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Il signore dei treni di
Laerte Neri |
Certi studenti, che ogni mattina prendono il treno delle otto e dieci, mi chiamano il signore dei treni, e mi salutano quando ci troviamo nella stessa carrozza.
Dicono - ciao, signore dei treni. Io sorrido, e li saluto. Non so cosa pensino di me.
Forse mi prendono in giro quando ridacchiano tutti insieme, forse si chiedono perché mi trovano sempre su quel treno.
In qualunque caso mi sono simpatici.
Uno di loro poi, il più timido, ha lo sguardo perso, un po' assente.
Sorride, ma non tanto perché sia divertito, lo fa per stare coi suoi amici, per essere uno di loro. Mi ricorda me, alla sua età.
Mi piacerebbe parlargli. Sapere che pensa.
Più che di parole avrebbe bisogno di essere abbracciato.
Chissà che colori ha il suo mondo?
Il mio ne ha tanti, più di tutti il verde, e tutti sfumano via veloci, come in un quadro impressionista.
Mio padre fa il ferroviere, così sui treni posso viaggiare quanto voglio.
Un lunedì di due mesi fa ho iniziato a viverci.
Fin da piccolo, quando ero con la mamma, stavo bene davvero solo sui treni.
Lei mi diceva: -Sei come me, hai bisogno di essere in movimento, di andare sempre da qualche parte.
Non so se sia vero.
So solo che rimanevo in uno stato di stupore permanente.
Ogni viso, ogni paesaggio visto dal treno, per me era nuovo, affascinante, era magico.
Si mescolavano.
Ogni viso era un paesaggio, con le pianure verdi o le montagne forti, le fabbriche grigie o le case piccole. Ogni paesaggio un viso, con le sue espressioni, gli occhi tristi, o entusiasti, o dolci, o arrabbiati.
Un giorno sono stato molto male. Confusione, paura, angoscia. La sensazione che tutto quello che mi ero costruito fosse sbagliato.
Gli amici sbagliati, le idee sbagliate, il lavoro sbagliato.
L'amore sbagliato. Persa ogni convinzione, perso me stesso.
Pensavo anche di aver perso i sentimenti, di non poter sentir più nulla, di non poter più sentire amore. Solo mi chiedevo continuamente: sono io che ho gli occhi chiusi o è veramente buio fuori?
Vedevo la gente passarmi accanto, parlarmi, abbracciarmi e avevo l'impressione netta, dolorosa, di esser diverso da loro: loro sanno qualcosa che tu non sai, e che forse non potrai mai sapere, mi dicevo.
Ma ero cresciuto, ero grande, e solo io potevo scegliere, scegliere per la mia vita.
Così sono salito su un treno e da quel giorno sono sceso solo alle stazioni per cambiarlo.
La mia confusione, la paura, l'angoscia, hanno cominciato ad attenuarsi, c'erano ma non c'erano.
Lentamente tornavo come quel bimbo che ero, con lo stupore in faccia per le cose, per ogni cosa. A mescolare sensazioni e paesaggi, pensieri e volti, sogni e realtà.
Ora sono su questo treno, che va a Napoli, e sono in viaggio, in un viaggio costante e senza meta. Non so neanche cos'è che voglio, cos'è che cerco di capire su questi treni. Intanto vivo.
Il dolore ora lo sento. Sto tornando a sentire.
Immagini del passato mi scorrono davanti agli occhi. Vedo le cose da fuori e mi sembra di ricostruire un puzzle, un puzzle che mi vuol dire che la responsabilità di quel che mi è successo è mia, sono io che ho scelto, sono stato io a creare tutto quello che mi stava intorno, tutti i pensieri, tutte le emozioni, il dolore. Forse ne avevo bisogno, era la mia strada.
Ma è arrivata la paura, ho avuto paura, mi sono chiuso, ho smesso di sentire.
Ti ho dato la colpa. A te, agli altri. Al mio piccolo mondo.
Sono scappato.
Stare su questi treni, adesso per me, è un po' come meditare.
Sto ricostruendo questo mosaico che è la mia vita, e fa male, fa bene.
E' come se stessi rinascendo.
Sul treno quello che più mi piace fare è osservare.
Osservo ogni cosa, ogni movimento, faccio stime approssimative di quante persone ci sono sul treno, immagino le loro mete.
La ragazza qua davanti a me sta dormendo. Ha una mano sui capelli, e l'altra fra le gambe. E' bella, ha un viso che non avevo mai incontrato, i capelli rosso scuro.
Probabilmente sta tornando a casa dall'università: ha lo zaino con un libro e molte fotocopie.
E' triste. Me lo dice la sua bocca, ma forse sbaglio.
Un'altra cosa che faccio spesso è annotare le parole più belle che sento dire alla gente. Mescolandole insieme invento piccoli dialoghi, fiabe brevi, sintetiche teorie sugli esseri umani.
Sono ottimista, sull'uomo intendo, anche se tutto fa pensare a un lento processo di autodistruzione, io sono ottimista.
Ci sono uomini, donne, bambini, che possono cambiare il corso degli eventi.
Quando li riconosco, sul treno, sto bene.
Uno di questi, una settimana fa mi ha chiesto: secondo lei, è veramente possibile sbagliare?
E' veramente possibile sbagliare?
Si chiamava Vito Malincuore, questo ragazzo che mi ha fatto la domanda, lo so perché prima di scendere (è sceso a Napoli) mi ha regalato un quaderno pieno di riflessioni, scritte a penna e a matita, pieno anche di citazioni di canzoni.
