Da "Antartide" di Franco Masini


Il sogno o quello che mi era sembrato tale e la cui veridicità, al momento, non potevo verificare, era stato bellissimo, travolgente e così reale da lasciarmi emotivamente scosso.
Sebbene, proprio perché così realistico, pensassi che cozzava già di per se con l'idea stessa di sogno che come tutti sanno e senza ombra di dubbio, rappresenta l'irrealtà, non ne ero ancora tanto convinto.
Ma siccome la realtà, presto o tardi, o con le buone o con le cattive, viene a bussare alla porta della ragione e nella maggioranza dei casi conosciuti, l'ha sempre vinta, anch'io dovetti cedere, arrendermi e ammettere che forse non era stato proprio quello che si definisce un sogno.
Perché?
Perché dal momento in cui avevo riaperto gli occhi, le spalle curve, lo sguardo spento in quell'atteggiamento tipico di chi subisce un brusco risveglio e ne e contrariato, mi ero anche accorto che, nel frattempo, qualche cosa di nuovo era accaduto.
"Che cosa è che mi ha risvegliato da un sogno così bello per farmi ripiombare su questo orrendo gommone?", mi chiesi angustiato.
Fu allora che cominciai a prestare attenzione a quel suono che prima debole e lontano poi via, via, più forte ed insistente, si era fatto strada nella mia mente.
Quel suono, che tanto disperatamente avevo rifiutato di considerare e per il quale, nel tentativo di allontanarlo, avevo lottato anche con me stesso, ormai si era prepotentemente sovrapposto ai miei pensieri.
Non lo potevo ignorare, eludere o annullare come si fa con un campanello d'allarme che diventato troppo insistente o non celando una vera minaccia, lo si "resetta".
Perché non si trattava, almeno nel mio caso, di un suono esterno, estinguibile o annullabile a piacimento ma di un suono interiore, quasi certamente indice di un qualche cosa di serio, qualche cosa che doveva accadere od era già accaduto e che interferiva, per ora a livello inconscio, con la mia psiche.
Allora, più per il comune senso del dovere che per me stesso, mi imposi di prestarvi ascolto.
Quel senso del dovere che mi ha sempre impedito di procrastinare, posporre o spostare, nel senso di non rimandare qualche cosa, frutto più che della disciplina militare dell'educazione materna, aveva prevalso e mi costrinse ad agire.
Inteso come una deviazione mentale, un modo di vivere stratificato negli anni e che ancora mi condiziona e fa si che tralasci qualsiasi cosa stia facendo per dedicarmi al bene collettivo, quel senso del dovere, mi imponeva di indagare. Allarmato, mi guardai attorno ma non vidi nulla.
Non ritenendola una reazione sufficiente, osservai, se possibile, ancor più attentamente e in tutte le direzioni .
Non ne tralasciai alcuna, guardando non, si badi bene, con il solito sguardo distratto o ingenuo o aperto con fiduciosa certezza su una natura innocente o come ci hanno sempre raccontato, espressione di bellezza e bontà ma allarmato, sospettoso, cauto, come quando si riconosce di essere di fronte ad un nemico.
"Niente", pensai angosciato, "non vedo niente di allarmante".

