| Di nuovo insieme di Gordiano Lupi |
"E' proprio lui", commentò la moglie.
"Non è facile riconoscerlo, ma purtroppo è vero", aggiunsero i figli.
Raul Garcia Gonzales era partito per il suo ultimo viaggio dall'aeroporto de L'Avana ed era arrivato così a Miami. Legato alla carlinga dell'aereo, mani e piedi. Legato come meglio aveva potuto, da solo, senza nessun aiuto. Adesso era su di un tavolo di marmo, disteso
Un ultimo disperato tentativo di fuga.
Raul amava la sua terra e non avrebbe mai voluto abbandonarla, ma sua moglie ed i figli erano partiti e lui non ce la faceva più a vivere lontano. Lo aveva fatto anche per troppo tempo, dal giorno in cui erano fuggiti, alcuni anni addietro, a bordo di zattere di fortuna.
Isabel accarezzò la fronte di Raul e sembrò rivivere, di un tratto, tutte le loro speranze.
Non era sempre stato così difficile vivere a Cuba. Non come adesso. Quindici anni fa si cominciava ad avere sentore di tempi duri, ma nessuno avrebbe potuto immaginare quello che in realtà sarebbe accaduto.
I problemi non mancavano, non erano mai mancati. Però la speranza aiutava e la fede faceva andare avanti. Raul era uno di quelli che ci credeva. Aveva lottato per quella rivoluzione, quando era poco più che un ragazzo e Fidel rappresentava per lui una delle poche certezze della sua vita. Isabel non era mai stata una politicante.
Da buona donna di casa si era sempre occupata d'altro. "Parlano, parlano, ma della povera gente non s'interessa mai nessuno...", diceva spesso. Il marito la riprendeva: "Non dire così. Cosa ti manca? Lo stato siamo noi. Noi abbiamo dato il nostro sangue per costruire questa repubblica". Isabel allora taceva, per non contraddire il marito, ma i politici non la convincevano. Non l'avevano mai convinta. Batista o Fidel era lo stesso. Tanto la povera gente non contava, e non avrebbe mai contato.
Quando cominciò il "periodo speciale", Raul non voleva credere a quello che stava succedendo. Spesso inveiva contro la Russia e contro Gorbaciov.
"Ci hanno scaricato! Maledetti sovietici! Ci lasciano soli nelle mani degli americani…"
"Che ti dicevo? - faceva eco la moglie - Cosa ti ho sempre detto? La povera gente deve arrangiarsi. Comunisti o capitalisti il risultato non cambia".
Si stava veramente male. Mancava tutto, anche l'essenziale. Gli americani, con il loro embargo spietato, impedivano non soltanto il commercio, ma persino l'arrivo di medicinali. Fidel mise gli alimenti a razione. La tessera alimentare permetteva di comprare meno della semplice sussistenza. Ci si arrangiava. Isabel ricordava ancora i sacrifici e le sofferenze che dovevano affrontare ogni giorno. I loro bambini crescevano mal nutriti e privi di vestiti. Lavorare era impossibile e quando lo si faceva il guadagno era di pochi dollari, che non bastavano mai.
Intanto cominciavano ad arrivare i primi turisti stranieri. Portavano con loro racconti di altri mondi, storie normali di terre dove si lavorava e si poteva vivere con il frutto della propria fatica. Isabel cominciò a pensare alla fuga.
"Andartene? Ma sei impazzita! E dove potremmo mai andare...", diceva Raul.
"A Miami. Dove vanno tutti. Ci sono più cubani ormai che nella nostra isola. Là attenderemo. Cambierà qualcosa, prima o poi. E nell'attesa almeno non moriremo di fame. Potremo lavorare, come in ogni parte del mondo e guadagnare qualcosa", rispondeva Isabel.
"Io voglio morire in Cuba. Non parlatemi di Stati Uniti. Accomodatevi pure, se volete, sulle vostre zattere. Io vi aspetto qui. Questa è la mia terra", concludeva Raul.
Le difficoltà erano tante ed aumentavano giorno dopo giorno, ma lui resisteva. Non se ne sarebbe mai andato.
Fu così che, un bel giorno, Isabel prese con sé i suoi due figli e s'imbarcò su di una zattera insicura alla volta di Miami. Assieme ad altri disperati. Verso un futuro incerto, ma via dalla certezza di un difficile presente.
Raul restò solo. Pensava che fuggire non sarebbe servito a niente. Cosa si attendeva chi se n'andava? Credevano forse il capitalismo avrebbe dissolto i problemi come neve al sole? Raul conservava ancora le foto di Fidel nella sua povera casa di periferia. Erano tutte appese ai muri in bell'ordine. Accanto c'era Che Guevara in divisa militare.
