone, poi una palla di ossa e sangue, poi un cavallo, alla fine un cane nero e ringhiante; mi fissava e sbavava, con gli occhi chiari e un espressione di odio.
Ho potuto solamente rannicchiarmi contro il muro, stordita, con il voltastomaco, mentre lui si contorceva e urlava . Urlava, l'animale, non era ancora sazio. Dopo avermi guardato con i suoi occhi iniettati di sangue e lacrime per chissà quale dolore infertogli in passato, si è girato e con le zampe posteriori si è slanciato, attirato da altro, altrove.
Sangue tra le mie gambe. Poi il suo volto deformato.
La casa era un rifugio, oscuro e pericoloso, ma anche terribilmente eccitante; come lui. Il mio amore è un cane.
Non riesco a dimenticare le notti passate a contemplare l' immagine mentale che mi ero fatta. Un cane, un cane...
Il giorno dopo ero di nuovo lì, attirata da non so cosa, un mostro, forse. A casa non avevo fatto vedere le mie ferite, le avevo fasciate pazientemente in bagno da sola. Morsi, graffi. Giravo per la casa barcollando anch'io quel giorno di ottobre, aspettando che qualcuno arrivasse, magari la mia amica Lisa, e mi dicesse " è stato
un incubo , è stata la febbre". La gatta era ancora in vita, con due dei suoi gattini che ora non erano più nemmeno ciechi, e giravano per le stanze miagolando , cercando una qualche protezione. Ma io posso? Mi sono avvicinata ai gattini e loro, docilmente ,me l'hanno permesso, mi hanno permesso di prenderli in braccio e accarezzarli , uno alla volta, mentre mamma gatta ronfava e mi guardava. Avevo trovato degli amici, piccoli e teneri , ma ancora aspettavo il mio angelo , l'angelo dei primi giorni per abbracciami e darmi calore. Se il tempo passava, passava più lentamente ora che lui non c'era, si impadroniva di me l'ansia che sconfiggeva la paura di trovarmi ancora di fronte un cane ringhiante, avrei fatto qualsiasi cosa, dopo poco, per cercare di domarlo e capirlo. Sono ancora troppo piccola? Non mi restava che aspettarlo con in braccio i micini , che se voleva mangiare loro avrebbe mangiato anche me, il mio amore.
Avevo anche portato un sacco a pelo, quello delle vacanze estive, e detto a casa che per qualche giorno avrei dormito da Lisa. Ero convinta di svelare il mistero, il più grande della mia vita. Erano passate le otto e poi le nove , tutto era buio e polveroso, come al solito, i micini miagolavano in cerca di cibo, la gatta pareva sorvegliare tutti quanti dalla cima della prima fila di scale. Mi sono addormentata dopo poco, anche se l'ansia mi stringeva il cuore e la paura si era scolorita in amarezza. Niente di niente.
Il giorno dopo arrivarono degli uomini, vestiti con la giacca e la cravatta, a vedere la casa con le loro macchine enormi. Io mi ero nascosta in giardino , dietro alle piante rampicanti, con la gatta in braccio, che in realtà era più spaventata di me. Gli uomini perlustrarono la casa distrattamente, parlando ad alta voce di affari più grandi di me; uno di loro diceva di alcuni barboni che erano stati visti nelle vicinanze, un'altro diceva che nessuno ci avrebbe potuto fare niente, per adesso. Gli uomini guardarono il giardino. Gli uomini salirono al piano di sopra. Gli uomini ridiscesero e si salutarono , ripartendo nelle loro macchine. Io sono potuta uscire e pensare ai barboni. Che lui sia un barbone? Che sia un barbone con un cane? Era solo un dubbio remoto, ancora . Ero sicura di aver visto qualcosa di misterioso e soprannaturale, un segreto. Mi preparavo per giocare a campana, tracciando per terra con un gessetto i quadrati e i numeri, e dopo, un due tre,
saltellavo per il cortile seguita dallo sguardo dei micini, affamati e divertiti dai
miei gesti. A campana ci ho sempre giocato poco , ma mi sembrava un gioco adatto al posto, non avrei mai portato le mie bambole nella casa. Ho saltato e saltato ancora fino a notte, quando il buio mi ha fatto venire fame e cosi ho sgranocchiato uno dei panini che mi ero fatta preparare da mamma, nella mia vera casa. Ne ho dato un
po' ai micini, la gatta si era procurata un topo , ora che anche lei poteva cacciare. E con la notte, era arrivata l'attesa di qualcosa, l'attesa
per scoprire un mistero che ancora i miei sensi richiamavano. Erano passate tre settimane dalla prima volta che l'uomo era arrivato e nessuno sapeva come sarebbe andata a finire, probabilmente nemmeno lui.