-Le isole misteriose.
Però qualche cosa di diverso in effetti c'era !
Per esempio, intuivo, che io spettacolo che mi appariva dinanzi, era ora diverso.
"Forse qualche cosa è cambiato", pensai, "oppure è cambiato il mio modo di vedere, di osservare, di valutare quello che mi sta attorno".
Il panorama circostante, infatti, non suscitava più, in me che l'osservavo, quel distaccato interesse che fa considerare gli orrori che pur la natura contiene, come giustificabili espressioni del suo modo d'agire.
La natura che ci circondava e che avevo tanto ammirata, non era più così innocente, generosa e tranquilla, serena e senza colpe come avevo fino ad ora creduto ma improvvisamente aveva cambiato faccia, si era per così dire "rivelata" e non celava più, dietro quella maschera di bonarietà, la malignità del suo vero volto.
Il passaggio però e la metamorfosi, furono graduali.
Per prima cosa notai come la luce che illuminava il paesaggio si fosse come d'incanto affievolita, scolorita.
Per capire meglio il fenomeno, nel caso accadesse a qualcun'altro ma non glielo auguro davvero, ci tengo a collocare l'azione all'interno di ben precisi limiti che possono risultare utili ad una sua migliore comprensione.
Eravamo appena entrati in quel dedalo di isole e isolette che contornano lo Stretto di Magellano, in particolare in quel punto denominato "Paso Occidentale", delimitato a sinistra dalla Peninsula Breckock e da quell'isola alla quale, purtroppo era stato assegnato un nome omonimo del più tristo dei "Conquistador" spagnoli, "Aguirre", quando in vista delle isole Georgiana, Catalina e Basket ebbe luogo il fatto.
Per essere ancor più precisi ed evitar commenti, aggiungo che furono le isole London e Sidney, a farci per così dire, da testimoni perché fu proprio da loro che il fenomeno con il cambiamento dei colori, che da sgargianti diventarono opachi, ebbe inizio.
Non più lo splendido verde dei boschi che ne ricoprivano le rive e il rosso acceso delle montagne che facevano da sfondo ma fiochi riflessi, granulosi fondali, fumanti sottoboschi e per di più, tendenti al grigio.
Le ombre infine, prima vagamente definite e inconsistenti, tenui e sfumate a contornare il soggetto, ora erano diventate nere, nette e profonde e accentrando su di esse l'attenzione, rivelavano forme insolite e inquietanti.
"Poco conformi alla matrice", mi venne in mente come paragone.
Il nome stesso di Baia Desolada non prometteva niente di buono!
A bene vedere, era anche ingenuo, per non dir di peggio, considerare quelle isole alla stregua delle nostre!
Quella lunga serie di isole del Paso Norte, già menzionate e lungo le quali stavamo transitando e che innocentemente scorrevano alla nostra dritta come grani di un rosario, dovevano per forza nascondere qualche cosa!
Un luogo simile, situato ad una Latitudine così poco comune (la Latitudine era di 54° e 40' Sud), isolato per miglia e miglia dal resto del mondo, poco transitato, doveva per forza nascondere qualcosa di diverso, pericoloso e solo lì concepito.
Così ragionando, gli occhi stretti su un volto proteso nello sforzo di cogliere un qualsiasi segno di vita, anche solo il sospetto di un movimento, qualsiasi cosa, purché non mi dovessi dar ragione, mi convinse che il pericolo non palesato e non legato ad alcunché di vivente, non poteva che provenire dalla stessa natura.

