"Lolita" di Andrea Malabaila, 2002

    

Mai saputo di patire il pullman, ma oggi proprio non è giornata, ci mancava solo questa. Adesso mi toccherà pure pagare i danni alla certo preoccupatissima mamma che vedrà arrivare il proprio caro figliolo con lo zaino decorato dal vomito del professore. Che viaggio di merda. Il prete canterino, gli alunni esagitati, la peperonata di ieri sera. Come minimo dovrò chiedere un sostanzioso aumento di stipendio, anche se in questi casi la casta sacerdotale preferisce tenere chiuse le Sacre Orecchie e le Sacre Bocche. Mi hanno già fatto capire che rischio il posto, un po' perché al lunedì invece di fare matematica improvvisiamo dei processi biscardiani, e un po' per quella vecchia storia della ragazzina di prima. Che oggi non c'è, porco due.
Il paesaggio fuori dai finestrini è così desolante che rimpiango di non essere stato a casa mia, e invece eccomi qua col prete stereofonico e senza la mia bimba. Magari lei adesso è con un altro, probabilmente con uno di quegli spocchiosi e permanentati adolescenti che credono di sapere tutto, della vita. Non vorrei solo passare per geloso, perché sia ben chiaro che io sono un insegnante di larghe vedute e non per niente sono il più precario dell'Istituto. E poi sarebbe da stupidi, dopotutto Lolita è tutt'altro che una pin-up, col suo fisico grassottello, i brufoletti e l'apparecchietto per i dentini storti. E' una tipica ragazzina della sua età, diciamo. Con pregi e difetti della maggioranza delle sue coetanee, tipo la passione per quelle ragazze speziate d'Oltremanica o per alcuni inarrivabili divi hollywoodiani. Dice che io abbia lo stesso sguardo di un certo attore o cantante o petroliere, ed è forse per questo che mi dà retta in quei lunghi sabato sera senza tivù. Ecco, almeno lei mi ascolta, è l'unica persona al mondo che sta a sentire le tristi modulazioni delle mie corde vocali. O almeno così mi sembra, anche se spesso le sue labbra e i suoi occhi mi tradiscono con poco, tipo un sacchetto di patatine o una rivista patinata. Ma io col tempo ho imparato ad accontentarmi, è questo che mi ha portato in dote la cosiddetta maturità. A vent'anni, è vero, preferivo interpretare la parte del Principe in cerca della Principessa da salvare & sposare, vagavo da una contea all'altra sul mio destriero bianco, e tuttavia nessuna fanciulla corrispondeva mai ai miei canoni estetici, una per colpa dei capelli, un'altra per il naso, un'altra ancora per le gambe, eccetera eccetera. Ma adesso sono arrivato alla soglia dei quarantasei anni senza moglie, e mentre tutto il mondo sembra voler brindare senza di me, in questo tripudio di champagne e vino benedetto, io devo assolutamente correre ai ripari, e prendermi quel che è rimasto. E visto che da anni, oltre la scuola, non frequento più nessun luogo di ritrovo, la mia piccola Lolita andrà benissimo. Giovane, fresca, vivace: non potrei sperare di meglio, oh no. E il bello di tutta 'sta storia è il segreto incellophanato che la ricopre e che ci fa vivere come due ragazzini adepti al culto dell'amore carbonaro, fatto di sorrisi e poco più.
(Mano nella mano
sul prato comunale
a mirar le stelle e le lune e i soli
dentro di noi
come scintille
che batticuori
io e te
quella volta.)
E ora tutto può finire, come quei classici sogni distrutti dall'aurora dalle dita di rosa. Le emozioni non sono calcoli matematici, me lo ricordava anche la mia piccola ma intelligentissima Lolita. Già, adesso so anch'io che non sempre due più due fa quattro, ma da buon euclideo devo oppormi come quei papi avversatori dell'eliocentrismo. A cosa serve sapere la verità, se è una verità che fa male?