Mia piccola bambina, non voglio che tu mi veda più. Sono un reietto, un fallito , un vigliacco che và in cerca della propria preda ogni notte, da non
so più quanto tempo. Ogni volta maledico il mio aspetto e ogni volta lo rifaccio di nuovo, preso dalla luna e dai miei ricordi amari . Perdonami. Una volta ero un medico, un 'aspirante medico all'università e per troppa cupidigia provai su di me pozioni e farmaci che cambiarono il mio spirito e dopo anche il mio corpo. Giro con un cane, Pedro, che mi aiuta nella mia semicecità di giorno. Tutto il resto è vergogna. Non mi aspettare più ,
perché anche questa notte verrò e tu sarai mia.
Prima c'è stato un gran tuono; iniziava a piovere con lampi e rombi fortissimi. Mi ero rifugiata al piano di sopra, nella stanza più grande e avevo acceso le ultime due candele rimaste. Il giorno dopo, già pensavo,sarei dovuta tornare a casa per far provviste e raccontare le solite bugie ai miei. Ma l'uomo era arrivato presto quella sera e lo sentivo respirare a fatica al piano di sotto . Il suo era un respiro duplice , doppiamente animale, ansimava e a volte dei latrati da cane spezzavano il fiato. Ho deciso che non avrei avuto paura. Se mi cercava questa volta avrebbe sudato per trovarmi: giocavo a nascondino con lui. Mi nascondevo in bagno quando lui risaliva le scale,e correvo in cortile quando si avvicinava al bagno .Questo per un po'.
Dove sei, bambina capricciosa?
Mi dovrai trovare e parlarmi questa volta, animale.
Tanto ti trovo, ora. E' tutto inutile...
Io sono più svelta di te e del tuo cane, più svelta.
D'improvviso ho sentito che non lo volevo più , era un barbone infido e sudicio, che mi aveva usato senza mezzi termini, mi aveva fatto sanguinare e piangere e implorare il suo ritorno. Mi trovavo sul balcone, la pioggia sui capelli sporchi e sulle mie spalle tremanti; il cane mi aveva visto e aveva iniziato a tirare l'uomo dalla mia parte. Non facevo nulla, aspettavo solamente che gli si scoprisse il viso. Quando è stato abbastanza vicino, ho visto i suoi occhi spenti, i suoi capelli biondi e finissimi, la sue labbra fine e gentili. Ha tentato di abbracciarmi ma questa volta era più malfermo del solito. Mi sono scansata da un lato . Lui è precipitato di sotto con un tonfo sordo. Il cane è rimasto impigliato nella vecchia ringhiera e ha iniziato a latrare. Quando ho guardato il suo corpo steso immobile ho stretto gli occhi per un attimo, poi li ho riaperti come dopo un 'incubo, di quelli al rallentatore e in apnea. Ho slegato il cane dalla ringhiera . Ho accarezzato il cane, un bastardo più affamato che rabbioso, e ho preso le mie cose , tornandomene a casa.
Non è che lo reputi un pegno d'amore, il cane, ora che sono passati alcuni anni e ho un vita normale, ma i suoi occhi non fanno che ricordarmi l'uomo, il primo, e la casa, che ormai è stata ristrutturata e venduta. Ogni notte con tuoni e lampi non faccio che vedere il suo viso, che era quello di un angelo e non di un animale.
© Gianluca Matriciani - 2002