Da "Uomini violenti" di Alberto Garavello, Edizioni Clandestine, 2002

Via Ametista 42 Se prendete la Pontina partendo da Roma dopo un po' trovate il bivio per Ardea. Girate per la litoranea ed arrivate dritti fino a Lavinio. Via Ametista sta proprio di fronte al mare. Al numero 42 trovate scritto sul citofono "Corrado Rinaldi". Suonate. Se vedete che non risponde nessuno andate avanti fino alla scalinata che porta al mare e vedrete una piccola vela che fa su e giù sulle onde proprio davanti a voi. Direte; ma chi è che fa windsurf a Gennaio? Io. Perché quello, quando sto in mezzo al mare voglio dire, è l'unico momento in cui nessuno mi può rompere le palle e il fatto che siate venuti a cercarmi significa che avevo ragione a non stare in casa. Di solito è Alberto che viene a trovarmi e restiamo ore a parlare e io gli racconto le mie storie. Lui mi ascolta, prende nota di tutto e poi scrive. Ma io dico… a chi gliene può fregare della vita di uno che ha un bar davanti alla Capannelle e che tira avanti senza dar fastidio a nessuno? Fino a che non danno fastidio a me si capisce. Ma lui si mette a ridere e dice che ho una vita movimentata e che sembra quasi un racconto giallo. Sarà. Comunque se le storie che leggerete tra poco non vi sembrano abbastanza movimentate potete anche venirmi a cercare che ne ho molte altre. Se portate un paio di birre è meglio. Se poi siete alta, mora, con gli occhi verdi e le tette grosse è capace che quando suonate il citofono vi rispondo.

Da dove comincio? Dall'inizio. Ma si, dall'inizio che è più semplice, che forse capirete meglio. E forse ci capirò qualcosa anch'io.

Nella calca della discoteca si diresse subito verso di me. Impossibile non accorgersene; alta, capelli neri lunghi, occhioni verdi a fanale, passo elastico e veloce da pantera, mi prese per le mani e cominciò a ballare trascinandomi in mezzo alla pista. Ce l'aveva scritto in faccia che portava solo guai ma in quel momento ero diventato analfabeta. La serata non era un gran che, gli amici con cui ero arrivato li avevo persi di vista e francamente non ne sentivo la mancanza. Quel venerdì sera poteva concludersi bene. La osservai meglio; bella faccia, mai vista prima. Ballava strofinando il suo bacino contro il mio senza il minimo imbarazzo mentre con le mani mi esplorava il sedere; quando già pensavo stesse per chiedermi dei soldi avvicinò la bocca al mio orecchio destro sussurrando; "Andiamo nella mia macchina?" Sapete com'è; quando mi chiedono le cose con gentilezza io non so resistere. Due minuti dopo eravamo usciti da quella balera in riva al mare e lei, sempre tenendomi per mano, mi stava facendo entrare nella sua Mercedes decappottabile; evidentemente alla signora piaceva stare comoda. Mi fece sedere al posto del guidatore, poi si mise a gambe aperte sopra di me ed alzò la minigonna fino all'ombelico, sempre sorridendo. -"Farai tutto quello che ti chiedo?" Avevo in mente una mezza dozzina di risposte ed erano tutte affermative; prima di parlare decisi comunque di godermi il panorama per almeno un altro mezzo minuto. Quando mi accorsi che la portiera si era aperta all'improvviso fu troppo tardi.

