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 Fedele alla linea editoriale Fermento,
STORIA D'AMORE E DI BACI - CATULLO E LESBIA, il nuovo libro di Cristina Légovich non è soltanto una nuova traduzione dei Carmi di Catullo, ma un viaggio evocativo nella produzione più significativa di un poeta amato dal pubblico di ogni epoca, la cui modernità, attraverso i secoli, non accenna a diminuire. Uno stile elegante ed efficace, la passione di sempre per il mondo latino e greco e il talento che la contraddistingue. Questi gli ingredienti con i quali Cristina Légovich ha condensato la storia d’amore del giovane Catullo, vissuto all’epoca di Pompeo e Cesare, e i carmi del poeta latino che ha elaborato, più intimamente di altri, i temi eterni della letteratura: la passione, l'amicizia, la gelosia, la delusione, il disincanto politico. A raccontare un amore tra i più psicologicamente complessi della letteratura, è proprio la sua Musa ispiratrice, l’amata Clodia, moglie di Quinto Metello Celere. Catullo s’invaghisce perdutamente di lei e nelle sue poesie la chiamerà Lesbia. E’ Clodia che conduce il lettore in una Roma lontana dagli itinerari trionfali, nella penombra delle loro case e nelle stanze dove si consuma il loro amore. E’ lei che ci parla della passione per il giovane Catullo e dei segreti di un sentimento di fronte al quale si può solo soccombere. E’ un libro diverso dal solito anche perché finalmente il trentenne Catullo è tradotto da un coetaneo, che ne ha assimilato le tensioni e la personalità, per rendergli onore dopo anni di affetto. Forse un Catullo così non si era ancora mai visto, i carmi che sbocciano copiosi in mezzo al romanzo sono stati tradotti direttamente dal latino con un linguaggio fresco, vibrante e moderno senza censure o adattamenti di comodo. In un solo volume vanno a svelarsi un romanzo, una traduzione fresca, precisa e fedele e uno strumento per gioire ancora, duemila anni dopo, del meglio di
Catullo.
CRISTINA LÉGOVICH vive a Torino dove è nata nel 1974. Consegue la Maturità classica e la Laurea in Lettere classiche, per passione e per missione. Crede in uno stile intimo che evochi in molti il mondo greco antico e latino che ama, traduce e insegna perché la fa stare bene. Ama la musica new wave in una linea che va dagli Skiantos a PJ Harvey, di cui con la chitarra acustica è da sempre nascosta emula. Scrive canzoni demenziali in piemontese e col cugino suona in un gruppo di serenate spontanee sotto i balconi della sua città. Ha pubblicato MEMORIE SU ALESSANDRO (Fermento 2004) che ha avuto uno strepitoso successo di pubblico e di critica. Ha ultimato il suo terzo lavoro Il complesso di Telemaco che uscirà con Fermento nel 2006.
"Viviamo di penombra e di luce, perché non
tutto si può scorgere e capire.
Gli spiriti dei cari morti e gli dèi Lari ci vivono in casa, guardandoci ogni mattina dalle nicchie ricavate
nei muri che proteggono, tutti avvolti nelle immagini danzanti e in familiari statuette di bronzo.
Esistono mondi al di sopra e al di sotto di noi, vicini distratti che a volte bussano alla nostra porta,
come noi alla loro.
Siamo superstiziosi, eccome. Sappiamo che un lieve malore può portarci per sempre tra gli Dei
Mani, che una complicazione nel parto è quasi sempre fatale alla consorte con cui i nostri uomini,
a differenza dei Greci, dormono, visitano gli amici e condividono tutto. Tardo e lieve è ogni rimedio al
dolore.
Per questo addolciamo la vita con scongiuri e gesti apotropaici, con simboli crociati, fallici, geometrici,
che portino indietro il malocchio da dove è venuto.
Uno sferico amuleto prezioso, allacciato sul
collo, accompagna i fanciulli nella dura salita al diciassettesimo anno, ché li protegga e li salvi da ogni pericolo.
Così una succulenta coscetta di pollo è meglio lasciarla dov’è se cadendo dalla mensa ha toccato la terra dove posano i piedi: ha già bussato alla porta degli inferi e come tale è nefasto riportarla tra noi.
Viviamo tra geometrie in bianco e nero da calpestare sui mosaici all’ingresso e colore ovunque, verde, azzurro, rosso, ocra, sui mosaici stessi e sui muri spessi di stucco e cementum, lisci di cera da blandire, passandovi accanto, con le dita e con gli occhi. Giochi di prospettiva, paesaggi ideali ampliano gli spazi dagli intonaci che ricoprono ogni parete delle nostre case signorili, in cui viviamo di prestiti a usura e di rendite avite. Viviamo di nudità umane e divine, intraviste o sfacciate, come il cinto di Venere o il fallo di Priapo che protegge ogni nostro giardino.
Nudi alle terme e nudi alle pareti, negli avambracci e nelle spalle scoperte, nei piedi e nelle caviglie assicurate dai sandali, nudi sotto strisce di tessuti non cuciti, fissati al corpo dalle spille e modellati in mille pieghe, mille e più come i baci che Catullo mi ha dedicato. Forse nella penombra diurna delle nostre case, in una delle stanze interne chiamate cubicula, forse tra le fiammelle delle lucerne appese, mentre Roma si addormentava, o tra i rotoli di papiro e gli inchiostri da letterato, là vorreste sapere se ce li siamo scambiati.
