"Fuga per il sei" di Andrea Malabaila, 2002

    

Quella mattina mi aspettava l’ultima versione di greco del quadrimestre, ed io avevo un sei meno, un sei e un sei più. Il rischio di rovinare una media così perfetta era troppo serio per non essere preso in considerazione. Dovevo inventarmi una fuga cautelare, e cercare di non far la fine di Bolognesi e Fiorini che l’anno prima s’erano rifugiati al centro commerciale. Due idioti. Proprio il posto più affollato, avevano scelto. Quello dove vanno tutti gli studentelli senza idee. Se l’erano proprio meritata, la bocciatura.
Io ci avrei messo più fantasia e avrei scelto un luogo più tranquillo e senza spie.
E fu così che mi ritrovai schiacciato nel sedile posteriore di una Mercedes argento, tra una signora liftata e un vecchietto sdentato. Al volante c’era un signore coi baffi molto spiritoso e al suo fianco una giovane donna tutt’altro che trascurabile. Non li conoscevo e loro non conoscevano me. Era già un inizio promettente.
“Ma tu chi hai detto che sei?” mi chiese il baffuto signore.
“Un parente” risposi.
“Beh, un parente è un po’ vago. Cosa sei? Un nipote?”
“Un nipote. Sì, un nipote.”
“Non mi risultava che avesse anche un nipote” intervenne la signora liftata. “Due bellissime nipoti, quelle le conosco. Ma del nipote non ho mai saputo niente.”
“Mamma, se ti dice che è il nipote, vuol dire che è il nipote” si voltò la giovane donna. Vista da davanti era un po’ una delusione. Aveva un’ottima prospettiva di trequarti.
“Nipote nel senso che lui era mio zio di secondo o terzo grado. Non era mia nonno.”
“Vedi, che ti dicevo?” gridò con aria trionfale la donna liftata. “Mi sembrava strano che conoscessi solo le due nipoti. Ah, veramente due tesori di ragazze.”
Mentre elencava le mille e quaranta virtù delle due ragazze, si agitava e mi colpiva ripetutamente col gomito. Il vecchietto si limitava a sorridere e non diceva nulla. Invece della bocca, sembrava avere una presa d’aria.
“Oh, che stupidi! Non ci siamo neanche presentati” disse d’un tratto la signora liftata, e fu un capolavoro di socievolezza perché i discorsi stavano finendo sull’afa estiva e speriamo che piova e adesso ci lamentiamo che fa caldo e tra qualche mese ci lamenteremo perché fa freddo. “Io sono la signora Luisa Salmoni, dovrei dire duchessa Salmoni, ma sono estremamente modesta e poi mia figlia non vuole che si sappia in giro...”
“Mamma...”
“Vedi? Sembra che si vergogni della nostra famiglia. Non è mica colpa mia se mio marito buon’anima era il duca di Vaniglia e dintorni e…”
“Mamma, smettila! Ti prego! Io sarei la figlia della duchessa, ma chiamami pure Chiara” e un po’ mi fece sussultare, perché me lo disse con una dolcezza che ancora adesso mi commuove. “Lui, l’autista, è mio marito.”
“Piacere, Carlo…” mi disse e fece il gesto di voltarsi per stringermi la mano.
“Attento, Carlo!” intervenne la duchessa. “Non vorrai mica ucciderci tutti quanti…”
“Tutti quanti, no”. Era molto simpatico. Nello specchietto vidi che mi strizzava l’occhio. “Papà, ci sei ancora? Non fare troppo rumore, mi raccomando…”
Il vecchietto se ne stava sorridente, con la bocca aperta.
“Lui è mio padre. Ha quasi novant’anni ed è sano come un pesce. Io dico che ha la malattia del soprammobile, così è contento: tutte le persone di una certa età vogliono avere qualche malattia. Altrimenti si sentono escluse. E così un po’ la recita, la parte del soprammobile. Dove lo metti, sta.”
“Sei il figlio di Antonio, quello che era partigiano?” borbottò il vecchietto, e rimanemmo tutti di sasso.
“No, mi spiace. Sono Lorenzo, il nipote del defunto.”
“Il nipote di chi? Ma non sei il figlio di Antonio? Non sei tu che sei stato fucilato dai tedeschi?”
“O mio Dio!” ridacchiò la duchessa.
“Papà, come fa ad essere lui, se il figlio di Antonio è stato fucilato? Forse è meglio che riposi un po’.”
Il vecchietto sembrò non accorgersi delle parole del figlio, e riprese a fissare il vuoto.
“Il figlio di Antonio! Scusalo, ma ogni tanto salta fuori con ‘sta storia. Erano grandi amici, lui e Antonio. Suo figlio avrebbe sessant’anni, adesso, ma per lui è rimasto un ragazzino.”
“Capisco…” dissi con un’aria di circostanza che non potete immaginarvi. Mi sono sempre venuti bene, questi atteggiamenti adulti.
“Ma non vorrei rattristarti più del dovuto” cambiò tono il buon Carlo. Eravamo già come vecchi amici. “Piuttosto, com’è che sei venuto solo, alla cerimonia?”
“Mia madre è malata e mio padre… mio padre è in Australia per lavoro, sa, pelli di canguro…”
“Pelli di canguro?” chiese, stupitissima, la duchessa.
“Strano. Non lo sa? Molto strano davvero. La pelle di canguro è l’ultima frontiera della moda. Tutti i grandi stilisti lavorano con pelli di canguro.”
“Oh, poveri canguri!” sospirò Chiara, e il suo fu un bellissimo sospiro, ma così triste che per un attimo fui dispiaciuto di essermi inventato la storia dei canguri.