Mentre rinvenivo sentivo sempre più forte un peso sul torace e sulle spalle. Un peso enorme ed un profumo dolciastro dentro le narici che mi dava la nausea. Cercai di sollevare quel macigno con tutta la forza che avevo e in quel momento non ne avevo molta; mi accorsi però che le mie mani spingevano qualcosa di caldo e morbido, qualcosa che fino a qualche minuto prima avevo desiderato molto. La bella signorina era sempre a gambe aperte sopra i miei pantaloni, sempre bella e desiderabile, ma irrimediabilmente morta. La grande bocca sensuale era chiusa in una smorfia attorno alla lingua; la schiuma bianca che le colava lungo il mento mi aveva sporcato la camicia. Strangolata. Strangolata con una cintura bella stretta attorno al collo elegante, che riconobbi subito come la mia. Mi guardai attorno attraverso i finestrini; nulla in vista, ma potevo sentire delle voci a poche decine di metri, voci che si facevano sempre più vicine. Mi avevano incastrato; chiunque avesse inventato quel giochetto stava per chiudermi in trappola. Aprii la portiera e mi buttai sotto la macchina; strisciando sotto le auto di quel parcheggio sentii i passi di almeno un paio di persone che si avvicinavano alla Mercedes. Appena in tempo. Una macchina dei Carabinieri si era fermata lì vicino; vedevo le luci azzurre e adesso potevo anche sentire le voci alla radio. Mi ero allontanato di almeno una ventina di metri, ma ancora non mi bastava; dovevo andarmene in fretta da quel posto. Cedetti alla tentazione di ascoltare quello che si dicevano e mi fermai un attimo; notai che le macchine dei Carabinieri erano diventate due. -"Una donna giovane, strangolata con una cintura, non deve essere morta da molto… no, non c'era nessun altro nella macchina, la ragazza non aveva neanche i documenti …". Poche frasi, ma abbastanza per capire. Una piccola folla si stava radunando di fronte all'ingresso della discoteca; poteva essere un'occasione, ma per nascondermi tra quella gente avrei dovuto alzarmi e attraversare il parcheggio. Troppo rischioso se mi avessero fermato; sporco di grasso e senza cintura, impacchettato in confezione regalo per il magistrato di turno, non sono così stupido. Dovevo filarmela a piedi; la mia macchina, fortunatamente, era parcheggiata ad una certa distanza dal locale, ma dovevo lasciarla dov'era. Avrei provato a riprenderla con calma il giorno dopo, senza farmi notare. Raggiunsi il limite del parcheggio e scostando la recinzione mi infilai in un piccolo bosco. Se mi avessero trovato lì dentro avrei dovuto dare un sacco di spiegazioni.

Il bosco confinava con la spiaggia; sul bagnasciuga è più facile correre, ma con la luna piena sarei stato troppo visibile. Era passata oramai una mezz'ora dalla mia fuga, camminando di buon passo mi ero allontanato di almeno un paio di chilometri. Ero quasi tentato di tornare a prendere la macchina, ma sicuramente davanti alla discoteca avrei trovato un'intera caserma dei Carabinieri; inoltre c'era stato tutto il tempo di mettere almeno un posto di blocco dei vigili o della polizia sulla litoranea ed un uomo solo sarebbe stato fermato subito. No. E inoltre se chi mi aveva combinato quello scherzo era ancora in giro, e probabilmente lo era, quella poteva essere un'occasione unica. Feci l'inventario di quanto avevo addosso; il portafogli con i documenti sembrava a posto, il cellulare funzionava, non ero stato derubato. Erano le due di notte e cominciava a fare un certo freddo, tornare a casa sarebbe stato un problema; con un po' di pazienza avrei potuto aspettare la mattina e prendere un treno o la corriera per tornare a Roma, ma l'idea di trascorrere una notte in mezzo agli alberi e al buio non mi andava molto a genio. Comunque era venerdì e per due giorni avrei potuto muovermi liberamente, se anche non fossi tornato a casa una mia assenza sarebbe passata inosservata. Al freddo umido del bosco decisi di sedermi un attimo a pensare. Perché quella donna aveva scelto proprio me? Ci saranno state almeno altre cinquecento persone in quella discoteca. Forse mi aveva già conosciuto, ma quando? Una così io certo non me la dimentico. No, sicuramente c'era sotto qualcosa d'altro. Del resto era successo tutto molto in fretta; appena mi aveva rimorchiato eravamo usciti subito dal locale, neanche un drink, niente soste al bar, niente presentazione agli amici. Certo, troppa fretta; forse voleva scappare, ma da che cosa? E quella botta in testa allora? Non era stata certo lei a darmela, forse un marito o un fidanzato geloso che voleva far cadere su di me la colpa di quell'omicidio; chiunque fosse aveva chiamato subito i carabinieri per farmi trovare con il cadavere ancora caldo addosso, ma gli era andata male. Capirai, una storia di corna! Comunque, anche se per il momento ero riuscito a scappare, avrei dovuto tenere la guardia alzata: chi uccide è sempre pericoloso, anche se è stupido. E poi poteva sempre aver dato un'occhiata ai miei documenti dopo avermi stordito, in modo da potermi ritrovare se qualcosa fosse andata storto. Controllai ancora; nel mio portafogli era tutto in ordine e d'altro canto uno che uccide la moglie in un raptus di gelosia non si mette a frugare nel portafogli dell'amante. No, troppi particolari non quadravano. Però una cosa era certa; non sarebbe stato prudente tornare a casa. Avrei aspettato la mattina e poi si mi sarei arrangiato da qualche amico, forse me ne sarei andato dalla città per qualche giorno. Il suono del telefono nell'oscurità del bosco mi fece saltare per aria; risposi al secondo squillo, sperando che non ci fosse nessuno nelle vicinanze. -"Pronto stronzo. Pensavi veramente di averla fatta franca?" Qualcuno voleva conoscermi.