Il pullman rallenta, deve essere finita la benzina o qualcosa del genere. Possiamo scendere, ci dice l'autista. Venti minuti di pausa prima di ripartire. Milleduecento colpi d'orologio. E un colpo di pistola. Urla inconsulte, gambe che si muovono senza sapere dove sia la salvezza. Occhi sgranati: non capita tutti i giorni di vedere un professore pistolero. Intimo la calma, ho sparato in aria e non ho intenzione di uccidere nessuno, voglio solo essere ascoltato. Ora o mai più.
Il prete prende il rosario e comincia a pregare. Quantomeno ha smesso di fare il divo cantante. Gli alunni non sanno se ridere o piangere, è un bel fuori programma, uno spettacolo unico da raccontare ad amici e parenti, dopotutto. Io cerco di mantenere un'espressione da duro e un atteggiamento il meno goffo possibile, ché in questi casi è fondamentale essere credibili come comandanti e fieri come condottieri. Sento di aver catalizzato l'attenzione generale, ecco perché la gente ascolta i dittatori, il terrore è una calamita di consensi, ed io potrei continuare a giocare con le vite di tutti 'sti disgraziati, autista incluso. E invece no, non posso fare a lungo l'eroe tragico di questa avventura, voglio solo telefonare alla mia bimba, e che nessuno si muova. Intorno a me ci sono solo campi coltivati, lo stesso distributore di benzina è piuttosto lontano, non saprei proprio come fare, se non mi venisse sporto un telefonino da una mano solerte e premurosa. Ora anche il monopolio delle comunicazioni è in mio possesso.
Non posso parlare liberamente davanti ad un pubblico così numeroso, ecco, è bastato un briciolo di potere e la mia privacy se n'è andata, disintegrata dal laser di quegli occhi curiosi perplessi increduli spaventati terrorizzati. Mi avvicino all'autista con una certa solennità nei movimenti, testa alta e schiena dritta, lo guardo negli occhi, e risalgo sul pullman. Basta un cenno per trasformare tutti gli allegri gitanti in immobili statue di carne.
Compongo il numero di Lolita, ma ora la mano trema e tutta l'ostentata sicurezza è stata falciata con violenza dai timori più assurdi. Cerco di raffigurarmi immagini ideali, tipo certi film con ninfe pseudododicenni, in cui si vede lei che beve Coca-Cola sdraiata sul letto, mentre lui le mette delicatamente lo smalto alle unghie. E lei lo guarda con quell'aria un po' ingenua e un po' maliziosa, classica di quell'età. E lui si scioglie e raggiunge un'embrionale consapevolezza di poter anche uccidere, per lei.
Non risponde nessuno, porco due, eppure è in casa, ne sono sicuro. Ah, ecco la sua voce che sgorga come un fiume in piena nella stagione delle piogge, e mi riferisce con una tranquillità troppo adulta che non potremo più vederci, ché la madre ha scoperto quasi tutto, e ora lei sarà costretta a cambiare scuola, forse città, andrà a farsi la sua vita come è giusto che sia, dopotutto la nostra situazione non era certo normale e c'era da aspettarselo che prima o poi sarebbe finita. Per quanto mi riguarda, farei bene a non richiamarla più perché se i sospetti trovassero conferma, beh, è inutile elencare tutti i guai penali cui andrei incontro, dopotutto si sa che con i minorenni non si scherza e la pedofilia è un reato gravissimo.
Stacca prima di lasciarmi dire almeno un monosillabo, e in mano mi rimane un triste aggeggio che fa tut-tut. Guardo fuori dal finestrino e il paesaggio è sempre più desolante, non c'è più nulla all'orizzonte. Nulla per cui valga la pena di vivere, ora che ho scoperto l'assenza di matematica nei sentimenti. Ed è inutile continuare a far girare il sole intorno alla terra, tutto è persin troppo chiaro e non è più possibile fingere a se stessi.
Anch'io sono diventato schiavo della verità, ecco cosa mi ha insegnato la mia piccola Lolita, dall'alto della sua giovinezza. E la mia vita è una squallida verità che non posso più accettare.
Un altro colpo di pistola. Un colpo che non avrò il tempo di sentire.




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