"Notte sul mare" di Federica Leva, 2002


Oltre la finestra, il grido dei gabbiani coprì il gemito della morte, e negli occhi del pescatore scese la notte, un cupo sudario intrecciato dall'esile rete delle ciglia e dalle rughe che scavavano le palpebre stanche. Piangendo, Marianna si chinò a baciare le labbra dell'unico uomo che aveva amato e perduto, e fra i singhiozzi invocò il suo nome. L'aveva ritrovato troppo tardi e la Morte, un'amante ancor più fedele delle donne, l'aveva sedotto con arti maliarde per condurlo al suo freddo talamo, e lei l'aveva perduto per sempre. Aprì una mano, ricolma di carezze che ancora bramavano di donarsi con amore, e fra le dita sottili traboccarono rimpianti e lacrime. Il suo cuore era un'urna di dolore.
Claudio era morto; e con lui morivano la sua felicità e le sue speranze. La vita era stata beffarda e crudele con entrambi, e dopo averli avvicinati li aveva strappati l'uno dalle braccia dell'altra, ingannandoli con false promesse di gioia, che altro non erano che misere follie evanescenti come la spuma del mare.
Marianna si portò al bel volto la mano bruna e callosa di Claudio. Le fatiche e l'immenso dolore d'un amore svanito l'avevano invecchiato di molti anni, ma il suo animo aveva preservato la forza d'un tempo, ed era riuscito ad attendere, attraverso i ricordi, il ritorno della sola donna che, nel delirio della passione mai svanita, avrebbe voluto condurre in una grotta della scogliera e sposare con la benedizione d'un prete e del grande mare azzurro. Lei rigirò la fede che portava al dito, e il suo pianto divenne convulso. Quanti errori avevano commesso, nella loro giovinezza! S'erano amati alla follia, e poi i litigi e la collera li avevano vinti, e l'orgoglio aveva dilaniato i loro cuori con ferocia. Oh, quanti rancori, quante accuse avevano soffocato l'affetto, e quale stolta cecità li aveva allontanati l'uno dall'altra! Ma lei l'avrebbe voluto ancora, anche s'era sfiorito e stanco, e ancor più povero di quando l'aveva lasciato; come gioielli, avrebbe portato con gioia le conchiglie che si posavano sulla spiaggia, all'alba, e al suo cuore sarebbero state ancor più care e preziose degli orecchini che rilucevano sotto il largo cappello da passeggio, in quell'angoscioso pomeriggio d'estate. Ma lui non lo sapeva, né forse l'aveva compreso, quando lei era entrata nella piccola stanza, bellissima ed elegante, e s'era gettata al suo capezzale baciandogli le labbra. Non aveva parlato, e i suoi occhi parevano patinati d'una vitrea incoscienza, come se non percepisse quanto gli accadeva attorno; ma aveva sussultato, quando lei l'aveva chiamato, e l'aveva fissata in volto, accennando un sorriso incredulo… Forse l'aveva riconosciuta, e solo allora il suo cuore, finalmente appagato, aveva ceduto… Non l'avrebbe saputo mai.
S'accostò alla finestra. Sullo stipite erano ancora intagliati i loro nomi, uniti da un grande cuore trafitto da un dardo appuntito, e sfiorandoli ricordò la sera in cui Claudio li aveva intagliati. Era stata la sera in cui era ritornata a casa in ritardo, con i capelli e gli abiti in disordine, e suo padre aveva gridato d'avere una figlia sciagurata, e l'aveva rinchiusa in camera per una settimana…
Quella sera, mentre scavava il legno con un coltellino da pescatore, Claudio aveva sognato il loro avvenire assieme: "Quando saremo sposati, avremo una grande casa con un giardino per te e una rimessa per la barca per me. E su ogni albero incideremo i nostri nomi."
Ma a lei sarebbe bastata anche quella casetta sulla scogliera, purché di sera le sue braccia l'avessero stretta e amata, purché avessero potuto sedersi assieme sul davanzale ad ammirare le stelle che si specchiavano nelle acque calme del mare. Forse avrebbero avuto dei figli, e quando fossero cresciuti e ammogliati, avrebbero trascorso le serate parlando di loro, a lume di candela, mentre il mare cantava, sotto la loro finestra; e, nella placida notte profumata di sale, il loro amore si sarebbe rinnovato, e sarebbe diventato eterno.
Ma nessun sogno s'era avverato, ed ora il mare sussurrava un mesto requiem, in onore di quell'uomo che tante volte l'aveva solcato e dominato, e che con tanta tenacia l'aveva amato.
La porta della camera s'aprì ed un giovane autista si schiarì la voce, a disagio.
"Signora, dobbiamo rientrare.", le ricordò. "Suo marito l'attende per cena."
Marianna s'asciugò gli occhi con la mano, annuendo. Accarezzò ancora una volta il viso di Claudio - e pareva sereno… ma tutti i volti sembrano sorridere, nella morte… - e si calò il cappello sulla fronte, perché l'uomo non notasse il rossore del pianto. Per un attimo indugiò, e si soffermò a guardare al mare; poi mormorò, con fervore, stringendo le mani di Claudio:
"In questa casa lascio il mio cuore. E nel mare abbandonerò il mio corpo, quando sarò morta. Laggiù riposerai nei secoli che verranno; e là sarò anch'io, quando verrai a prendermi…"
Il mare parve ruggire, un tripudio d'assenso. Montò, e si schiantò con fragore contro gli scogli, sollevando sbuffi di gocce e di salsedine che rinfrescarono il volto della donna.
E, asciugandosi l'ultima lacrima, Marianna lasciò la casa in cui avrebbe voluto vivere la propria vita, e affidò i suoi sogni al mare. Un giorno… un giorno il suo cuore avrebbe conosciuto la pace; e, nell'abbraccio paterno del mare, avrebbe ritrovato l'amore.


© 
Federica Leva - 2002 


 

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