Una
mattina di quei giorni Luka mi chiamò in disparte e mi disse che con
alcuni ragazzi doveva far saltare un ponte sul fiume Trebisnjica: tutto
era stato già pianificato e non c'era alcun pericolo. Quasi nessun
pericolo. Io gli augurai tanta fortuna, ma lui continuò dicendomi che
sarebbe stato bene che fossi andato anch'io perché non sarebbe stato
bello che un “ispettore” fosse rimasto là. Naturalmente, io
nuovamente mi misi a sacramentare su tutti i suoi parenti defunti
(quelli che si potevano nominare), rifiutando anche il solo pensiero di
andare a far saltare un qualsiasi ponte, e spiegandogli che stavo
aspettando un mezzo di trasporto per Ston. Dopo un'ora di tentativi per
convincermi che davvero non c'era pericolo, eccetto un po' al ritorno,
ma neanche al ritorno se passavamo in fretta una vetta, e che una volta
ritornati avrebbe subito organizzato il mio trasferimento a Ston (perché,
chiaramente, in quel momento non poteva farlo), alla fine accettai.
Contro voglia, ma accettai. Fu decisivo il fatto che non ci fosse
nessuno di guardia al ponte. Non mi sfiorava neanche minimamente l'idea
di andare a rischiare la vita l'ultimo giorno al fronte. Gli chiesi
perché quel ponte dovevano farlo saltare, e lui mi rispose che la cosa
andava fatta per non subire un eventuale contrattacco. Doveva trattarsi
dell'unica via di comunicazione in quella parte della valle.
Nel frattempo ci raggiunse il medico che stava ascoltando il nostro
discorso con entusiasmo, per chiedere a Luka di farlo partecipare
all'azione, ma lui rifiutò dicendogli che in base alle convenzioni i
medici non devono essere armati, non devono partecipare alle operazioni
belliche e via dicendo. Il tipo però insisteva e alla fine Luka
cedette, facendogli presente che la parte più importante
dell'operazione era l'eroica fuga a gambe levate perché l'artiglieria
dell'Esercito Iugoslavo si trovava a soli due chilometri dal ponte e non
appena ci avessero avvistati, e ci avrebbero avvistati di sicuro,
saremmo stati fritti se non avessimo oltrepassato in fretta un colle che
si trovava nelle vicinanze del ponte. Il medico cercava di convincere
Luka che era in ottime condizioni fisiche, che la sua pancia era solo un
diversivo per il nemico (e si trattava davvero di una pancia enorme, per
cui il medico non mi convinceva granché), che non doveva preoccuparsi,
che con lui non avrebbe avuto problemi.
Alla fine anche il medico partì con noi. Io stavo ancora considerando
tra me e me perché avessi accettato. Ma visto che non c'era pericolo,
non era cosa d'ogni giorno poter vedere come si faceva saltare un ponte.
L'uomo è spesso causa del proprio male, e io in ciò sono insuperabile,
pensai. Per giungere al ponte ci vollero due ore attraverso la macchia,
dopo di che ci infilammo nei cespugli sulla riva. Con due della
spedizione rimasi un centinaio di metri indietro, mentre gli altri si
avvicinarono al ponte, accanto al quale si trovava una piccola baracca.
Per un po' di tempo non si udì niente, poi alcuni spari. Poi di nuovo
silenzio. Poi l'esplosione. Prima il ponte si alzò in aria e poi con
grande frastuono crollò nel fiume. Devo confessare che il tutto mi
sembrò meno suggestivo di quanto mi aspettassi.
Luka, Mario e gli altri corsero indietro tanto velocemente che ci
oltrepassarono, e noi a nostra volta iniziammo a correre dietro a loro.
Di passaggio Mario mi gridò che avevano dovuto uccidere alcuni cedo.
Arrivammo alla vetta che dovevamo superare divisi in tre gruppi che
correvano in tre direzioni diverse. Nel mio gruppo c'erano Mario, Luka,
il medico e un altro soldato di cui non ricordo il nome. Correvamo a più
non posso per superare la vetta, e lasciarci alle spalle quello che in
linguaggio militare rappresentava un classico esempio di terreno esposto
al tiro nemico. Ma come mi avevano insegnato nel mio ex esercito, il
gruppo si muove alla velocità dell'uomo più lento. Dovevamo fare
all'incirca seicento metri in cui gli unici ripari erano i massi di
pietra disseminati qua e là, il maggiore dei quali aveva il diametro di
mezzo metro. Dopo cento metri il medico rallentò per prendere fiato:
era letteralmente verde e sembrava sul punto di crollare.
Tra i tre gruppi, proprio del nostro doveva far parte, pensai
guardandolo. D'altro canto non era colpa sua. Solo che alla sua età e
con quella pancia su quel pietrisco non ce la faceva. Evidentemente
aveva sopravvalutato la propria condizione fisica. Luka rallentò e
assieme a Mario presero il medico sottobraccio e cominciarono a
trascinarlo.
– Scoppia se non ci fermiamo subito – gridai guardando la sua faccia
che nel frattempo era diventata viola.
– Ce la farà – gridò Luka autoritario liberando il campo da
ulteriori discussioni.
Ci muovevamo sempre più lenti. Non bisognava essere grandi strateghi
per capire che se ci fermavamo, eravamo tutti fregati. I cinque minuti
che Luka aveva previsto per il passaggio della vetta erano passati e non
eravamo neanche a metà. Eravamo a un centinaio di metri dal terreno
coperto quando i mortai iniziarono a bombardare a tappeto il terreno
attorno a noi. Era solo questione di sapere quanto ci avrebbero messo
per aggiustare il tiro.
©
Drazan Gunjaca
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