| "La centoventunesima vita di Gimbo Malinquillo" di Laerte Neri, 2002 |
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Il mio nome è Gimbo e questa è la mia centoventunesima vita. Così adesso mi sono stufato! Ma procediamo con ordine: nelle mie centoventi vite precedenti sono stato: contadino, fabbro, cameriera, operaio, imbianchino, balia, muratore, sarta, arrotino, marinaio, prostituta, oste, scudiero, damigella, giornalaio, manovale, commessa, fioraia, tassista, soldato, bagnino, impiegato e manovale. I lavori più faticosi di questa terra. Adesso ho deciso di cambiare, voglio fare una vita facile e rilassante. Che non è facile, su questo mondo. Pensiamo. Ecco, potrei fare il vagabondo. Certo, un po' faticoso: girare sempre a piedi, cercare da mangiare. Però pensa che libertà. Comunque ho ancora molto tempo per pensarci. Ho solo sette anni. Mi chiamano Malinquillo perché dicono che ho sempre una faccia fra il malinconico e il tranquillo. Mica è molto vero, penso io. Di solito rido anche parecchio. Però è vero che mi piace quella sensazione di quando sei tranquillo, magari sul mare di sera, a settembre, con l'aria tiepida, e magari ti passa per la testa qualche ricordo felice. Io li chiamo ricordi-sensazione perché non sono proprio immagini precise, ma più l'atmosfera di certi momenti. Comunque poi è anche vero che sono un po' triste, a volte. Perché sono in cerca di una mia anima cugina, e non l'ho ancora trovata. Ma non demordo, c'è ancora molto tempo. Ho solo quattordici anni. La maggior parte del nostro tempo la trascorriamo in silenzio. Il silenzio ci accomuna. Tutti, anche quelli che parlano appena possono, o parlano da soli. Io si, qualche volta parlo da solo, oppure urlo, per sfogarmi, o quando sono proprio gioioso, che sembra che la felicità ti esca da tutte le parti, e allora urlo, e la felicità mi esce anche dalla voce. Altre volte invece scrivo lettere. Nei momenti duri, o confusi, quando non riesci a capire neanche come ti senti, e ti vengono mille pensieri e non riesci a fare nulla, neanche a stare fermo. O anche quando stai bene, si, che ti viene voglia di farlo sapere a tutti, di condividerlo. In entrambi i casi scrivere lettere è per me come riequilibrarmi, ritrovare il mio centro, portare un po' fuori quello che dentro sta stretto e scalcia. Ha un qualcosa di simile alla meditazione, io credo, come uscire dal tempo e dallo spazio, come ritrovarsi in qualcosa d'immutabile e reale. La mia anima cugina non l'ho ancora trovata, ma sento che manca poco, e infatti lo scrivo qua: manca poco (quel che deve accadere, accade). Nel frattempo mi abbraccio da solo, e cresco, più dentro che fuori. Sto studiando all'università, per cui ancora non sto faticando molto in questa vita. Ma non ho ancora trovato una soluzione sicura per una vita easy. Ho vent'un anni. D'improvviso mi viene in mente che uno, di solito, i pensieri li vede sempre come qualcosa d'intangibile, come aria, come qualcosa di passeggero e irreale. Ma io ci sono stato attento e mi sa che non è così. Perché i pensieri sono di più, sono la nostra percezione di quello che è fuori. Sono più concreti di quanto sembra, perché c'influenzano parecchio nel nostro modo di vivere e sentire. Due persone possono vivere la stessa situazione in maniera molto diversa, basta guardare una candid camera. Però non bisogna aver paura dei pensieri, né rifiutarli. Non sono pericolosi, in realtà. Non possono esser pericolosi. Ho letto da qualche parte che l'uomo è l'unico essere sulla terra che ha la facoltà di pensare i propri pensieri. E io credo sia questa la chiave: non accantonare i pensieri, ma cercare di capirli. Possono essere un modo per capirsi, per capire chi siamo. Perché agiamo in un certo modo, o no. Che poi i pensieri non vengono solo dal cervello, ma dalle gambe quando sei stanco, dalla pancia quando sei emozionato, dalle mani quando tocchi, dal pisello quando sei