Nella prima pagina del quaderno c'era scritto: appunti di Vito Malincuore. In fondo, all'ultima pagina, c'era scritto "questa è la mia casa. La casa dov'è?".
E la mia casa dov'è?
Anch'io vorrei fare qualcosa per questo lento processo di autodistruzione, ma che posso fare, se non essere me stesso. Io voglio restare bimbo ancora, ancora e ancora. E solo sui questi treni posso esserlo.
E' notte. Le carrozze sono quasi tutte vuote. Sono tristissimo.
Non riesco nemmeno ad addormentarmi. La mia mente fa troppo rumore.
Se scendo da questo treno che faccio che non ho più soldi, né casa, e sono solo al mondo.
C'è un pensiero che mi ossessiona.
Questa cosa, questa cosa di scopare con le persone che tutti ne parlano, e ci ridono, e ci piangono, e la vogliono, a me fa una paura cane...
...Mi è successo una volta, mi ricordo come fosse ieri, c'era questa ragazza con la minigonna e troppo trucco sulla faccia. Era notte, ed eravamo soli in uno scompartimento con le cuccette. Ad un certo punto mi ha preso la mano, e l'ha guidata sul suo corpo. D'improvviso.
Io zitto, paralizzato nel pensiero, solo guardavo e non guardavo, sentivo il calore del suo corpo morbido, ed ero rosso in viso, rosso e caldissimo. Cambiavo colore, come un camaleonte, a seconda di dove mi portava. Lei mi ha guardato una volta sola, mi ha sorriso tranquilla.
Sa quello che fa, ho pensato.
Mi piaceva tenerle la mano sulla pancia, mi dava una sensazione di benessere.
Quando mi ha portato nelle mutandine era difficile, non sapevo che fare, se dovevo fare qualcosa, nel dubbio non ho fatto niente, avevo troppa paura che lei si arrabbiasse, e finisse tutto.
Alla fine mi ha portato sul viso, e io ho preso ad accarezzarla, non era più lei che guidava, ero io che andavo da solo, come in bicicletta, avevo imparato ad andare da solo. Lei ha chiuso gli occhi quando glieli ho sfiorati, e ha sorriso con la bocca quando ho cominciato ad accarezzarle i capelli. Così li ho chiusi anch'io gli occhi, col cuore che mi andava sempre forte, anche se la paura scemava.
Le ho dato una bacio sul collo, e goffo l'ho abbracciata forte. Piano, ha detto lei, sottovoce.
Scusa, ho pensato, ma non sono riuscito a dirle.
L'ho baciata, sulle labbra, un bacio lunghissimo, non pensavo più a niente, ero solo io, era paradiso. Eravamo stesi su una cuccetta, ma potevamo esser dovunque per quel che ne sapevo. Ma a un certo punto lei si è staccata, non mi ha neanche guardato, è uscita dallo scompartimento, senza neppure guardarmi, se ne è andata, ed io sono rimasto immobile, incapace a far niente, col suo odore nel naso, e sbafi di rossetto sulle labbra...
...Ecco, adesso non mi addormento proprio più.
Sono importanti per me, le donne.
Mi danno una voglia di vivere, un energia immensa, che si, è anche sesso, ma è più un'altra cosa, è più amore. Amore.
Tutto l'amore che c'è.
Quanto amore c'è?
E che cos'è, l'amore?
Così è successo che una volta mi sono messo a parlare con una ragazza. Sentivo dentro una paura forte, e le parole uscivano incerte, sbagliate. Arrossivo. Abbassavo gli occhi.
Però forse a lei stavo simpatico perché sembrava che le piacesse quel dialogo incerto e timido.
Finché ad un certo punto mi ha chiesto: e tu, dov'è che scendi?
Che dovevo fare io, non sapevo che dire, solo sottovoce ho balbettato - non lo so.
Già pensavo che lei avrebbe risposto incredula - cosa? Oppure - non fare lo scemo, dai, o chessoio, invece disse solo -
Allora scendi a fare colazione con me, dai.
L'unica cosa che seppi in quel momento, era che quel treno correva, ma per me si era appena fermato.
Quello che è successo dopo forse ve lo immaginate.
Io sono sceso dal treno, da tutti quei treni su cui vivevo.
Abbiamo fatto colazione, mi sono innamorato.
E' stato il giorno più emozionante di tutta la mia vita.
Non avevo più binari sotto i piedi, e camminavo difficile in quelle strade solo intraviste dai finestrini. Le parole, la mia voce, tutto era più lento, e dentro i silenzi che si creavano nella nostra conversazione io mi sentivo perso, inadeguato, boccheggiante.
Lei lo capiva, e mi guardava, sorrideva con la bocca rosa e gli occhi comprensivi. Mi raccontava della sua vita, del suo lavoro, delle sue amiche.
Io le raccontavo solo frammenti di me, immagini volate via, persone osservate per ore senza dire una parola, chiacchierate mai finite.
Lei era affascinata dalle mie parole, ma già sapevo che non mi amava, non come io amavo lei, ma ero, ora più mai, convinto che anche se ora avrei mangiato e visto paura, tutto sarebbe mutato.
L'eccitazione, la confusione, la strada, i negozi, le cose, le persone fuori, tutto era nuovo.
Nuovo e magico.
Ero solo, ma avevo me.
Un foglio bianco tra le mani. La matita ero io.
Così ho pianto, piango, piangerò
per il dolore,
per la gioia.
© Laerte Neri - 2002