Era una voce di uomo. Forte accento romanesco, una quarantina di anni a giudicare dal tono. Forse cercavano di capire dove stavo, sapevo che con un'attrezzatura adeguata è possibile localizzare un cellulare. Quella conversazione doveva durare lo stretto indispensabile, lo stretto indispensabile per far capire che non avevo paura. -"Li sai fare belli gli scherzi." -"Anche tu. Te piace tanto giocà a nascondino?" -"Da matti". -"Allora adesso veniamo a prenderti, che ne dici?" -"Non vedo l'ora". Riattaccai. Venti secondi di conversazione; troppo poco per intercettarmi, abbastanza per fargli capire che non me la stavo facendo sotto. Spensi il cellulare. Adesso era cambiato tutto. Non era più una questione di corna, qui avevo rotto le uova nel paniere a qualcuno e non si trattava di un marito geloso. Se tornavo in città ero finito, forse mi stavano già aspettando sotto casa, chissà. Avevo bisogno di tempo, di leggere i giornali, di lavarmi la faccia, di bere una Coca, di capire. Arrivato al limite del bosco con la spiaggia vidi un gruppo di villette a poche decine di metri; da un lato erano costeggiate da una stradina mentre dall'altro davano direttamente sul mare. Case di vacanza estiva che a Ottobre sono disabitate. Prima che facesse giorno dovevo trovare un posto dove nascondermi e una di quelle case poteva andare bene. Rimasi per circa mezz'ora ad osservarle nell'oscurità e fu una buona idea. Scartai subito le due più lussuose; sicuramente doveva esserci un impianto antifurto o qualcosa di simile. Ne rimanevano altre quattro; in una vidi accendersi una luce, probabilmente qualcuno che si era svegliato per bersi un bicchiere d'acqua in cucina. Scelsi quella più isolata, in fondo al vialetto. Rimasi ad aspettare un qualche possibile movimento e poi mi decisi. Corsi attraverso la stradina e saltai il muretto di recinzione, atterrando su un prato che aveva un gran bisogno di una falciatrice; meglio così, voleva dire che da un po' di tempo i proprietari non si facevano vedere. Ruppi un vetro sul retro, pronto a scappare se qualcosa si fosse messo a suonare; appena entrato mi resi conto che un antifurto sarebbe costato più dell'arredamento. Qualche mobile in vimini, un vecchio televisore, una cucina economica con alcuni piatti ed un frigo desolatamente spento e vuoto. Bevvi un paio di bicchieri d'acqua, avevo sudato molto correndo nel bosco; in camera da letto mi buttati addosso un plaid trovato nell'armadio e cercai di addormentarmi. Prima della mattina non sarebbe stato possibile concludere nulla, tanto valeva riposarsi.