-Le isole minacciose.
"Oppure, in assenza di tutto ciò, sono le isole stesse un corpo vivente, espressione esteriore di qualche cosa di malvagio e così ben simulato per cui solo io e forse qualcun altro ci ha mai pensato!", mormorai ma non Solo l'idea ma anche solo il sospetto della sua esistenza, mi parvero pazzeschi!
"Chissà quanti sono periti quaggiù dando la colpa ad altri che non alle isole!". Forse, fu proprio a causa di quel pensiero fosco e poco eclatante, che avvertii una strana sensazione di pericolo.
Non avevamo ancora lasciato la strettoia del Paso Norte e mentre ci stavamo inoltrando nel più vasto Canal Ballenero, con le isole Burnt, Smoke, Alfredo e O.Brien a sinistra e a dritta le Stewart, che la sensazione divenne certezza.
La prima cosa che mi mise in allarme, me ne resi poi conto, fu il fatto che quelle isole non erano poi così lontane da noi né così apparentemente innocue da poter essere alcune quasi e pericolosamente, toccate con mano e nell'eventualità di un pur ipotetico contatto, reagii con uno stato di inconsueta agitazione.
"Magari gli altri, nella loro incoscienza, si vogliono pure fermare!", con raccapriccio, pensai: "e così cadremmo in trappola" ma per quanto le scrutassi con attenzione, non riuscii a trovarvi, ricoperte com'erano da una fittissima vegetazione, nulla di insolito ne di nascosto.
Le osservavo in silenzio.
Il loro perfetto ermetismo accresceva ancor di più la paura che stava salendo dentro di me.
"Se c'è qualcosa è certamente ben nascosta", dissi, senza accorgermene e ad alta voce.
Ma quello che aveva suggestionato di più l'istinto di conservazione non era tanto la loro forma che al nostro passare ruotava, mostrando chiaramente tutti i suoi lati, bensì l'incredibile mancanza di un qualsiasi movimento. Solo l'acqua si muoveva.
E in essa, lunghi serpenti viscidi e verdastri impegnati in infinite, voluttuose contorsioni, apparentemente sempre uguali seppur così diverse. Guardai a lungo, come stregato, ammaliato da quei contorsionismi, rabbrividendo di disgusto, poi compresi.
"Alghe", mormorai, "sono quelle stesse alghe segnalate dai tedeschi laggiù, al Cabo de Hornos, a Punta Arenas, tanto tempo fa, che ora mi fanno tanto schifo!".
Per contrasto e sia pure da una visuale disturbata dalle vibrazioni e i sobbalzi del gommone, si vedeva benissimo che sia l'aria che l'acqua e le fronde degli alberi, erano immobili.
Invece di muoversi in modo naturale, normale, logico, come avviene per le fronde di tutto il mondo quando, magari a causa del vento, si agitano unilateralmente oppure, a causa del passaggio di un qualche animale da sottobosco, in modo caotico, qui erano assolutamente statiche, ferme e apparentemente prive di vita.

-Il silenzio.
Ma al di là dell'immobilità che poteva far pensare ad una facciata, un'apparenza o un palinsesto adattato di volta in volta per colui o coloro che si voleva ingannare, s'intuiva che intorno a noi, anche se soverchiato dal rumore assordante dei motori, regnava il silenzio.
Quel "silenzio" che si evinceva più dall'assenza di movimento che da una sua oggettiva e diretta constatazione, doveva essere tanto pregnante da farmi considerare il rumore dei nostri motori come una salvezza, una manna del cielo, che se, incidentalmente, si fossero fermati, ne saremmo rimasti annichiliti.
Abituati alle città rumorose, nelle quali si convive con un sottofondo frastornante del Quale ormai non possiamo più fare a meno, Quel silenzio, credo, ci avrebbe sconvolti.
Invano avremmo evocato un rumore qualsiasi che avesse il potere di fare da punto fermo, da paragone utile per riportarci alla realtà. Come in un vortice, avremmo corso il rischio di essere risucchiati in chissà quale stato mentale al quale poi non avremmo saputo come resistere, come reagire.
Come il vuoto atmosferico ti risucchia in aria per poi lasciarti ricadere a terra con effetti devastanti o se va bene, sconvolgenti per il tuo equilibrio psicofisico, così anche noi, a causa di quel silenzio, ci saremmo sicuramente trovati in un mondo troppo estraneo al nostro, per sopportarlo. "E se si trattasse di qualcos'altro?".
Il pensiero che non ha limiti ne di spazio ne di velocità mi corse allora, chissà perché, ad un'immagine inconsueta e pochissimo conosciuta.
Quella del "buco nero", dove si sa che il tempo devia dal suo naturale decorrere e può essere causa di una certa confusione fra il passato e il presente tanto da poter essere artefice, nella prima parte corporea di noi che incautamente vi cadesse dentro I di un precoce invecchiamento e strano a dirsi, vi trovai analogia con la situazione presente.
Ma analogia a parte, per tutti questi motivi ed altro ancora, me ne stavo ben attento e vigile, i sensi tesi, a percepire in modo angosciante il respiro, la presenza di una Natura ostile che stava osservando di soppiatto il nostro andare.
Trasalii all'improvviso schioccare del battito d'ali del levarsi in volo di numerosi uccelli.
Tuffetti, Cormorani, Pivieri, Germani ed altri volatili acquatici, dei quali non conosco il nome, disturbati dal nostro rumore, fuggivano in tutte le direzioni.
Rimasi a guardarli, a lungo, pensieroso, impressionato da quel quadro vivente di una vita però misteriosamente sconosciuta, alla ricerca del nesso con la loro fuga.
Poi compresi e nella mia immedesimazione credetti di intendere il loro linguaggio.
Percepii allora chiaramente le frasi minacciose che quegli uccelli lanciavano al nostro indirizzo e l'ostilità che leggevo in quelle grida mi rattristarono. "Desidero essere amico e non nemico della natura, ior", gridai col pensiero ma non ne ero io stesso tanto convinto perché in coscienza, sapevo di far parte di un gruppo che, anche se deprecavo, mi coinvolgeva giocoforza nel suo modo di agire.
Frasi fatte, banalità sconcertanti, grida di falso coraggio e sfida verso una natura che disprezzavano, così reagivano i miei compagni all'aleggiare di quegli animali.