Abitava a Guanabacoa, nei pressi delle spiagge dell'est Avana, terra di negri e riti magici, conditi di antiche superstizioni. Un luogo povero, cadente come le sue case coloniali, che venivano giù a pezzi. Triste e allegro al tempo stesso, rifugio di quotidiana miseria da spartire in silenzioso orgoglio, ma anche di grida di bambini, che giocavano a rincorrersi per i campi incolti, sotto altissime palme e banani. Raul non voleva lasciare la sua terra. Non voleva tradire l'immagine di Che Guevara, con cui aveva lottato fianco a fianco per la rivoluzione. Ricordava il treno deragliato a Santa Clara. C'era anche lui ed era appena un ragazzino. Rammentava gli occhi di ghiaccio di quell'argentino e le parole che sapeva pronunciare per infondere coraggio. Raul aveva ancora fiducia in Fidel. Le cose sarebbero cambiate e lui non sarebbe fuggito. Bastava attendere con paziente rassegnazione. In definitiva come da sempre aveva fatto in vita sua. Isabel non aveva avuto pazienza. Aveva due figli, che le chiedevano da mangiare ogni giorno e tanto era bastato per spingerla a partire. Raul si era sentito tradito e quando riusciva a telefonare a Miami lo faceva capire chiaramente.
"Vieni anche tu - gli diceva la moglie - io ti voglio bene come un tempo. Ti aspetto. Ti aspettiamo".
Ma Raul non ne voleva sapere. Quella era la sua terra. Che poteva farci a Miami? Le sue vecchie strade, gli angoli del quartiere, le bottiglierie dove trangugiava ron per mandar via i cattivi pensieri, le feste condite di rumori e musica... Chi gli avrebbe ridato tutto questo? E l'atmosfera magica d'un tramonto avanero, quando il Malecòn inghiotte un orizzonte disperato e fa sparire il sole dietro le onde di un mare spinto dalla forza dei venti, come avrebbe potuto riviverla? Tra i grattacieli sul mare di Miami? Apprendendo una lingua che non era la sua? Dandola vinta, in definitiva, agli odiati capitalisti americani?
Non sarebbe partito. Era lui che li attendeva, al solito posto, in quella che era la loro casa.
Isabel si asciugò una lacrima, che le rigava il volto segnato dal dolore.
"Perché non sei stato fedele alle tue idee sino in fondo? Perché sei scappato, se era quello che non volevi?", mormorava tra sé, accarezzando la fronte gelida del marito.
L'ultimo viaggio, quello della disperazione, glielo aveva riportato così, come non lo avrebbe mai voluto vedere.
Lo spogliarono delle povere vesti rattoppate e sdrucite che indossava. Il viaggio, quel viaggio assurdo che lo poteva condurre solo alla morte, lo aveva conciato veramente male. Isabel fece uscire i figli.
"Non è spettacolo per voi", disse.
Quando i ragazzi si furono allontanati si pose al lavoro. Doveva renderlo presentabile per l'ultima cerimonia, vestendolo con un abito elegante, forse il più bello che mai avesse portato. Isabel pensò che il marito non sarebbe stato d'accordo. "Siamo povera gente - avrebbe detto - e allora indossiamo le vesti della povera gente..."
Lei lo avrebbe ricordato con i suoi pantaloni chiari, un poco sdruciti e sporchi di polvere, ma anche con indosso la sua camicia eternamente sudata, sempre da lavare.
Prese i pantaloni e li piegò distrattamente. Adesso era il momento di gettarli nel sacco dell'immondizia, perché avevano definitivamente adempiuto al loro compito.
Fu proprio in quell'istante che vide cadere, dalla tasca destra, un foglio di carta ingiallita. Isabel lo raccolse e lesse attentamente. Era una lettera indirizzata a lei, scritta in uno spagnolo corretto e semplice. Una lingua musicale e dolce che non aveva dimenticato, anche se a Miami era costretta a parlare inglese.
"Cara Isabel, vedi com'è strana la vita? Se leggerai queste parole vorrà dire che non ce l'avrò fatta e forse sarà stato meglio così, perché mi sarebbe costato troppo caro dirti che avevi ragione. Le idee in cui credevo sono morte da troppo tempo e probabilmente è giusto che io me ne vada con loro. Non avrei avuto la forza di sopravvivere a me stesso. Abbi cura dei ragazzi. Sei sempre stata una buona madre."
Isabel strinse il foglio tra le mani. Aveva una gran voglia di piangere, ma Raul non avrebbe mai voluto che nessuno piangesse per lui. Testardo fino in fondo, aveva scelto il modo più assurdo per fuggire, perché in realtà quello che cercava era solo la morte. Isabel gettò via la lettera. Non ne avrebbe mai parlato a nessuno, neppure ai ragazzi.
Lei e Raul erano di nuovo insieme, nonostante tutto e dopo tanto tempo avevano ancora un segreto in comune, da conservare gelosamente tra le pieghe della memoria.
© Gordiano Lupi - 2002