Ero uscito dalla villa alle sei, imboccando di corsa il boschetto e sperando che nessuno mi vedesse; presi la provinciale e mi incamminai verso Lavinio. I giornali del mattino davano grande risalto alla notizia dell'omicidio del "Vetronero" la discoteca dove la sera prima stavo per rimetterci le penne. In poche parole la polizia aveva trovato il cadavere di questa bella slava di ventiquattro anni, tale Paula Czerny, strangolata nella sua Mercedes; si pensava che il fattaccio fosse successo nel corso di uno di quei giochi erotici strani che la gente fa invece di scopare normalmente. La cosa assumeva comunque una certa rilevanza dato che la signora era sposata con un maturo commerciante della zona, tale Righetti Arnaldo, che ovviamente non aveva preso la notizia con molto "fair play". Quanto alle testimonianze dovetti girare tre o quattro quotidiani prima di trovare qualcosa che mi potesse interessare; tutti concordavano sul fatto che la ragazza fosse uscita dalla discoteca in compagnia di un uomo, ma l'unico che avesse fornito un identikit era il padrone della discoteca, tale Stefano De Padova, che sembrava avesse visto bene in faccia il ganzo il tempo necessario per ricordarselo. E siccome la faccia da teppista del De Padova io, in quei pochi minuti, non l'avevo vista, era evidente che mentre con la defunta ci solleticavamo le parti nobili lui doveva stare con gli occhi ben puntati su di me. Per incastrarmi quindi. Rimaneva comunque un mistero il perché lei mi avesse rimorchiato, ma avrei approfondito. Presi tutti i giornali che riuscii a trovare e passai la mattinata bighellonando per il paese, in realtà cercando di ascoltare le chiacchiere della gente. Con la scusa di fare colazione mi fermai per un po' in un bar e il Tg della Regione mi dette qualche notizia in più. Fecero anche vedere il mio identikit ma non era molto somigliante; ad ogni buon conto comprai una lametta per tagliarmi le basette ed una grossa forbice per raparmi a zero. Un paio di occhiali da vista a bassa gradazione comprati al supermercato avrebbero fatto il resto. Inoltre, ma questo fu un colpo di fortuna, scambiai due parole con una lattaia pettegolissima, al cui confronto la CIA faceva la figura del Club del Libro. Mi descrisse quello Stefano De Padova, il proprietario della discoteca, come un mascalzone ben conosciuto nel litorale laziale ed implicato in traffici piuttosto loschi. Aveva anche un passato di estremista politico, presto dimenticato perché gli affari avevano avuto la precedenza. Se lo sapeva lei, lo sapeva comunque anche la polizia; ad ogni modo se avessi voluto parlargli avrei dovuto usare le pinze. Quanto al marito della slava, il gentile signor Righetti, ne parlò come di un cornuto che si era fatto irretire da quella bellezza a caccia di un permesso di soggiorno; insomma la solita storia, neanche sto a raccontarvela. Il mio primo sospetto fu che tra la slava e quello Stefano ci fosse una tresca, ma in quel momento non potevo certo andare in giro a fare domande per tutta la costiera laziale. Nel primo pomeriggio, facendo finta di fare footing sulla spiaggia, me ne tornai con grande prudenza alla mia villetta; in giro non c'era nessuno e così sgattaiolai in fretta per l'ingresso posteriore. Con quel freddo e la prospettiva di una notte in bianco non c'era da stare allegri, decisi quindi di far lavorare il cervello. Ritagliai dai giornali le foto dei protagonisti di quella storia e le appesi al muro; in fin dei conti non si trattava che di un mosaico, bastava mettere le tessere al posto giusto. Sorseggiando una grossa tazza di latte con il cioccolato, la torcia sul tavolo e le finestre oscurate per non far filtrare alcuna luce, mi misi ad osservare quelle facce di carta. Omicidio passionale? Poteva anche essere. Ma in genere finisce a coltellate, tra urla e strilla e invece la cosa era stata fatta in silenzio e, permettetemi di dirlo, con professionalità. E già, questo aspetto mi era sfuggito. La polacca era un pezzo di donna e poi strangolare una persona non è facile; la vittima si dibatte, cerca di fuggire e sicuramente il marito, che ad occhio e croce non era alto più di un metro e sessantacinque e piuttosto magro, non ce l'avrebbe mai fatta. Quanto a quello Stefano, il padrone della discoteca, si era esposto troppo con la sua testimonianza, difficile che avesse eseguito lui materialmente. No. E poi non mi sembrava il tipo. Dovevo arrendermi; era un mosaico a cui mancavano ancora troppe tessere. Accesi il telefonino; come mi aspettavo trovai un messaggio, sempre dello stesso amico che mi aveva chiamato nel bosco la sera prima; le solite minacce. Però lui sapeva chi ero e questo gli dava un vantaggio enorme, non potevo lasciarglielo. La notte stava per arrivare; era il momento di tornare a casa per vedere se qualcuno mi aveva cercato.


© 
Alberto Garavello, 2002 


 

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