Viviamo, mia Lesbia, e amiamo
e i brontolii dei vecchi troppo austeri
facciamo che contino tutti meno di un soldo.
I soli possono tramontare e risorgere;
noi invece, una volta che si spegne la nostra breve luce,
dobbiamo dormire una notte eterna.
Dammi mille baci, poi cento,
poi ancora altri mille, poi altri cento,
poi dammene altri mille, poi cento.
Infine, quando ne avremo accumulati migliaia,
li scompiglieremo, per non sapere quanti sono,
o perché nessun maligno ostile ci porti male,
a sapere nel mondo quanti baci ci siano.
Se già quella prima sera in casa di mio marito Metello, sulle rive del Tevere. Da poco era giunta l’estate.
Dagli steccati il caprifoglio si allacciava ai sensi con la sua dolcezza, pari a Venere odorosa quando schiude la sua bocca nella languida battaglia contro Marte che la stringe, smarrito nell’incanto, asservito eternamente al suo potere come me.
Sul fiume le ultime barche si affrettavano al ricovero, altre per prime sondavano i fondali per la pesca notturna. Di lì a poco il tramonto avrebbe acceso i lumi del cielo, cui i mortali rispondono con bracieri e lucerne come Eco alle voci tra i monti.
Poche gocce di clessidra e schiere di ospiti, giunti con carri leggeri e uomini da portantina, avrebbero varcato l’ingresso con le loro consorti, scivolando nelle mie sale come il pitone di Delfi nel santuario di Apollo.
“Ave, ave, valesne? Quomodo te habes? Familia minus valet...
Vir hic non est, iam a negotiis suis tenetur... Clodia mea, semper
tam pulcherrime exornata! Unde ornatrices? Quod opus!”
Tutto un saluto, un ritrovarsi di mogli fiere dei riccioli tinti per l’occasione, preoccupate per la salute dei servi, la fedeltà del marito assente per impegni... E poi gli elogi alla mia persona, così sempre ben vestita, acconciata, curiosità civettuole e dannatamente muliebri sulla provenienza delle mie schiave, così abili pettinatrici... Le solite formalità, le banalità che negli anni si reiteravano senza che mai a qualcuno venissero a noia.
Mi aggiravo nelle sale tricliniari, da padrona di casa, sollecitavo le serve, sgridavo i coppieri fannulloni, inquieta. Sentivo uno sguardo seguirmi, e ciò mi piaceva in un modo diverso da sempre, perché chi lo volgeva era diverso.
Aveva forza e decoro, ma teneri, nudi, svestiti di tutto. Era alienus dagli altri, col piede piegato all’indietro ed assorto, appoggiato ad una colonna del peristilio che mangiava in disparte. Guardava gli invitati alla festa come un dottore che visitasse uno stitico. Ne osservava i vestiti, i gesti, i malcelati giochi di potere.
Finché ha visto me.
Quinzia è per molti bella, per me è luminosa, slanciata,
regolare. Sono d’accordo sui suoi pregi presi ad uno ad uno,
ma sull’insieme proprio “bella” non dico: infatti non v’è grazia alcuna,
non v’è un pizzico di sale in quel corpo solenne.
Lesbia è bella, lei che è bellissima tutta,
lei sola ha rubato a tutte tutta la femminilità del mondo.
Tra i visi lo cercavo, tra le ghirlande di mirto, tra i pizzetti dei giovani e le nude guance dei vecchi. Con gli occhi mi trovava e sorrideva, e io con lui. L’ho raggiunto come una Menade che seguisse il suo Bacco, sapevo già prima di avvicinarlo che con quel giovane non sarebbe finita così, col primo saluto.
“Ave, domina, sono Caius Valerius, provinciale
sperso nella vostra casa!”.
Era ironico, si rideva addosso, mi ha fatto subito ridere. Abbiamo iniziato a prendere in giro tutti, da lontano, parlando la stessa lingua muta del fascino e dalla predestinazione. L’ho presentato agli esperti di lettere, alla crescente categoria di patroni dei nuovi scrittori, a un otre di gente inutile, amica di mio marito.
Con tutta la sua intima cultura sembrava giunto per me, col suo accento diverso, provinciale e forbito, che sa di terra dei Veneti, l’uomo che ho sentito mio come mai nessun altro.
Nessuna donna può dire di essere stata amata tanto
e autenticamente, quanto Lesbia è stata amata da me;
mai ci fu tanta fedeltà senza patto alcuno,
quanta nell’amore per te da parte mia si è potuta trovare.
L’ho desiderato dal primo momento, perché il fascino è un mistero di gesti e di bellezza, di mondi nascosti in modi sconosciuti, nelle pause, nelle reazioni. Quella notte dormii sentendo nella mia mano la stretta del suo saluto, fantasticando sul suo corpo e su un futuro insieme, indugiando su visioni premature di sorrisi e di eccitanti situazioni, più che mai conscia di volerlo. Ero davvero capta, rapita, incensa... attratta, affascinata, accesa... che tenerezza pensare che allora ci dessimo ancora del voi.
..."
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