Da "Memorie di Satana" di Wilhelm Hauff, Edizioni Clandestine, 2003



Il curatore del libro fa una conoscenza interessante. Tutti quelli che come me, curatore e traduttore del presente documento, si trovavano a Magonza negli ultimi giorni del settembre 1822 ed alloggiavano presso la bella pensione 'Alle tre Corone', certamente non considereranno persi quei giorni della loro vita. Ogni cosa, allora, girava attorno alla vita di pensione, sebbene in genere non fosse esattamente la migliore che si potesse condurre. Buon vino, buon cibo e camere pulite vi si trovavano sempre, più raramente invece una compagnia particolare come quella che vi trovai questa volta.
Non ricordo in vita mia di aver visto, né prima né dopo, uno dei miei vecchi amici di allora, e tuttavia in quei giorni fortunati si strinse attorno a noi un così tenero e stretto legame di amicizia, come non avrei mai ritenuto possibile tra persone che non si conoscono e non hanno nemmeno voglia di farlo. Il bell'autunno del 1822, trascorso sul Reno con il suo clima piacevole, per quanto abbia contribuito a quella tranquilla serenità d'animo ed a quel concedersi di ognuno alla compagnia, non ha avuto la stessa influenza che credo di dover attribuire ad un uomo singolare, che più tardi mi sembrò alquanto strano.
Alloggiavo già da un giorno e mezzo alla pensione 'Alle tre Corone'; se per il 25 ed il 30 non avessi fissato un incontro con un amico che non vedevo da tanti anni, non mi sarei fermato un giorno di più, perché ero tormentato dalla peggior noia. Gli ospiti della pensione erano decenti, persino amichevoli, ma freddi; ci si considerava poco a vicenda, per nulla interessati alla buona o cattiva salute degli altri; ognuno offriva all'altro il buon pesce stufato, l'arrosto gustoso e l'insalata, ma l'anima non veniva fuori né durante né dopo il pasto. Un pomeriggio stavo guardando fuori dalla mia finestra verso la piazza vuota di fronte all'hotel e riflettevo sulle mie pretese riguardo agli uomini in generale e riguardo agli ospiti delle pensioni in particolare; in quel momento sul lastricato della stradina laterale passò, con gran fracasso, una carrozza che si fermò proprio sotto la mia finestra.
L' eleganza della carrozza faceva pensare ad un signore raffinato; ma era strano che non vi fosse alcun servitore, né sullo sgabello né sulla predella posteriore, cosa che sarebbe risultata certamente appropriata per i quattro cavalli del traino.
"Forse si tratta di un signore ammalato che deve essere aiutato ad uscire dalla carrozza", pensai, guardando con la lorgnette proprio verso la mano dell'imponente cameriere che aprì lo sportello.
"Camere libere?", disse una voce maschile profonda e sonora.
"Tante quante Vostra Grazia comanda", fu la risposta.
Una figura alta e slanciata sgattaiolò velocemente dalla carrozza ed entrò nella sala.
"Numero 12 e 13", disse la gran voce del cameriere e Jean e George volarono a gara su per le scale.
Lo sportello della carrozza era rimasto aperto, ma ancora non era uscito nessun'altro. Il cameriere, stupito, rimase in attesa davanti alla carrozza e vi guardò dentro per due volte scotendo la testa.
"Psst, Signor Cameriere, mi basta una parola", dissi, "Chi era?"
"Avrà subito l'onore di saperlo", rispose cortesemente e venne nella mia stanza.
"Un fatto singolare!", gli dissi; "Una grossa carrozza a quattro cavalli e un solo signore, senza alcun servitore".
"Contro ogni norma e regola!", rassicurò lui, "Del tutto singolare, del tutto singolare; nonostante ciò, il postiglione ha assicurato che è un brav'uomo, ha sempre dato due talleri alle ultime otto stazioni in cui ha sostato. Forse un Inglese di professione, quelli hanno tutti un qualcosa fuori dal comune".
"Non sa il nome?" chiesi, sempre più curioso man mano che si andava avanti.
"Non prima di cena verrà scritto alla lavagna", rispose, "Desidera altro Signor Dottore?"
Con gran rammarico al momento non seppi nient'altro; se ne andò e mi lasciò alle mie congetture riguardo a quell'uomo solo in una carrozza ad otto posti. Quando scesi a tavola, la sera, il cameriere sgattaiolò verso di me con un'enorme lavagna in mano. L'avevo appena visto, quando, una lampada in una mano e nell'altra la lavagna, venne a mostrarmela. Vi era scritto Von Natas, pensionato.
"Non ha ancora alcun servitore ?" domandai.
"No", fu la risposta, "Ha preso due lacchè, che però non hanno il permesso né di svestirlo né di vestirlo".
Quando entrai nella sala da pranzo, gli ospiti avevano già preso posto ed io mi affrettai in silenzio verso la mia sedia; di fronte a me era seduto il Signor Von Natas. Se già prima quest'uomo aveva stuzzicato la mia curiosità, adesso che gli stavo seduto vicino, mi diventava ancora più interessante. Il viso era bello, ma pallido; i capelli, gli occhi e la folta barba erano di un nero luccicante; i denti, spesso scoperti dalle belle labbra, erano tanto bianchi da poter gareggiare con la neve.
Era vecchio? Era giovane? Non si poteva dire, dato che il suo viso, con il suo sorriso arguto, che iniziava molto sommessamente agli angoli della bocca e, come una nuvoletta intorno al naso benfatto, saliva verso gli occhi spavaldi, sembrava maturato presto e, sotto la tempesta delle passioni, pareva mostrare una giovinezza sfiorita; si poteva pensare di avere davanti un uomo di età già avanzata, che, grazie ad un grande impegno, riusciva a mantenersi giovane. Esistono teste e visi che si addicono soltanto ad una precisa persona e a nessun'altra.
Non mi si rimproveri che ciò sia un'illusione dei sensi. Questa testa non avrebbe mai potuto stare su di un corpo tozzo e robusto; poteva fare da corona soltanto ad una figura alta, slanciata e delicata. Il veloce movimento dei muscoli del viso, che giocavano con beffe leggere attorno alla bocca e con profonda serietà sull'ampia fronte, si esprimeva anche nel corpo attraverso un portamento degno, accompagnato dai rapidi movimenti circolari delle braccia.
Questo era il Signor Von Natas, che era seduto di fronte a me a tavola. Durante le prime portate ebbi abbastanza tempo per poter osservare tutti questi particolari, senza rendermi eccessivamente fastidioso o invadente. D'altronde il nuovo ospite sembrava attirare anche l'attenzione degli altri, dato che stasera all'altro lato del tavolo gli occhi delle signore erano in continuo movimento, per scrutare me ed il mio vicino.


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Wilhelm Hauff 

 

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