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Dalla prefazione di Giovanni
Invitto: La novità del romanzo potrebbe essere nel suo senso politico, stavolta manifesto, che progressivamente si sedimenta. Potrebbe definirsi una riflessione storica sulla ‘stagione dei nostri amori’[…] È, quindi, la storia di una generazione che ha fatto, in parte, i conti con se stessa. Il discrimine cronologico e politico è esplicito: ‘Con il cadavere di Moro, hanno seppellito il movimento Ci sono riuscite le forze convergenti del governo e del partito armato’. Così si inquadrano le ‘storie’, le ‘narrazioni’ del Movimento del ‘77, della rivoluzione sandinista, del Kosovo, della sollevazione zapatista in Messico.[…] È la scrittura di alcuni protagonisti, di cui uno solo si narra in prima persona, che rileggono i loro ultimi diecimila e cento giorni. 27 anni e alcuni mesi. Questa chiave interpretativa permette di avvicinarsi al romanzo vedendolo come l’ affresco di un’intera generazione, quella che si è affacciata sulla scena politica e sociale verso la fine degli anni ’70 e che ha mantenuto, nel corso degli anni, la percezione della propria incompiutezza, della propria singolarità in un mondo che si è mosso rapidamente nella direzione opposta. “Diecimila e cento giorni” è, allo stesso tempo, la testimonianza del percorso di vita di alcuni personaggi che cercano una dimensione di vita più vicina ai propri desideri, non banale, lontana dall’indifferenza che “cinge l’Italia e l’Occidente intero dentro una gigantesca cappa di afa”. I personaggi, che si muovono in contesti spaziali e cronologici diversi (Riccardo, Fatima e Simona vengono narrati in un periodo compreso tra il 1994 e l’attualità; lo studente che lascia Bologna per spostarsi in Perù e che si racconta in prima persona, Consuelo, i compagni del movimento, Marco, Alessandra, José, vivono in un periodo che spazia dal 1977 al 1994), si incrociano, si sfiorano, alludono l’uno agli altri come in un gioco di specchi che si riflettono reciprocamente, sono accomunati dal desiderio di vivere il proprio tempo al di fuori delle convenzioni ipocrite e insensate che scandiscono le loro vite. Per qualcuno questo movimento interno si trasformerà in ricerca di nuovi luoghi e nuovi spazi d’identità; per altri significherà l’allontanamento da una condizione di depressione, marginalità, esilio e patologia che li affligge da tempo; per altri ancora comporterà un faticoso adattamento nelle pieghe di una normalità omologante e globalizzata. I tempi del romanzo non sono lineari e neanche la scansione narrativa. Le storie troveranno un punto di sintesi (provvisorio, come in tutti gli approdi) nella parte finale, che vede la convergenza inconsapevole di alcuni dei personaggi nell’antica capitale del Chiapas, San Cristobal de Las Casas. “Diecimila e cento giorni” può essere letta anche come un’opera sul tempo che scorre e i molteplici scenari che determina in funzione di variabili e elementi che sfuggono al controllo individuale, quasi uno “sliding doors” ambientato tra l’Italia, il Kosovo e il continente latinoamericano. Non è un caso se i due protagonisti principali del romanzo hanno lo stesso nome e la stessa età, quasi fossero due fratelli inconsapevoli l’uno dell’altro o la stessa persona che si è trovata a vivere due vite differenti, a partire da scelte che ne hanno orientato la direzione e il corso. La struttura del romanzo è scandita da quattro parti – Emersione, Immersione, Navigazione, Approdo- suddivisi in brevi capitoli, pagine e scene di taglio cinematografico, che consentono al lettore di “vedere” gli eventi narrati come se si trovasse dietro una cinepresa a filmare un piano sequenza. La simultaneità di una narrazione scorrevole e “parlante” e il rimescolamento dei piani temporali e spaziali rende l’opera particolarmente interessante e fruibile e la rende strutturalmente affine a composizioni filmiche come “21 grammi”, tratto da un romanzo di Guillermo Arriaga, scrittore messicano citato nel romanzo.
Claudio Martini nasce a Taranto nel 1954 e si trasferisce a Torino con la famiglia nel 1956. Psicologo, ha lavorato a lungo in America Latina. Dal 1993 è
dirigente psicologo nella ASL N.3 di Torino, presso l'Unità Operativa Autonoma Tossicodipendenze. E' attualmente in
servizio nel Centro dì Valutazione della Regione che gestisce i progetti di valutazione della qualità dei
servizi tossicodipendenze. Ha pubblicato quattro libri di saggistica nel campo della ricerca
sociale e dei movimenti di alternativa alla psichiatria, di cui uno in spagnolo, numerosi saggi scientifici e la raccolta di racconti brevi Sguardi
(2004).
"112 e 4. Il display della bilancia segna quel peso come un verdetto definitivo. Riccardo rimane a guardare, discende, torna a salire sperando di essersi sbagliato. Preme il pulsante di accensione col piede, aspetta che le cifre si allineino sullo zero. Attende che i quattro zeri scompaiano uno dopo l’altro, trattiene il fiato pensando “ci deve essere un errore”, fissa una seconda volta i numeri che compongono quella cifra abnorme, 112 e 4. Scende nuovamente, si volta verso la tazza del cesso e fa pipì anche se non ne avverte l’esigenza. Esce un getto esile che si spande lungo la parete del water per pochi secondi. Evita di salire sulla bilancia per la terza volta. Si accende una sigaretta e va in cucina a passi torpidi. Apre il frigo con gesti affrettati, guarda l’interno mentre un filo di fumo lambisce una cotoletta impanata rigida come un baccalà congelato. Prende la cotoletta, la guarda quasi con schifo, la trancia a metà con un morso e inizia a masticare quella sostanza dura e insapore mentre la torre di cenere grigia della sigaretta perde il suo equilibrio e cade per terra. Ingerisce il cibo con rapidità, cercando di placare quel senso di vuoto che avverte alla bocca dello stomaco. Accarezza con lo sguardo un vasetto di marmellata mezzo vuoto, fa per afferrare un cucchiaio, si ferma un attimo prima di inghiottire la gelatina viola su cui c’è scritto “conserva extra di mirtilli”, chiude il frigo e si dirige verso la stanza da letto. Apre con rabbia un cassetto del comodino, prende in mano una busta grande contenente alcune fotografie. Le sparpaglia sul letto, ne sceglie una che ritrae un gruppo di ragazzi col volto seminascosto da fazzoletti annodati dietro la nuca, le mani strette a pugno davanti a una strada costeggiata da portici. Uno dei ragazzi alza la sinistra con due dita ripiegate, il pollice levato ed il medio e l’indice uniti insieme ad imitare una pistola pronta a sparare. Dietro la fotografia, una data scritta a pennarello, 10/03/77. Riccardo fissa l’immagine per qualche secondo, avverte un forte bruciore alla mano, butta il mozzicone sul pavimento dell’ingresso e, col cucchiaio in mano, torna verso la cucina.
..."
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