eccitato, dal cuore quando t'innamori. O no? Ho finito di studiare, e ora lavoro, però un lavoro facile, per ora mi piace, ma il progetto vagabondo non l'ho abbandonato, anche se forse farò il vagabondo comodo, con un po' di soldi dietro. Un'anima cugina l'ho trovata, ed è bello, molto bello, bellissimo vivere con lei, anche se non è come m'immaginavo. E' proprio un'altra cosa. E' come se quello che ti manca lo cerchi fuori, e lo trovi in un certo senso, ma è come se ti aiutasse a ricordare che lo puoi trovare solo dentro te stesso, per sempre. Adesso sono di nuovo solo, e mi sento fragile e forte, e ho voglia di ritrovarti, ora che ci siamo persi. Così ti vengo a cercare. Ho già vent'otto anni. Sto realizzando un film. Non so neanche bene com'è successo, il fatto è che avevo una storia che mi girava in testa, e un giorno un mio amico mi ha chiesto se volevo fare un film. Io metto i soldi, ha detto, te quella storia che mi hai raccontato. Così ho pensato che qualche esperienza nel mondo nel cinema, col mio lavoro di prima, l'avevo fatta, e magari avrei potuto anche provarci. Certo, è un progetto piccolo, senza tante spese e senza attori professionisti. La storia però è buona, e abbiamo un gruppo di amici che ci aiutano per le riprese, e per la colonna sonora. Giriamo tutto in digitale, perché è più economico e perché vorremmo usare degli effetti speciali particolari. La storia parla di due ragazzi e due ragazze che per caso si ritrovano in una stanza, la stanza bianca. Questa è una stanza fuori dal tempo e dallo spazio: la trovano un giorno, nel boschetto che c'è prima di arrivare alla spiaggia. E lì dentro è come se svanissero le paure che loro hanno, e si mettono a raccontarsi di loro, delle loro vite. Sentono che c'è un'atmosfera magica lì dentro, che li mette in contatto quasi telepatico. In un giorno è come se si conoscessero da una vita, nasce un legame profondo fra loro. Il fatto è che poi, dopo quel giorno, non ritrovano più quella stanza, ma comunque decidono di continuare a frequentarsi. All'inizio però è tutto più difficile, loro vivono in ambienti diversi e hanno interessi diversi, affiorano le maschere, le paure, i condizionamenti. Ma c'è anche molta curiosità, voglia di scoprirsi, un principio d'innamoramento. Così si trovano di fronte a un bivio: scegliere l'apertura o la chiusura, andare verso i propri desideri o farsi frenare dalle paure. Di più non vi racconto, perché insomma, spero che lo vedrete presto al cinema. In questo periodo la mia percezione delle cose, la mia vita, è cambiata molto. Però c'è un rapporto forte che ancora mi lega ai miei sette anni, a ogni periodo della mia vita. Mi riconosco nei miei vari aspetti, nella mia crescita. Più passano gli anni, e più io torno indietro, rassomiglio al bambino che ero (sono ora come sono sempre stato). L'ingenuità di allora assomiglia alla saggezza di ora. Forse un giorno coincideranno, ingenuità e saggezza. Completamente ingenuo, attento ad ogni cosa, senza coinvolgimento, senza giudizio. Il mondo intorno invece apparentemente non è cambiato molto. I telegiornali sguazzano ancora nella cronaca nera, nei conflitti, negli scontri politici. Un certo pessimismo è spesso visto come sinonimo d'intelligenza. Ma scorgo cambiamenti quasi invisibili, forse indimostrabili, forse frutto della mia fiducia, nelle parole delle persone, nei segni che incontro mentre vivo. Voglio godermi questa mia centoventunesima vita, voglio essere felice, e so/sento che è possibile, anche se non sempre ci riesco. Ma sempre più vedo intorno a me la bellezza, questa cosa indescrivibile e mutante che è la bellezza, che non s'impara ma si ricorda. E, a modo mio, a volte prego, anche quando mi perdo prego, e chiedo: cosa farebbe l'amore ora? In qualche modo, spesso senza certezze, la risposta arriva. Oggi compio trentacinque anni, e la mia risposta di oggi sei te. © Laerte Neri 2002 - Tutti i diritti riservati |