Da "Tutto può ancora accadere" di Enrico Lucci, Mondadori, 2003


Attese inattese

Ora sono seduto sulla sedia di un caffè all'aperto in attesa di uno di cui non m'importa più nulla.
È domenica sera e di fronte ho tanta gente che passa e che cerca un tavolino per sedersi.
A tutti quelli che chiedono se c' è posto il cameriere risponde: «C'è da aspettare una ventina di minuti...».
Secondo me l'attesa davanti a un locale è una delle cose più tristi che possono capitare a una persona. In quei momenti si sviscerano tutti gli argomenti da trattare cosicché, quando finalmente le persone vanno a sedersi, non hanno più niente da dire.
Un giorno, facendo un banalissimo calcolo, ho capito che gli argomenti a disposizione nel corso della vita sono molto pochi rispetto alla smisurata quantità di tempo disponibile per discuterne. Per questo io sono terrorizzato dall'attesa davanti ai locali.
Una volta uscii con una. Dovevo stare con lei quattro o cinque ore e mi ero organizzato per riempire tutto quel tempo infinito. Oltretutto lei non era una che parlasse e c'era il rischio che si creasse quella difficilissima situazione in cui c'è uno solo che parla (io) e uno che ascolta (lei).
Ma a me non interessava molto che lei parlasse, perché il mio unico interesse nei suoi confronti era di natura sessuale.
Dovevo solo trovare tre o quattro temi da sviscerare per non dare l'impressione di avere esclusivamente quello scopo lì.
Decisi che avrei parlato del Festival di San remo, di Milano Moda e dell'arresto di Vanna Marchi. Come riserva (non si sa mai), avrei discusso della suoneria del mio nuovo telefonino.
Arrivati al ristorante chiesi un tavolo per due. Mi aspettavo che il cameriere ci facesse accomodare e invece la sua risposta fu raggelante: «Bisogna attendere dieci minuti».
Per poco non crollai per terra. Diventai pallido come un morto, e lei, che se ne accorse, mi chiese: «Adelmo! Cos'hai?».
«Niente. Perché?»
Mi rassegnai ad aspettare fuori e per dissimulare il panico che si stava impadronendo di me, mentre attendevamo, iniziai subito a parlarle del Festival di Sanremo e della performance di Mino Reitano.
Mi ero inventato di sapere che il Festival è truccato e di averne le prove. Alcune persone adorano ascoltare le cose che vorrebbero sentirsi dire. Per esempio, alla mia ex amica Elsa, cui recentemente è morta la nonna, piace sentirsi dire che Rosemary Altea, una sedicente veggente americana, parla coi morti.
La ragazza di quella sera voleva proprio sentirsi dire che il Festival di San remo è truccato. E, infatti, per prima cosa mi disse: «Secondo me il Festival di San remo è truccato».
Prima la gente pensava che tutto quello che diceva la televisione fosse vero. Adesso, al contrario, ama pensare che è tutto falso. lo, senza prova alcuna di quanto stessi dicendo, le confermai: «È sicuro. Il Festival di Sanremo è truccato».
Lei mi sembrò soddisfatta. Era un buon inizio di serata. Ma mentre il tempo di attesa si allungava, a me sembrava che il suo sguardo mi dicesse solo: «Ti prego, non smettere di dire stupidaggini perché altrimenti come la passiamo la serata da adesso fino al momento in cui ci proverai e io non te la darò?».
Più andavo avanti e più mi accorgevo che mi stavo giocando tutti gli argomenti. Già, perché una cosa è parlare mentre mangi, quando la discussione è diluita tra tante cose che avvengono: le ordinazioni, masticare, deglutire, i commenti sul cibo. Un'altra cosa è quando devi riempire un periodo di tempo in cui non accade niente. Nel primo caso una frase si può interrompere perché arriva un cameriere: «Volevo dirti che... scusami un attimo... Cara, ordiniamo?».
Poi la riprendi e nuovamente la interrompi quando devi spostare la sedia per far passare il vicino: «Volevo dirti che la moda... Scusami, sposto la sedia».
Poi la riprendi e la interrompi nuovamente per chiedere il sale: «Volevo dirti che la moda mi affascina... Mi puoi passare il sale, per cortesia?».
Qualsiasi tema, anche inconsistente, può durare almeno mezz' ora. Ma se non accade niente e tu stai fermo con lei davanti al ristorante, in pochi minuti ti bruci tutto. Quella sera aspettammo un'ora.
Già al settimo minuto non sapevo più cosa inventarmi. Dopo mezz' ora di silenzio decisi di giocarmi anche la riserva. Iniziai un monologo sul nuovo tipo di segreteria telefonica che avevo applicato al mio cellulare, ma quella ragazza, contro tutte le mie previsioni, era l'unica persona in Europa che non si interessava di telefonini: «Ti prego. Non passeremo la serata a parlare di cellulari?».
Mi fulminò. Mi prese il terrore di avere di fronte una serata in silenzio. Dopo un'ora e sei minuti il cameriere si avvicinò per dirci: «Prego, potete accomodarvi».
Mangiammo tutto in mezz'ora. In totale, assoluto silenzio.


© 
Enrico Lucci, 2003 


 

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