Siamo
arrivate con il vento del carnevale. Un vento tiepido per febbraio,
carico degli odori caldi delle frittelle sfrigolanti, delle salsicce e
delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della
strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e
polsini e finiscono sui marciapiedi come inutile antidoto contro
l'inverno. C'è un'eccitazione febbrile nella folla disposta lungo la
stretta via principale, i colli che si allungano per vedere il carro
fasciato di carta crespata, con i suoi nastri svolazzanti e le coccarde
di cartoncino.
Anouk guarda, gli occhi spalancati, un palloncino giallo in una mano e
una trombetta nell'altra, tra un cesto per la spesa e un triste cane
marrone. Abbiamo visto altri carnevali, io e lei: una processione di
duecentocinquanta carri decorati a Parigi, il martedì grasso dell'anno
scorso, centottanta carri a New York, due dozzine di bande che
marciavano a Vienna, clown sui trampoli, le Grosses Têtes con le
loro teste ciondolanti di cartapesta, le majorettes con i bastoni che
roteano e sfavillano. Ma a sei anni il mondo ha ancora una luce
speciale. Un carro di legno, decorato alla buona con oro, crespo e scene
dalle favole. Una testa di drago su uno scudo, Raperonzolo con una
parrucca di lana, una sirenetta con la coda di cellophane, una casetta
di pan di zenzero, tutta glassa e cartone dorato, una strega sulla porta
che sventola le stravaganti unghie verdi di fronte a un gruppo di
bambini silenziosi... A sei anni si possono scorgere dei particolari che
già un anno dopo vanno al di là delle nostre capacità. Dietro la
cartapesta, la glassa, la plastica, lei riesce ancora a vedere la vera
strega, la vera magia. Alza lo sguardo verso di me, gli occhi sono
brillanti, dello stesso azzurro-verde della Terra vista dallo spazio.
"Ci fermiamo? Ci fermiamo qui?". Devo ricordarle di parlare
francese. "Allora? Ci fermiamo ?". Mi si aggrappa alla manica.
I suoi capelli sono un groviglio di zucchero filato nel vento.
Ci penso. È un posto come un altro. Lansquenet-sous-Tannes, al massimo
duecento anime, non più di un puntino sulla superstrada tra Toulouse e
Bordeaux. Sbatti le palpebre ed è già passato. Una strada principale,
una doppia fila di case dai colori spenti e dal tetto spiovente che si
appoggiano una all'altra come a serbare un segreto, poche traverse che
corrono parallele come i rebbi di una forchetta piegata. Una chiesa,
intonacata di un bianco aggressivo, in una piazza di negozietti.
Fattorie sparse in una landa guardinga. Frutteti, vigneti, strisce di
terra cintate e schierate secondo la rigorosa discriminazione
dell'agricoltura: qui mele, là kiwi, meloni, indivie sotto gli
involucri di plastica nera, vigne apparentemente appassite e morte nel
debole sole di febbraio, ma in attesa della trionfale resurrezione di
marzo... Là dietro scorre la Tannes, piccolo affluente della Garonne,
che si fa strada tra pascoli paludosi.
E la gente? Assomiglia molto a tutta quella che abbiamo conosciuto: un
po' pallida forse, nell'insolita luce solare, un po' trasandata. I
foulard e i berretti sono dello stesso colore dei capelli che ricoprono:
marroni, neri o grigi. I volti sono segnati come le mele dell'estate
scorsa, gli occhi infossati nella pelle rugosa come bilie in un vecchio
impasto. Alcuni bambini, bandiere spiegate rosse, verde limone e gialle,
sembrano di un'altra razza. Mentre il carro avanza pesantemente lungo la
strada trainato dal vecchio trattore, una donna robusta con il volto
quadrato e malinconico si stringe sulle spalle un cappotto scozzese e
urla qualcosa nel semincomprensibile dialetto locale; sul carro, un
Babbo Natale un po' tozzo, fuori posto tra fate, sirene e gnomi, lancia
caramelle alla folla con malcelata aggressività. Un uomo anziano dai
tratti sottili che indossa un cappello di feltro al posto del berretto
rotondo tipico di questa regione, solleva con un educato sguardo di
scusa il triste cane marrone che sta fra le mie gambe. Vedo le sue dita
sottili e aggraziate muoversi nel pelo del cane; il cane uggiola;
l'espressione del padrone racchiude allo stesso tempo amore,
preoccupazione, senso di colpa. Nessuno ci guarda. Potremmo anche essere
invisibili; i nostri vestiti rivelano che siamo straniere, di passaggio.
Sono educati, davvero ben educati; nessuno ci fissa. La donna, i lunghi
capelli infilati nel colletto del cappotto arancio, una lunga sciarpa di
seta che svolazza al collo; la bambina con gli stivali di gomma gialli e
un impermeabile azzurro-cielo. I loro colori le marchiano. I loro colori
sono esotici, i loro volti - ma sono troppo pallidi o troppo scuri? -, i
loro capelli le marchiano come altre, straniere, diverse in modo
indefinibile. Gli abitanti di Lansquenet hanno imparato l'arte di
osservare senza incrociare i tuoi occhi. Sento il loro sguardo come un
respiro sulla nuca, stranamente privo di ostilità, e tuttavia freddo.
Per loro siamo una curiosità, parte del carnevale, una ventata che
viene da terre lontane. Sento i loro occhi su di noi mentre mi giro a
comprare una galette dal venditore ambulante. La carta è calda e
unta, la frittella di grano scuro è croccante agli orli, ma spessa e
buona al centro. Ne rompo un pezzetto e lo do ad Anouk, pulendole il
burro sciolto sul mento. Il venditore è un uomo rotondo, stempiato, con
occhiali spessi, la faccia grondante per il vapore che sale dalla
piastra calda. Le fa l'occhiolino. Con l'altro occhio cattura ogni
dettaglio, sapendo che più tardi ci saranno domande.
©
Joanne Harris
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