Il negro avanza dinoccolato in questa strada di stracci e mura cadenti, nomi morti e figli del petrolio. Si ferma a un passo da me, mi rivolge la parola, mi chiede se posso trovargli qualcosa da mangiare. Vieni, gli dico; ti accompagno. Ma lui mi guarda esterrefatto e se ne va correndo.
Anche Haschim e Hurim sono scomparsi, esasperati dalla pioggia; il freddo umido li infradiciava e ingannavano il tempo annusando in giro come cani randagi. Anch’io.
E adesso non c’è più nessuno. I bruti che mi molestavano nel buio, davanti ai loro bar di città
afgane, se ne stanno rintanati: stressati dalla fatica di tubi, impalcature e motori, desiderano solo dormire. Io no: sono quasi le tre di notte e non ho ancora sonno, forse per l’erba di Thailandia che scorre nel mio sangue, oppure perché ho voglia, di nuovo, di essere strega e follemente saggia, di potere senza subire, impassibile come un angelo, un demone o un dio. E allora ascoltami, per una volta, prima che affondi la punta di questa penna in profondità nella tua carne, parlo sul serio, non lamentarti, dopo, dei dolori che ti infliggerò, tu che hai stravolto gli ormoni e i neuroni, l’alfa e l’omega, i Pesci e l’Ariete: segui la mia penna con il fondo degli occhi, e guarda: non c’è più nessuno. È tutto vero quel che scrivo, e chi non ha bevuto, vedrà.
C’erano tre ladri che giocavano alla roulette russa nei pressi di un cortile abbandonato; una spessa schiuma da bucato detergeva i loro mocassini. La prima volta che vidi uno di loro puntarsi l’arma alla tempia cacciai un urlo e corsi a nascondermi (ha poi un senso urlare mentre ci si nasconde?); ma il ladro mi raggiunse, mi afferrò per la nuca e gettò la pistola ai miei piedi, esclamando: è scarica, cretina. Mi presentò ai suoi due compagni, due poliglotti baschi dalla dizione perfetta, e tra me e loro si creò un feeling così immediato che mi ripromisi di passare spesso a trovarli.
Un mattino verso l’alba, dopo aver divorato un dolce allo yogurt che avevo preparato per loro, i tre lasciarono cadere in una pozzanghera il mitra ad acqua con cui stavano giocando e da uno zaino ne estrassero uno vero. Scassinaporte, il più giovane, domandò: chi si offre da cavia?, come se si trattasse di scegliere un gelato invece di un altro o provare un caffè amaro ad un distributore. Venne sorteggiata la sottoscritta. Mentre gli altri due mi tenevano ferma, Scassinaporte, dal lato opposto della strada, mi puntò l’arma contro; doveva essere per lui una prova di abilità, una specie di tiro al bersaglio. In quel quartiere non passava mai nessuno a quell’ora; invece, in quel preciso istante, sfrecciò l’auto dei carabinieri. Dal mitra partì un colpo che sfondò il fianco sinistro della vettura; non ci furono feriti. Scassinaporte riuscì a svignarsela trovando rifugio in un cassonetto vuoto (mi chiedo ancora come abbia fatto), mentre i suoi colleghi vennero arrestati. Io fui interrogata e rilasciata.
Accolsi Scassinaporte in casa mia: in fin dei conti, mi divertiva. Mi raccontava che, prima di diventare ladro, per alcuni anni era stato un clown di successo. Ora, però, non lavorava e diceva di essere rimasto troppo solo per continuare a rubare. Quando non avevamo più soldi per comprarci da mangiare, cenavamo con i bocconcini all’anatra del mio gatto ed erano più buoni di quanto non si creda. Una sera Scassinaporte, ubriaco ma non troppo, mi picchiò fino a spaccarmi il labbro inferiore; lo buttai fuori di casa e non lo rividi mai più. Mi inviò un messaggio con cui mi informava di aver piantato le tende alla stazione centrale di Milano, ma era sicuramente una bugia.
E adesso non c’è più nessuno. All’Università facce troppo giovani anche per me che sono giovane. Pioggia senza tregua. Odore di stampa, singhiozzi strozzati. Un tempo non lontano c’era ancora molto da scoprire: ora è rimasto soltanto da ricoprire, alte colonne di veli pietosi su ricordi che fanno disperare o vomitare. Tanto varrebbe seppellire ogni cosa e ricominciare dal caos, dall’Arcano zero, il Matto, il giullare impigliato nella carta da cui non può venir fuori e allora l’unica soluzione è seguirlo lì dentro. Che motivo avrei di restare dove niente si è salvato? La mia amica anoressica è morta, mio cugino si è suicidato ingoiando dell’arsenico e io mi sono ibernata come una statua nel momento in cui ho finto di impazzire.
Ma adesso che ogni aspettativa è sopita, posso sentirmi finalmente libera, di una libertà lacerante, ma vera. È per questo che sono qui alle tre di notte, buttata per terra a scrivermi sulle braccia, e piango perché nessuno riesce a vedermi e perché anche il negro è fuggito da me. La casa è vuota e muta, ma il mio ingresso, ogni volta, la scuote come un sisma, e allora perché disturbarla: meglio non rientrare, meglio lasciarla riposare in pace.
I segni ricoprono ormai ogni millimetro di pelle: getto la penna e mi alzo. Uno scalpiccio di passi, è il negro che torna. Senza guardarmi bisbiglia: non ho più fame. E poi: non c’è più nessuno. Improvvisamente si fa più vicino, mormora qualcosa che non capisco, mi accarezza le guance e i capelli; ma subito ritrae la mano come se gli avessi dato la scossa, mi volta le spalle e, dopo un saluto fugace, riprende a marciare spedito per la sua strada.
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