Era uno strano giorno di primavera quello che Martina scelse
per andare al commissariato di polizia. Strano, perché ciò che percepiva un senso non era confermato da un altro; bisognava controllare ogni cosa due volte per esser certi di non ingannarsi. Pareva
che madre natura stessa fosse indecisa.
Il sole era alto nel cielo, ma la sua luce non riscaldava la ragazza che si stringeva tra le spalle; il vento soffiava, ma non era chiaro
da dove spirasse, se dal mare dove ruotavano pigramente i gabbiani o se dai monti dove imperversava una tempesta oscura; i fiori
avrebbero voluto sbocciare in questa stagione, ma erano incerti di
questo sole atipico e temporeggiavano a mostrare i propri colori.
Il commissario, guardando il cielo, borbottò tra se qualcosa di
poco grazioso e tornò dietro la sua scrivania presagendo una mattinata complicata. Si sedette aspettando che la sedia scricchiolasse
sotto il suo peso e cominciò ad arrotolarsi i basettoni mentre rileggeva un caso di cui proprio sembrava non voler venire a capo. Si
trattava di un furto il cui colpevole era ovvio in modo sconcertante.
Non vi erano prove certe, ma l'occasione ed il movente gli puntavano inesorabilmente contro il pesante dito della legge. Era il colpevole ideale: tutto era contro di lui. Eppure il commissario non ne
era convinto, c'era qualcosa di strano e di indecifrabile anche in
quella faccenda, qualcosa di strano come nel sole e nel vento di
questa mattina. Da qualche parte, nella voluminosa pancia del
commissario, la sua ulcera cominciò a dargli fastidio.
Il suo assistente, camminando per la strada, aveva percepito la
stessa strana inquietudine e, arrivato in ufficio, corse a prepararsi il
caffè. Non era questa sua abitudine e il commissario aggrottò un
sopracciglio senza per altro interrompere di arricciarsi i basettoni.
Durante una normale mattinata l'assistente al commissario aveva
una scaletta molto precisa di cose da fare: sarebbe entrato in ufficio, avrebbe fatto un cenno al suo superiore e si sarebbe diretto alla
scrivania dove lo attendeva una copia del quotidiano nazionale.
L'avrebbe aperto, l'avrebbe sfogliato e con minuziosa testardaggine avrebbe scandito nella sua mente ogni singola parola. Tutte quante le parole sarebbero transitate brevemente nel suo cervello
indipendenti le une dalle altre e prive del filo logico che le legava
sulla carta. Sarebbero transitate e, come nebbia al sole, sarebbero
scomparse senza lasciare la benché minima traccia nella sua mente.
Non capiva molto di quel che leggeva, ma era cocciuto e voleva a
tutti i costi essere convinto di "rimanere informato sui fatti che accadono fuori dalla provincia". Il caffè post-lettura infatti serviva a
distoglierlo da tutti quei pensieri poco chiari che gli vorticavano in
testa dopo averla sforzata troppo a lungo. Il tentativo di capire perché tale Ministro avesse agito in tale modo o
perché tutti fossero
convinti che l'economia andasse bene quando lui vedeva chiaramente che il raccolto nei campi era andato male era qualcosa che lo
lasciava regolarmente spossato.
Ma questa mattina l'assistente al commissario non salutò il suo
superiore e non lesse il giornale come aveva sempre fatto da quando era uscito dall'accademia di polizia. Questa mattina l'assistente
al commissario si precipitò verso la macchina del caffè e ne preparò uno molto forte. Quando si accorse del gesto appena compiuto
ebbe un attimo di smarrimento. Tornò alla sua scrivania dove lo attendeva la copia del quotidiano nazionale ancora intonso. Non salutò il commissario, si sedette e fece uno sforzo enorme per dimenticare la confusione che aveva in testa cercando di leggere il giornale. La tazza di caffè sulla scrivania continuava però a ricordargli,
da qualche buio anfratto del cervello, che i conti non tornavano.
A metà mattinata il commissario telefonò alla signora L. per accertarsi che tutto andasse bene. Dopo la scomparsa del figlio, la signora L., già anziana, aveva subito un visibile tracollo, come fosse
invecchiata di un sol colpo, ed erano in molti a temere per la sua
salute. Tanti pensavano che la morte della vecchia, perché ormai
era data per certa, sarebbe stata responsabilità del figlio scapestrato. Figlio che, usando le parole della vecchia stessa: era un irresponsabile che girava con le tasche bucate. Nel corso delle sue indagini il commissario era andato a farle visita personalmente.
Quello che lo aveva colpito particolarmente quando la vide furono
i capelli: i pochi bianchi che le rimanevano in testa parevano aggrappati alla pelle lucida del capo con le ultime forze e a ogni alito
di vento ondeggiavano pericolosamente come volessero abbandonare la vecchia al suo triste destino. Era come se la vecchia presagisse qualcosa di molto brutto nel futuro del figlio e il suo corpo ne
tradisse i cattivi presagi invecchiandola ben oltre la sua reale età.
Il commissario aveva fatto qualche ricerca nelle città vicine, ma
né gli ospedali né le questure avevano saputo dirgli nulla. Questo
lo confortava, in quanto pensava che il figlio della signora L. aveva
fatto la solita bravata giovanile e sarebbe ritornato entro pochi giorni. Ma questo non confortava ugualmente la madre, anche se a
portarle la notizia era stato il commissario stesso, la persona più rispettabile del paese.
Ormai la signora L. temeva il peggio.
Solo dopo la lunga chiacchierata con Martina il commissario
sarebbe stato in grado di sciogliere tutti i dubbi che tormentavano
la sua giornata e che rischiavano di peggiorare la sua ulcera.
Nel frattempo Martina non si affrettava ad arrivare. Aveva preso una decisione ed era certa che prima o poi sarebbe giunta al
commissariato, ma intanto procedeva a piccoli passi non sempre
scegliendo il percorso più breve. ...
©
Adrien Hingert
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