Come un rubinetto guasto perde acqua, come un palloncino bucato perde aria, Jack Omino perdeva inevitabilmente il suo tempo.
Molte persone erano invidiose del fatto lui potesse star bene perdendo il suo tempo e glielo facevano notare:
Jack, sei un perditempo!
Jack, sei proprio un disutile, sempre a perder tempo!
Ma in realtà Jack Omino non faceva nulla di particolare per perdere tempo. Solo non amava far cose concrete: passava il suo tempo a pensare pensieri, a parlare parole, a progettare progetti che mai portava a compimento. Una volta aveva progettato di scrivere una poesia, ma poi ne aveva parlato con un suo amico e aveva pensato che era rischioso, che ormai tutti lo vedevano come un perditempo, e se avesse messo una poesia per scritto sarebbe crollata una certezza per tutta la gente che lo conosceva. Di certezze ce ne sono così poche, disse Jack, che io non voglio prendermi la responsabilità di farle diminuire. Però Jack di poesie ne pensava tante, e a volte, se si fidava che non l'avresti scritta, ma l'avresti lasciata andare, te la diceva. E io che una volta ne ho sentita una devo dire che era bellissima, anche se la ricordo solo vagamente, sfumata, e non potrei dirtela perché ho promesso di non trascriverla mai.
Un'altra cosa che Jack Omino sapeva far molto bene era perdersi. Non solo sapeva perdere tempo, ma aveva una facilità impressionante di perdere se stesso, e anche quelli che gli erano vicini: così che Jack era amico di molti, perché perdendosi incontrava molti, ma non aveva legami con nessuno. Solo che mentre le persone di solito quando si perdono sono preoccupate e si fanno prendere dalla paura, Jack celebrava il fatto che si perdeva, cantando e ballando: - ah ah, mi sono perso! Rideva.
Se glielo chiedevi, se gli chiedevi: Jack, ma perché ti perdi sempre? Perché ti piace perderti?
Lui ti guardava un po' stupito, come se tu gli avessi chiesto - perché respiri? e poi ti rispondeva ovvio: - perché così posso ritrovarmi.
Se insistevi, allora ti diceva, scherzoso, come a prenderti in giro: - il fatto è che se non hai meta non puoi perderti. In realtà nessuno di noi può perdersi.
Che era una cosa ganza da dire, penserai te, e ho pensato anch'io, ma il fatto è che Jack Omino non solo lo diceva, lui ci credeva. E, quando poteva, trasformava in pratica la sua teoria.
Una volta glielo ho chiesto. Ho aspettato un po', perché mi sembrava stupido chiedergli una cosa così, a uno come lui, mi sembrava quasi un'aggressione, come posso dire, andarlo a punzecchiare in qualcosa di suo, di segreto, forse. Però non ho resistito, e un giorno, sugli scalini di una chiesa, glielo ho chiesto: Jack, ma che vuoi fare, voglio dire, a parte perder tempo, e tutto quello che c'è di bello ci trovi nel farlo, che vuoi fare dopo?
E allora ho capito che avevo ragione, che un po' l'avevo ferito, o quantomeno toccato nel vivo. Il suo volto non nascondeva il suo sentire, e lo vedevo spiazzato e, timidamente infastidito. Sono passati una manciata di secondi, e io stavo già per dire che "lo so è una domanda del cazzo, lascia perdere", ma lui mi ha preceduto e mi ha chiesto: ma dopo quando?
Dopo… domani, la prossima settimana, l'anno prossimo… il futuro, no? Che vuoi fare nel futuro?
E mentre lo dicevo ho pensato che lui pensava che non avevo capito molto di lui, perché era logico, per Jack forse neanche esisteva il futuro finché non diventava presente, ma come faceva, insistentemente mi chiedevo, come faceva a non immaginarsi il futuro, il lui di domani.
Allora Jack ci ha pensato un po', e poi mi ha detto: una volta me lo sono chiesto anch'io. Il futuro. Che voglio fare nel futuro? Però sono rimasto senza risposte, e mi è venuta in mente tutta la gente che mi dice che perdo tempo. Allora forse ho capito: nel futuro io vorrei perdere il tempo. Perderlo per sempre, intendo.