“Ma non soffrono, stia tranquilla. Vengono addormentati e poi gli si taglia il marsupio e quando si svegliano sono dei normalissimi canguri senza marsupio. Non se ne accorgono neanche.”
“Allora, solo le cangure” obiettò Carlo. “Perché solo i canguri femmina hanno il marsupio, no? I maschi che se ne fanno?”
Non avevo la minima idea di quel che stavamo dicendo, e giurai che non mi sarei più perso una puntata di Quark.
“Domani sera glielo dico alle mie amiche” disse la duchessa. “Ecco di cos’era la borsa della contessa! Canguro! E ce lo teneva nascosto. Ah, ma io non sono stupida, oh no no no! Io so distinguere la pelle normale da quella di canguro.”
“Senti caro,” la interruppe finalmente Chiara, “non è che puoi fermarti un attimo al centro commerciale? Siamo completamente senza frutta. E’ solo questione di un attimo. Prendo un chilo di arance e arrivo subito.”
“Oh no…” mi scappò, e subito mi pentii di quell’esclamazione.
“Il ragazzo ha ragione. Stiamo andando ad un funerale…”
“La conosci la strada, no? Non hai mica bisogno di seguire tutta la processione…”
“Sì, ma ti ripeto che stiamo andando ad un funerale…E’ vero che noi siamo solo conoscenti e tutto, ma il ragazzo qui è un parente e penso ci tenga ad arrivare per tempo…”, e voltandosi verso di me: “Ho ragione, Lorenzo?”
“Credo che anche le arance abbiano la loro importanza. Se dice che ci mette poco...”
“Un attimo!” proruppe Chiara. “Grazie, sei veramente un tesoro.”
Peccato che fosse sposata con un tipo così simpatico e disponibile. Altrimenti l’avrei corteggiata, e invece delle rose le avrei portato tanti begli agrumi.
“Siete già gentilissimi a portarmi fino là. Davvero. Non potrei sopportare che una famiglia come la vostra rimanga senza frutta”. Lo dissi con un tono che fece ridere tutti. Eppure ero serissimo.
“Ecco, gira di là e poi ti metti un attimo in seconda fila” ordinò Chiara al marito col piglio di Napoleone in battaglia.
Io ripetevo il mantra FA’ CHE NON MI BECCHINO FA’ CHE NON MI BECCHINO FA’ CHE NON MI BECCHINO FA’ CHE NON MI BECCHINO FA’ CHE NON MI BECCHINO FA’ CHE NON MI BECCHINO FA’ CHE NON MI BECCHINO. E mi guardavo intorno, casomai ci fosse mia madre o la professoressa Pioltelloni o qualche altra spia internazionale.
“Senti, già che ci sono vado a vedere se è arrivata la crema antirughe doppiazione” disse quasi sottovoce la duchessa.
“Tu, al centro commerciale?” esclamò sorpresa la figliola. “Questa deve essere una giornata storica!”
Molto storica, se non si decidevano a portarmi via da quel campo minato che era il centro commerciale. Comunque, madre e figlia scesero dall’auto e s’incamminarono veloci verso arance e cremine antirughe. Dopo pochi istanti, il buon Carlo disse: “Ne approfitto per fare una telefonata”. Prese il telefonino e aprì la portiera. “Stai tu col nonno? Ci metto un attimo.”
“Va bene” risposi. Pensai che non voleva farsi sentire, e mi assalì il dubbio che stesse per telefonare all’amante. E’ un dubbio che ho ancora adesso. Quel ch’è certo è che scomparve in mezzo ai carrelli, ed io mi ritrovai a pensare a quella povera donna tradita. Forse c’era abituata, però. Tutte le nobildonne hanno delle vite da romanzo ottocentesco. Poi mi ricordai che ero in doppia fila davanti al centro commerciale, e più o meno inconsciamente scivolai in basso, quasi sotto il sedile anteriore. Non doveva vedermi nessuno, altrimenti era la fine.
“Sei…” se ne uscì all’improvviso il vecchietto.
“No, non sono il figlio di Antonio. Non ci conosciamo neanche, io e Antonio.”
“Sei scappato da scuola, vero?”
“Come?”
“Eh, figliolo, non sono nato l’altroieri…Sai, anch’io sono scappato, una volta. C’erano i tedeschi che mi volevano far fuori, ma io li ho fregati. Sono sceso a valle, e mi sono rifugiato in chiesa per due giorni. Poi il parroco mi ha detto che era troppo pericoloso e che dovevo andarmene, e così ho approfittato di un funerale e sono saltato sulla prima macchina. Mi sono spacciato per un parente del morto, e mi hanno creduto. Proprio come te.”
“Ma io, veramente…”
“Non dire bugie, figliolo. Non a me, almeno. Io avrò la malattia del soprammobile, ma osservo. Posso descriverti tutti quelli che erano a messa, poco fa. Tu non c’eri. Tu sei arrivato dopo, quando siamo usciti. Stavi cercando una macchina per fuggire. E l’hai trovata. Bravo. Vedrai che li freghiamo un’altra volta, i tedeschi.”
Carlo risalì in macchina. Sembrava un po’ trasognato – il che confermerebbe l’entità della sua telefonata. Disse al padre: “Stai dormendo?”
Il vecchietto non si mosse.
“Non parla quasi più. Non penso ti abbia fatto una gran compagnia…”
O no, tutt’altro” sorrisi al mio complice segreto.
Arrivarono la duchessa con la cremina e sua figlia Chiara con le arance. Carlo mise in moto e ci portò al cimitero. Li avevamo fregati di nuovo, i tedeschi.


©
Andrea Malabaila 2002 -  Tutti i diritti riservati


 
 

www.rottanordovest.com home page