-Fantasmi del passato.
"Non devo perdere di vista lo scopo del viaggio", mormoravo accorato nell'intento di scrollarmi di dosso quei pensieri.
Non era un'impresa facile perché qui, tutto congiurava contro la ragione: i multiformi banchi di foschia che, alla stregua di vivai ectoplasmatici, favorivano la creazione di fantasmi; la superficie speculare dell'acqua che, riflettendo il grigiore del cielo in un tutt'uno continuo e irreale, confondeva le idee e poi la debolezza da fame e da mancanza di sonno che assieme al rumore assordante dei motori, collaborava a demolirmi la psiche. Questo rumore continuo, regolare, assordante, mi saturava l'udito e il cervello provocando torpore e agiva, al tempo stesso, da ipnotico favorendo lo sdoppiamento.
E' indubbio che stessi navigando in mezzo alle acque agitate di una sorta di sogno dove realtà e finzione s'intersecavano confondendosi fra loro. Visioni che spesso esulavano dalla realtà, sovrapponendosi fra loro e favorendo la visione di fatti, a piacere, passati e presenti. Futuri no, purtroppo, perché non ancora avvenuti mentre i primi, forse, più intensamente dei secondi che stranamente non riuscivo a focalizzare.

-Sogni.
Quale sarà stato il meccanismo motore di queste strane esperienze?
Quale la magica combinazione che consentiva la visione se non il contatto reale con la mia vita passata?
Perché non si trattava, si badi bene, di semplici sogni perché quelli, come tutti sanno, il più delle volte non si rammentano nemmeno mentre questi, più che visioni, erano vedute!
Tangibili e reali scorci di ambienti, di luoghi e persone conosciute e viventi che si presentavano a me non come meri fantasmi ma esseri veri, tangibili e viventi.
Situazioni reali e vivibili proprio come avviene nella realtà, dove sia le persone che le cose le puoi toccare, farne uso proprio, parlarci, discutere esattamente come succedeva al presente con i miei compagni di viaggio e ciò che vedevo non era ossessivo o privo di logica come solitamente è un sogno.
Spesso ripetitivo, il sogno e il più delle volte distorto, sovente orrendo, angosciante e fuorviante tanto che occorre ricorrere ad un ebreo o meglio ad un napoletano, veri maestri di onirologia, per averlo spiegato mentre il mio era fatto di sprazzi di vita comune, reale, serena e piacevole come immagino dovesse essere stata nella realtà.
"Allora, se quello che vedo, anche se avvenuto in un lontano passato, è reale, significa che tutt'ora esiste, continua a vivere, magari in un'altra dimensione temporale!", mormorai.



© 
Franco Masini - 2003 


 

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