E quello che mi ha impressionato, mentre lo diceva, è che lo diceva leggero, e a tratti sorrideva, ma lo capivo, lo sentivo che era serio: in quel momento ho avuto una specie di timore nei suoi confronti, soggezione, mentre allo stesso tempo ne rimanevo affascinato. Mi sentivo distante, e diverso. Lo capivo che era bello quello che diceva, che era… quello che era insomma, ma come faceva a crederci, a essere così distaccato dal mondo (gli impegni, i soldi, un lavoro…), a pensare di perdere il tempo, per sempre.
Ma che cazzo voleva dire concretamente? A una donna non ci pensava, a una casa, agli amici, a metter su qualcosa di non dico concreto, ma di stabile, protettivo. Come faceva a stare sempre in equilibrio sullo zero, sull'incertezza. Eppure era magico, e mi affascinava il modo totale in cui voleva viver l'essenza e nient'altro, guidato da un caso che sembrava tutt'altro che casuale, da un imperfezione che lui, fra tutti quelli che conoscevo solo lui, riusciva a far diventare perfetta.
Poi è successo che un giorno Jack non si è più visto. Non c'era modo per sapere dove fosse finito, perché non aveva un cellulare, o chessò, un indirizzo dove scrivergli quando non lo vedevi più. E comunque un po' ci eravamo abituati: un po' come con i gatti in amore. Ma questa volta passavano i mesi e lui non tornava. Mi mancava, quando avevo voglia di staccarmi un po' da tutte le cose concrete mi mettevo a pensare, mi ponevo delle domande e cercavo di rispondermi come avrebbe fatto lui, il mio amico perditempo. Tanto che un po' ci presi gusto. M'interessai a certe cose che mica fai nulla di concreto, però magari era vero anche quello. Lessi su un libro che parlava delle filosofie orientali , che forse reale non è quello che si tocca, ma un'altra cosa, un qualcosa di più profondo. Intanto mi chiedevo se Jack quel libro, o comunque quelle cose, le avesse mai lette, e se magari era per quello che viveva così.
Mi sembrava che cominciavo a capirlo meglio, a sentirlo anche, ascoltando le mie sensazioni al ricordo delle sue parole, dei suoi sguardi, del desiderio che traspariva da questi. Era come se avessi sempre pensato che desiderava qualcosa di molto bello però impossibile, una fantasia che non poteva esistere, invece ora, a volte, avevo l'impressione che qualcosa c'era, invisibile si, ma vero.
Fatto sta che oggi mi è arrivata una sua lettera.
Ecco quello che dice:
Dario amico mio!
Come stai? E' un bel po' di… di TEMPO che non ci vediamo… e magari ti starai chiedendo che fine ho fatto o dove sono finito?
Ma ecco, non te lo voglio dire. Però sappi che credo che ci rivedremo presto, e allora ti racconterò tutto a voce. Comunque ora sto bene. Ho passato un periodo difficile, però: forse è per quello che non sono tornato. Mi sono scontrato con quello che mi dicevi te: col pensiero del futuro, con tutte le cose concrete. E' stato un bel pugno, duro. E mica gli credevo all'inizio… mi dicevo: mica era un pugno quello, è solo che ora sono un po' giù, e vabè, passerà. Invece no. Continuava.
C'era questa ragazza di cui mi sono innamorato, che gli piaceva com'ero, però intanto lei lavorava, e aveva un sacco di impegni precisi, ad un'ora precisa (troppi, sono convinto, ma questa è un'altra storia…). E per un po' io ho continuato a vivere come ho sempre fatto, però c'era il fatto che lei cominciava a farmi i discorsi, a dirmi che non ce la faceva a star con me, sempre in bilico, nessuna certezza. Diceva che ero ancora un bimbo, e che era venuto il momento che cominciassi a fare qualcosa per il mio futuro, che avevo le possibilità e lei mi avrebbe aiutato. Mi faceva venire su un angoscia tutti quei suoi discorsi. E iscriviti all'università, e fai questo corso, e ci sarebbe la mia amica che ti ha trovato un lavoro. Cristo, mi dicevo, ma allora non hai capito chi sono, io non ho bisogno di nulla, non mi manca niente a me, mi basto da solo, mi basta vivere.
Così un giorno me ne sono andato. E' stato un po' doloroso, si, lasciarla così, senza neanche un perché, perché io le volevo bene, ma non potevo mica cambiare: io volevo l'essenza, perdere il tempo, ti ricordi Dario?
Però poi è successo che non mi riusciva più. M'intristivo. Ero riluttante alle sue parole, ma allo stesso tempo pensavo che magari potevo provare. A far qualcosa, a guadagnare i fogli di carta.
Ho passato un mese difficile, amico mio. Ero come diviso, e perso, in un modo che, stavolta, non mi piaceva per niente. Non mi riconoscevo più.
Poi è successo che un giorno ho pensato: ma in realtà mica si può non perdere il tempo. Voglio dire: qualsiasi cosa fai perdi comunque tempo. O meglio, non perdiamo mai tempo. E allora potrei perdere tempo lavorando.
Era una teoria che mi affascinava, ma allo stesso tempo dubitavo: avevo paura di prendermi in giro.
Anzi, avevo paura. Una paura indistinta, non specificabile, a cui non so dar nome. Generalizzando faceva parte della famiglia della paura.
E così ho sfidato la paura.
Con difficoltà sono andato in cerca di un lavoro. Per prima cosa ho provato a fare il postino: ma dopo un po' mi hanno licenziato perché dicevano che ero troppo lento. Beh, era vero! Mi fermavo a guardare la gente, oppure rallentavo e mi godevo l'aria sul viso. Ogni tanto mi perdevo!
Poi ho provato col barista ma anche lì non ha funzionato: facevo le domande alla gente, ero distratto, lento, mi scordavo come fare i cocktail.
Fare il giardiniere non era male, ma anche lì mi dicevano che non ero abbastanza veloce, che mi deconcentravo, anche se al capo gli stavo simpatico e non mi avrebbe licenziato: me ne sono andato io. Perché lei mi mancava, e boh, non è mica una cosa tanto razionale, lo sai. E' una questione di calamite. Gli ho raccontato quello che avevo pensato, e che avevo provato a fare tre lavori. Gli ho detto che avevo bisogno di una mano, e che mi piaceva. Che lei mi piaceva, tanto.
Lei mi ha detto che aveva paura che sarei scappato via, che eravamo troppo diversi. Che non lo sapeva, e poi e poi… ma io l'ho guardata, e ho capito che non diceva proprio sul serio. Le ho dato un bacio e lei mi ha abbracciato forte. Piangeva un po', io gli dicevo che non c'era nulla da piangere, non ora almeno, che le cose tornava a filare dritte, e allora rideva anche, ma insieme piangeva: così mi sono messo a piangere anch'io. Che scemo!
Lei ora dice che stiamo insieme. Io le dico di si, anche se penso: si, stiamo insieme quando siamo insieme, ma questo me lo tengo per me, perché so che lei non capirebbe quello che intendo io. Te la devo far conoscere: all'inizio sembra seria, si contiene, ma poi se si lascia andare capisci che è un po' matta, e ti fa ridere un sacco, sa fare anche un sacco di facce buffe.
Insieme abbiamo trovato un lavoro che fa per me.
Mi pagano per stare con i bambini. Lei, che fra l'altro si chiama Margherita, dice che sono bravo perché sono come loro. Io le dico che non è vero, e allora lei ride di gusto. Comunque mi piace giocare con i bambini, farli ridere, ascoltarli. Perdermi con loro. Ecco, ho imparato dai bambini: perdersi in quello che si fa. Che forse non è proprio perdersi, ma ritrovarsi. Essere totali nel gioco che si fa. Totali nel rincorrersi, nel giocare a un due tre stella, nel immaginarsi di essere un guerriero. Insomma Dario, quello che è successo è che mi sono perso, ma mi sono anche ritrovato.
E ti ho pensato.
E non so, non so che altro dirti. Se non che ti voglio bene. E che non ho progetti sul futuro, ma ho parlato a Margherita di te, e lei dice che vorrebbe conoscerti, e dice che bisogna decidere un giorno che si viene da te. A te quando t'andrebbe bene?
Riscrivimi. Ti abbraccio.
Jack Omino.
P.S: ogni tanto mi chiedo: ma sono sempre io? Sono io questo che fa tutte queste cose?
Dopo un po' mi rassicuro: si si, sono sempre io.
P.P.S: ho deciso di scriverla sulla carta, qualche poesia. Te ne scrivo una qua.
Petali di (te)mpo
Seduto su una panchina
seicento metri sopra il mare
ho parlato l'infinito
con la voce dolce imperfetta
sorpreso e commosso
per me stesso.
Negli occhi di una Margherita
intravedo me,
ma non sono io:
fuori(esco) dall'io
così semplice è,
che ti sembra impossibile
che ci sembra difficile.
Senza certezze
senza dubbi
il sonno ci rigenera
vicini.
©
Laerte Neri
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